lunedì 14 agosto 2017

Sulla natura umana e dell'amore

Un drammatico litigio aveva scavato un solco tra i due amanti da alcuni giorni.
Lei, estremo-orientale (forse un particolare irrilevante ma l'affermazione andrebbe verificata), lo aveva deriso perché ogni volta Lui, sangue mediterraneo, cercava di fare le proprie scelte cercando il bene di chi gli era vicino. Gli aveva seccamente riportato alla mente una serie di episodi più o meno recenti in cui le persone che gli erano intorno, famigliari, amici, avevano agito seguendo un proprio interesse.
Lui non ignorava l'esistenza di sentimenti egoisti nell'essere umano ma rifiutava di riconoscere che fossero proprio questi sentimenti a dominare l'essere umano. Lei affermava che ciò era invece naturale, connaturato alla ragione stessa della natura umana: la sopravvivenza e il superamento della morte attraverso la discendenza. Il problema è che i due erano sposati, Lui cristiano cattolico, Lei non affiliata a una chiesa in particolare ma dotata di una certa spiritualità molto ricettiva verso diversi messaggi religiosi.
Il matrimonio cristiano non è legato a questione d'interesse, è matrimonio d'amore, pensava Lui. Quello orientale... quello orientale... quello orientale? Forse sì, anticamente il matrimonio era una forma di contratto in cui la famiglia di lei si liberava di una bocca non adibita al lavoro nei campi da sfamare, la famiglia di lui guadagnava una dote e uno strumento di procreazione. Persino gli sposi, sconosciuti tra loro, sposandosi ottenevano riconoscimento sociale. Immergiamo tutto questo nel progressismo evoluzionista, materialista e consumista della Cina di oggi e... Santo Cielo, un matrimonio con due significati assai distanti. Agli antipodi.
La questione lo termentò nei giorni successivi, ma poi tutto si appianò, come spesso avviene nei matrimoni, perché oltre allo scontro di un attimo e alle divergenze accumulate negli anni esiste una collaborazione quotidiana che salda il vincolo e porta a ridimensionare gli abissi, metabolizzandoli e dando loro la tonalità di piccole sfumature.
Al di là della crisi matrimoniale qualcosa, però, nella sua testa rimase. Lui, dall'adolescenza, era andato sempre più identificandosi in un principio elementare ispirato da ideali di solidarietà laica. A prescindere dall'esistenza di Dio i valori in cui si riconosceva erano comunque quelli trasmessi dalla visione cristiana. L'amore verso gli altri, giorno dopo giorno, era divenuto il motore della sua esistenza (che destino beffardo lo aveva costretto a scoprire che il suo matrimonio, almeno da parte di Lei, era dettato dall'interesse!) e la realizzazione del bene altrui rappresentava buona parte della sua realizzazione individuale. Eppure dopo quel litigio non riuscì più a essere convinto delle sue credenze ed era tormentato dalle ombre gettate sull'essere umano dalla teoria di Lei. La sua filosofia elementale gli apparì sempre più non solo come un paradosso, ma proprio come una soluzione di comodo. Se la felicità altrui lo rendeva felice, il fine ultimo, forse, non era l'identificazione degli interessi individuali in quelli altrui, ma semplicemente una forma di egoismo moralmente giustificabile, e quindi anche un po' paraculo. Lui aveva sempre inseguito i propri interessi aiutando gli altri?

Mettendo da parte il dilemma del nostro protagonista ecco quello che mi sta succedendo: da un paio di anni le cose nel mio matrimonio funzionano poco e avverto sempre più distanza da mia moglie. Da un paio d'anni cerco rapporti emotivamente coinvolgenti, che pur prevenendo il tradimento mi danno la possibilità di esternare e ricevere quei sentimenti che tanto mi mancano e che per ora non riesco a ritrovare nel mio matrimonio. Nei miei incontri sono stase coinvolte una ragazza brava a far perdere la testa ogni uomo che vuole sedurre, una giovane studentessa con cui lasciare nell'aria atmosfere equivocaboli, una collega di lavoro che avevo conosciuto in gioventù e di cui ero innamorato in gioventù e una vecchia compagna di viaggio. Perché mi sono proposto a queste persone? Volevo dare loro qualcosa o cercavo qualcosa? E loro perché mi hanno risposto? Per darmi qualcosa o perché ho parlato loro nel momento in cui avevano bisogno di qualcuno che parlasse loro? Cos'è l'amore e cosa cerchiamo istitntivamente noi umani?

Canzoni del mese:
Mina e Celentano, Ad un passo da te
Mina, E poi
Mina, Ancora, ancora, ancora...
Mina, L'importante è finire,
Mina, Bugiardo e incosciente
Mina, Io e te da soli

domenica 20 novembre 2016

Gli anni dei terremoti e della rabbia

"Anna... ti amo". Non lo dicevo da tempo. L'ho detto alla persona sbagliata. Non glielo ho neanche detto.
L'ho detto tra me e me, dopo che se n'era andata.
Dovrei riflettere su quante volte è già successo e su quante ancora succederà. Dovrei capire cosa è meglio per me, se continuare ad assecondare la mia vocazione per la discrezione o espormi di tanto in tanto. Dovrei capire se vivo i miei sentimenti per me stesso o per condividerli. Dovrei, ma non ora. Ora voglio restare qui, sospeso sul senso di libertà che l'amore mi dà.
Richiusa la porta, dopo una notte passata in due letti divisi solo da pochi muri. O dopo aver accompagnato i figli (non i nostri) a scuola. Lo sa anche il cielo. Sì, lo sa. Altrimenti non avrebbe mandato giù tutta quella pioggia per impedirmi di arrivare. E deve averlo detto anche alla terra. Altrimenti non avrebbe tremato tutta la notte per staccarmi da lei.
Mi guarderò indietro, frugherò tra le mie scelte e come ho letto su youtube mi chiederò quali di queste scelte sono state fatte per coraggio e quali per paura. Allora saprò se sarò diventato una comparsa nel film di qualcun'altro, io che avrei voluto essere il protagonista del mio film. Anche questo l'ho letto su youtube, d'altronde è l'epoca del citazionismo. E' anche l'epoca dell'assenza di vuoto, delle vite trascorse solo agendo. Questo non l'ho letto su youtube, me lo ha detto lei e lo sto vivendo su di me. Forse è la prima cosa che so davvero di lei.
Vorrei divorare il suo passato e passare ore ad ascoltarla, ascoltare i suoi racconti di vita, riconoscerci i suoi genitori e i suoi nonni. Vorrei vederla bambina, conoscere i suoi pensieri e proiettarla nel futuro, vederla invecchiare. Vorrei prendere tutte quelle parti di lei che deciderà di condividere.
[...]
Così scrivevo tanti, tanti anni fa. Come ora era la stagione dei terremoti. In quei mesi la terra tremò ogni giorno quattro o cinque volte. Tutti avevano paura e dormivano per strada, io no. Io ero convinto che fosse il mio amore la causa di tutto. Povero ingenuo, ero veramente giovane allora. Giovane e inconsapevole. Ero davvero incosciente.

martedì 6 settembre 2016

Tracklist - una storia di incomunicabilità e anche una grande storia d'amore, perché un amore non si giudica dalla sua durata



“Le note dell’ultima traccia sembravano cerchi di fumo rimanenti tra cielo e brace. Lasciavano in giro solo il sospiro esausto dell’aria. Ritrovandosi nella macchina aprì gli occhi e la guardò. Non aveva espressione, forse solo un po’... impaziente. Nel’aria rimase solo il rumore delle cicale, si sentì imbarazzato dall’assenza di reazioni da parte di lei.
«Mi dispiace, caro. Non so, non mi ha lasciato molto. In questo periodo sento altro».
«Amato».
«Cosa?»
«Habib. Significa ‘amato’, ‘caro’, ‘tesoro’ in arabo. È il nome che ho dato a questa raccolta. Dodici pezzi. Ogni canzone è un pezzo di te. Quando ascolto Passione di Neffa rivivo il sogno proibito del tradimento. Con Serenata di Graziella della Bandajorona immaginavo e sognavo mondi lontani. Di saperti prendere, di saperti parlare, di saperti avvicinare. Here not alone di Ishaq mi riporta davanti gli occhi il momento in cui ci siamo trovati... il nostro amore...»
 «Cosa?»
«Con Gnut che reinterpreta Passione, di Bovio, sento la distanza da te dopo la tua partenza. Love me di Joe Victor è il dolore del giorno dopo, che dopo un mese diventa ossessione. L’amore nero di Mannarino è lo sfogo e la rabbia di chi è stato abbandonato senza una parola. Il bel canto è l’incazzatura amorosa urlata e riversata sull’universo intero, La strada di Francesco Forni mi schianta contro il tuo muro, Contratto per Karelias mi disincanta, Sylvia è la condanna alla depressione che segue l’amante abbandonato. Wayfaring stranger è il canto di un morto che per un bel po’ non tornerà tra i vivi. Con Peste e corna del Muro del canto provavo a non prendermi sul serio. E le mie parole di adesso... le mie parole di adesso, la mia decisione di farti sentire questa raccolta mentre ti riaccompagno a casa, dopo sette mesi che non ti ho vista... dopo che ci siamo visti stasera insieme ad altre diciassette persone. Dopo che mi hai rivolto sì e no otto parole tutta la sera. Dopo che ho provato una fitta vedendoti sorridere e toccare il braccio di uno sconosciuto per un minuto abbondante. Beh, tutto questo è l’interiorizzazione di quello che provo per te».
«Ascolta, ultimamente sono stata incasinata con il lavoro, e poi... ho investito molto nella mia relazione con Donald, lo sai. C’è tutta una serie di insoddisfazioni, priorità. Un bacio. È stato solo un bacio, più di un anno fa».
«Sì, solo un bacio. Poi abbiamo preso strade diverse».
[...]"
(to be continued)

Ascolti del mese:
Bright Eyes, A Perfect sonnet
Daniel Johnston, True love will find you in the end
J Ax, Fedez, Vorrei ma non posto
Fabio Rovazzi, Andiamo a comandare

giovedì 19 maggio 2016

Discorsi alla nazione

Ascanio Celestini mi ha colpito in faccia, mi ha urlato contro quello che sono e che cerco di non essere. Tutto quello che cerco di limitare. Le lotte nelle fabbriche si sono imborghesite, i giovani diventano uomini di mondo. Sarà anche un mondo difficile ma quanta gente lo rende ancor più difficile per assenza di coraggio? Siamo in un tempo dove i compagni sono peggio dei capitalisti, perché non solo ragionano allo stesso modo dei capitalisti ma sono anche più stupidi, sentendosi borghesi pur essendo proletari.
Una settimana fa mia suocera è tornata alla carica: mio figlio è troppo timido, ora è ancora troppo piccolo ma bisogna insegnargli a stare nel mondo, è troppo chiuso, rifugge dal contatto con gli altri bambini, non sa difendersi, probabilmente sarebbe meglio che sapesse anche aggredire. Glielo insegneremo, dice lei, piano piano, dovrà impararlo.
Il rock è sparito, nascosto dietro alle indie hypster manie di nicchia. I ministri sono una delle cose che assomiglia di più a quello che ascoltavo a vent'anni, forse, se oggi avessi vent'anni, non sarebbero il mio gruppo preferito ma potrebbero essere quello che sentirei più mio. Nel Bel canto si lasciano andare: “Hanno dovuto bendarmi perché vedessi un po' meglio / Hanno dovuto drogarmi per farmi rimanere sveglio / Hanno dovuto legarmi perché godessi più in fretta / Mi han tolto pure le armi e mi hanno affittato una cuccia / Hanno dovuto pregarmi perché continuassi a bere / Hanno dovuto cullarmi per non farmi vomitare / Hanno dovuto sudare per prendermi le misure / Ora mi vestono loro e io posso tornare a cucire / Ed è come se non avessi mai deciso niente”.
Invece abbiamo deciso. Abbiamo deciso di prenderci l'offerta, di consumare ciò che ci lascia dimenticare ciò che avremmo voluto essere e che non siamo stati per non avere avuto il coraggio di morire in battaglia. Dov'è che inizia l'ordine sociale? Nella necessità di farsi una famiglia? O in quella di comprare casa? Nel consumo di alcol e droga per dimenticare che siamo proprio qui e ci siamo in questo momento?
Non so se esiste qualcosa di peggio della ribellione nei binari consentiti.
Forse solo la rivoluzione incontrollata.

Canzoni del mese:
Ludovico Einaudi, Nuvole bianche
Alessandro Mannarino, Signorina
I Ministri, Il bel canto
Ascanio Celestini, La casa del ladro
Fabrizio de André, La canzone del maggio



venerdì 29 aprile 2016

Ordine & Cigarettes

Baol ha fatto 40 anni, lo immaginavo più vecchio. Ho riaperto le sue pagine trasferendo dati da un pc a un hard disk esterno. Tabacco dei vecchi tempi. Ho come idea che qualcosa mi stia sfuggendo dalle mani. Una vita piena: impegni da tenere in vita nel nome della precarietà o della stabilità, da un lato il lavoro, dall'altro la famiglia. Mi capita sempre più spesso di fermarmi e guardarmi la schiena. Quello che sarei potuto essere e che non sono. Mi rivedo bambino mettendo su un 33 giri dei Vianella e guardo mio figlio giocare. Mi chiedo che proverò quando rivedrò la mia vita da vecchio. Mi chiedo come abbia fatto ad arrivare qui, nel punto in cui sono pur avendo voluto tutt'altro a suo tempo. Penso che non è poi tanto male. Nuoto, nuoto, nuoto negli stereotipi di mezza età e sento che è troppo tardi per deviare, o per rendere eccezionale una vita ordinaria. Mi tengo gli affetti, me li stringo al petto salvo poi perderli ancora. Cado nelle evasioni, non mi sento in colpa. Fumo, ho ricominciato a fumare e ad avere buoni propositi per smettere. Mi riprendo il mio spazio, non so per quanto, non so per chi. Probabilmente per me stesso.

martedì 13 maggio 2014

Elise Didier


Sotto il revolver una striscia che volteggia sotto pelle, inchiostro nero. Ti ha cancellato, Didier, ti ha cancellato come altri nomi prima del tuo. Perché la vita non realizza la felicità, ma crea illusioni e annega nel dolore della morte di vostra figlia. Perché il dolore viene interiorizzato molto diversamente. Perché il dolore richiede tempo, a ognuno il suo, e non solo. Richiede attenzioni, le stesse che vorresti per te. E respinge attenzioni, perché nessuna attenzione può restituire il cadavere di una bambina di sette anni. E ogni parola è ferita di coltello, accusa agra, accusa cattiva. La morte rende egoisti per necessità, la morte crea abbandono e arresto inenarrabile. La scena precedente la passione vi avvolge come ricordo vellutato, la scena successiva non sapete toccarvi. Siete solo essere umani, condannati a morte che non vi separi. Vi promettere eternità nella gioia e nel dolore ma ciò che ieri era normale pronunciare oggi non vale più. Fragili esseri umani, neppure la roccia rimane immota, scavata nei secoli dal vento, siete solo roseau pensant che amano immaginarsi eterni. Avete lottato, avete sperato, avete creduto e ora cantate il bisogno di soccorso e niente può salvarvi, la mano non si tende, la mano non riscalda, la mano affoga il respiro. Ho bisogno di calmanti per acquietare le lacrime di tre giorni e la mia separazione. Mi viene da ringraziarti per la fiducia. Confidenza preziosa che rimbalza e si confonde con la regia. Ma Elise ha un nuovo nome tatuato sotto pelle, Alabama. Anzi due: Alabama. Monroe. Uccelli protesi tra radici bluegrass e futuro. Uccelli che sbattono sulla terranda. Che non riconoscono vetro. Che divengono stelle. Per chi ci crede.

Canzoni del mese:
Andrew Bird, If I needed You (cover)
Natacha Atlas, Gafsa
Joan Baez, Famous Blue Raincoat (cover)
Simona Sciacca, Cu ti lu dissi
Domenico Modugno, Cosa sono le nuvole
Ásgeir, Heimförin

venerdì 25 aprile 2014

Crisi


Crisi. Immaginiamo una crisi, anzi due. Una matrimoniale. L’altra esistenziale. Diamogli due abiti diversi, uno reale e uno fittizio. Attraverso due vissuti agli antipodi. Il primo quotidiano, apatico e fatto di ambientazioni con i piccoli problemi di tutti: sveglia, lavoro, ritorno a casa, famiglia e stanchezza di fine giornata. Immergiamolo in un vuoto comunicativo, cosciente che parola sa essere coltello e provocare lacerazioni. Ancora prima che un cuore spezzato dal dolore immaginiamo una carta lacerata, una separazione. Una distanza. La scelta di non parlare per un pregiudizio. Perché tanto sarebbe inutile. Per il secondo vissuto invece prendiamo il personaggio senza nome di un libro. Probabilmente non ha nome perché pur essendo protagonista nella storia non lo è nella vita. Vive in Colombia e rimane orfano presto. Si ritrova a essere  prima comunista, poi teppista, soldato, asceta, paramilitare, burattinaio, in combutta con il narcotraffico e la politica corrotta e infine esule. Non c’è niente di strano in questo continuo cambiare, anzi resta sempre se stesso e non si avverte nessun paradosso. Cade, si rialza e ricade. Infine, stanco, con gli occhi pesti e il sangue in bocca, sta per scegliere la morte alle porte del 2000 in un appartamento di Madrid. Ma non muore. E rimane lì, sospeso nel vuoto di un nuovo secolo che è il vuoto di un paese. 

Se la prima crisi avesse delle immagini sceglierei queste, bellissime, dirette da Paola Rotasso:



Se la seconda crisi avesse delle parole sceglierei queste, articolate da Sergio Álvarez:

Inizio a pensare che i comandanti abbiano ragione, tu sei ancora comunista. Non capisci, gli dissi. Sì che capisco e so bene come si chiama quello che hai. Come si chiama? Vigliaccheria. Può essere. E sai cos’è peggio? Cosa? E’ per questo che sei nella merda fino al collo, per questo non hai una vita, né una famiglia né soldi. Cioè? Sei diventato vecchio e non hai ancora capito come funziona questo paese. E come funziona?, chiesi. Bisogna uccidere, fratello, in questo paese chi non ha ammazzato o non ha ordinaro di ammazzare non va avanti. Lo guardai spaventato. Credimi, fratello, qui è la morte che comanda e chi non ammazza né ordina di ammazzare non è nessuno, non vale niente.


giovedì 6 marzo 2014

Tivoli

L'età della transizione - XIII tappa 
.
 .
La veste rossa appassisce al fianco del mio corpo angariato dalla gotta. Riesco a discendere le gradinate della loggia con difficoltà e capisco di aver consumato il mio tempo dietro alle passioni e alla bellezza, perdendo di vista la natura delle cose che avevo sotto gli occhi, lì scolpita sul crocefisso appeso al mio collo. Mi sono riempito di orpelli e ho inseguito le cupole della cattedrale delle cattedrali, la dimora di Pietro. Sconfitto trovai rifugio nelle arti e nell’antichità. Ho curato la mia carne con la carne, io Simon Mago in un mondo di mercanti di spirito, e ho alleviato il dolore nelle pitture e nei giardini, nelle feste, nelle alte frequentazioni e soprattutto nell’acqua. Nella genialità dell’acqua protesa verso l’alto prima di riscoprirsi attaccata alla terra, scorrevole su terra. Sono a te Rometta, che mi appari come la grazia di una carezza, arranco nella frescura estiva del viale delle cento fontane fino all’abbraccio caldo dell’Ovato. Sei tu Nettuno, il Dio dell’umana caduta, la suprema ascesa infranta: arte e uomo, bellezza e morte nella mano protesa verso Nefeli e nel tuono di Zeus in furia. Ora la luce è spenta e mi abbandono alla Cristianità, ma prima di inerpicare un corpo che più non conosce salita mi fermo davanti a te, drago che donai a Gregorio Papa. Guardo te e cado. Cado. Cado, mentre la Roma dei poveracci dorme ancora. Finché non riscopriranno tutto questo, ma non so che farmene della Gloria eterna.

venerdì 21 febbraio 2014

Tradire d’amore


Non sono mai riuscito a condannare il tradimento, probabilmente perché di base lo considero umano. Anche perché sono convinto che non rappresenti un inganno della fiducia che un uomo o una donna ripongono nel partner. Nella mia vita, come quasi tutti, ho tradito e sono stato tradito. La mia natura è essenzialmente gelosa e l’idea che la persona che “frequento” possa “frequentare” altre persone mi corrode il respiro. Tendenzialmente preferisco non pensarci, essendo anche sentimentalmente abbastanza insicuro e non essendo neppure certo di saper esercitare un fascino irresistibile, anzi.
Proprio per gli effetti del mio logorio emotivo di gelosia ho cominciato a pensare giorno dopo giorno che il problema più che dal tradimento sia dato dalla gelosia. Sono arrivato a prendere in prestito teorie da equilibrista pur di difendere la compatibilità tra tradimento e lealtà nei confronti del partner.
Di base ho provato a convincermi che il tradimento è tale già a partire dallo spirito, dalle prime fasi di innamoramento, per quanto il senso del possesso venga ferito soprattutto quando la passione traditrice viene consumata fisicamente dal primo all’ultimo respiro e all’ultima goccia di sudore discesa su labbra altrui.
Che desideri o che faccia l’amore, che m’innamori cinque minuti per strada o che abbia una relazione di vent’anni con un’altra, che sogni o che scopi... Concettualmente cambia poco e tutto sommato non sono nessuno per imporre il desiderio d’amore, passionale o sessuale al mio partner. Non sono nessuno per monopolizzare tutto questo, anche perché sarebbe una realtà irrealizzabile, un bel castello in aria che potrei illudermi di aver costruito ma che cade senza neppure il bisogno di soffiare.
Il segreto della serenità è invece nella convinzione dei propri mezzi e del proprio ruolo all’interno della coppia. Questo sì, è insostituibile e basta a rendere unica una coppia, al di là di ogni desiderio fisico e di enfatuazione sentimentale. Al di là di ogni morale sulla fedeltà e a ogni istinto di possesso, che poi politicamente sarebbe pure una manifestazione borghese. La vita però è altra. Se l’uomo tende a tradire è vero pure che tende a non sopportare il tradimento (è per questo che il comunismo non esiste?).
Molti dei tradimenti avvengono –o vengono immaginati- quando dentro la coppia uno dei due ha particolarmente bisogno dell’altro. Chiede supporto, sopportazione, pazienza, annullamento del sé, un eccesso di attenzioni per superare momenti difficili. In quel momento scatta l’insofferenza, la necessità di ritrovare il proprio ego da accudire e tutelare. Si crea squilibrio nel moto dare/ricevere. Di chi è la colpa? Di chi ha chiesto di certo no, poveraccio stava soffrendo come un cane e c’ha pure le corna. La colpa è di chi non ha saputo dare tutto per amore, in un momento di dolore, fragilità e necessità del partner. Ma annullarsi d’amore non è amore, perché amore è reciprocità. E se reciprocità non c’è l’uomo non tende alla distruzione ma alla sopravvivenza e va a pescare un nuovo equilibrio dare/ricevere. Che sia nella sua immaginazione, per strada o in un letto. Il dolore si cura in due e non mettendolo sulle spalle dell’altro. Egoismo è eccesso di concentrazione sull’io, ma non l’esistenza di un io.
Detto questo, esistono un sacco di canzoni perfette per tradire. In questi giorni, per me questa è la migliore: 

Dammi passione, anche se il mondo non ci vuole bene
anche se siamo stretti da catene e carne da crocifissione

Presto noi sogneremo distesi al sole di mille primavere
senza il ricordo di questa prigione
di un tempo lontano ormai 
 
Abbracciami e non lasciarmi qui lontano da te
Abbracciami e fammi illudere
Che importa se questo è il momento in cui tutto comincia  e finisce
giuriamo per sempre però
Siamo in un soffio di vento che già se ne va

C’erano le parole c’erano stelle che ho smesso di contare
perso nei giorni senza una ragione nei viaggi senza ritornare

Ora tu non spiegare, tanto lo sento dove vuoi il dolore
quando la notte griderà il mio nome
nessuno ricorderà

Abbracciami e non lasciarmi qui lontano da te
Abbracciami e fammi illudere
Che importa se questo è il momento in cui tutto comincia  e finisce
giuriamo per sempre però
Siamo in un soffio di vento che già se ne va

Neffa, Passione


Canzone del mese:
Haris Alexiou, Loreena McKennit, Tango to Evora

lunedì 17 febbraio 2014

Ritratto di città – Atac #3


Di passaggio in transito nella stazione metro di Termini (stazione centrale di Roma), in data venerdì 14 febbraio ho notato cestini della spazzatura stracolmi, traboccanti e ampiamente traboccati in alcuni casi, con cumuli di rifiuti a terra che urtavano passeggeri, passanti, viaggiatori e turisti. Sceso alla fermata di casa mi rendo conto che i cestini sono traboccanti anche qui. Motivazione: sciopero degli addetti alla pulizia. Citando dal corriere della sera online, l’Atac sostiene di essere impegnata nella risoluzione del problema e nel frattempo invita gli utenti «a non abbandonare rifiuti come carta o bottiglie negli ambienti di stazione o a bordo dei convogli e a utilizzare cestini e cassonetti collocati nelle aree stradali adiacenti alle stazioni». La Roma ombelico del mondo è una cità sporca, molto sporca, come notano molti ma molti stranieri e molti ma molti studenti e lavoratori fuori sede. Oltre agli innumerevoli scioperi proclamati ogni anno dalle organizzazioni sindacali, oltre all’ignobile servizio di trasporti urbani gestitio da Trenitalia (le brillanti FR, diversa gestione, identici utenti), mi torna in mente che lo scorso dicembre aveva scioperato il personale di stazione contro gli straordinari non pagati. La brillante forma di protesta adottata è stato il blocco di ascensori e di scale mobili a sorpresa per diversi giorni, diverse stazioni e in diversi momenti della giornata. Geniali. La mia stazione ha tre rampe di scale mobili che scenderanno in profondità almeno per trenta metri. Immagino (anzi no, l'ho vista di persona) la gioia di sessantenni con valigia di ritorno da un viaggio, disabili, anziani, cardiopatici... D’accordo, a Roma tutte queste categorie sono già abituate, visto che il servizio di manutenzione delle stazioni metro non brilla per puntualità e che gran parte delle fermate non sono accessibili ai disabili. D'accordo, siamo romani e al lamento tutto è consentito. Dovremmo pensare a forme di mobilitazione e di sciopero anche noi utenti visto il prezzo degli abbonamenti. In realtà sono sicuro che ci avremmo già pensato se ogni giorno non avessimo quest'abitudine di andare a lavorare senza diritti sul lavoro.

sabato 8 febbraio 2014

Ritratto di città – Atac #2


Siamo di ritorno e siamo stanchi. Io imbraccio il passeggino, lei il bambino e risaliamo le scale della stazione metro. Sento qualcosa che sta per sfilare via, mi giro di scatto e un ragazzo mi è poco dietro con l’aria distratta. Tira fuori il cellulare e penso di essermi sbagliato. Comunque il portafogli è in tasca, tanto mi basta. Lo guardo ancora, lui sembra non farci caso e tira dritto con un compare basco in testa sulla pelata e barba lunga. Appena richiudiamo dietro la porta lei capisce che le hanno fottuto la camera digitale dalla borsa. Ripenso ai due tipi dall’aria distratta e vestiti neanche tanto male. Quello con il basco aveva urtato di passaggio anche una signora straniera sui sessanta. Riscendo. Cerco in un paio di fermate bus affollate, ritorno nel mondo sotterraneo, che mi sembra sempre meno normale. Scendo tre rampe di scale mobili, le risalgo nell’altra direzione. Giungo in cima. Mi si gela il sangue. Sono loro, parlottano con altri tre tipi e d’improvviso non mi sembrano più così raccomandabili. Non reggo, mi cago in mano e decido di tirare dritto. Ma li fisso. Li fisso e assumo un’aria di disprezzo, che almeno sappiano che ho capito. Loro non hanno la mia stessa paura e mi chiedono che cazzo voglio e che cazzo guardo. Gli rispondo dicendo che sono loro ad aver fottuto la camera a mia moglie. Ma che vuoi, ripetono, c’è qualche problema? Continuo a dirgli ma che cazzo andate a fottere la gente che fatica a tirare avanti un giorno in più e che per permettersi di comprare una camera digitale di seconda mano deve fare mille sacrifici. Uno mi fa ma cosa vuoi, non alzare la voce, dimmi che vuoi e siamo a posto. Io ormai vado in automatico, rivoglio la digitale. Uno dei cinque allora mi chiede se voglio solo quello. Mi dice di non fare casino e di seguirli. Continuo a cagarmi sotto, sono praticamente circondato. Ma lo seguo. Di nuovo giù per le scale mobili e di nuovo su da dove ero venuto. Quando apro bocca mi fanno di stare zitto. La rivuoi o no la camera, e allora vieni con noi. Io ricalco sul fatto che non ho un cazzo da perdere, camera a parte e che se rubassero a chi ha cose da perdere non avrei nessun problema. Ma io a quello che compro un valore lo do. Quando si spazientiscono di nuovo decido di stringere amicizia. “Di dove siete”, chiedo. “Io Bulgaria, lui Albania, lui Turchia”. “E che tipo di posti sono”, replico. Il turco è il più tranquillo, mi fa capire che ognuno ha il suo ruolo. C’è chi ruba e chi viene derubato. Siamo in cima all’ultima scala mobile, sono deciso a bloccarmi e a non uscire con loro. Decido di non fidarmi e di restare in orbita videocamera di sorveglianza. Ma non faccio in tempo. Appena su uno dei cinque mi mette in mano la fotocamera come se niente fosse. Loro camminano verso l’uscita, io con altrettanta naturalezza saluto il turco e faccio dietro front per ridiscendere ancora, trofeo in mano. Sano e salvo. Incredulo. E ora che è passata penso. Penso a due tipi di persone. Il primo che tende all’accumulo di beni di consumo che è convinto di amare e che prima o poi lascia in un angolo, quando la passione si consuma. Queste persone pensano a cosa gli piace e cosa no, cosa vogliono dalla vita, si chiedono se desiderano, ambiscono o appagano semplicemente delle inclinazioni e degli interessi. Coltivano, costruiscono città e industrie per produrre e creare benessere. Sfruttano la natura e la rendono altro. Si inventano una società di servizi e mercati. Pensano al senso, creano l’idea del benessere e ne sono parte, chi più chi meno. Anche quando ci sono milioni di persone con più carta moneta. L’atro tipo di umanità è stata conquistata dalle città. Non produce e non può nemmeno muoversi liberamente perché deve riconoscere di essere residente in uno stato. Deve essere cittadina di una nazione. Probabilmente una volta queste persone erano nomadi dediti all’allevamento, alle praterie e alle razzie. Gente che terrorizzava i civili, con il rombo dei cavalli al galoppo e delle frecce. Ma anche con la libertà. La libertà di chi non accumula e di chi usa ed esaurisce. Di chi il giorno dopo non ha più nulla di ciò che ha rubato e lotta di nuovo per un giorno in più. Mi chiedo che libertà sia quella di cui si sono forgiati i cittadini liberali nelle loro rivoluzioni. Mi chiedo cosa pensa l’altra umanità della libertà dei civili. E poi penso a cos’è che è più normale. Se il mondo di sopra o quello di sotto.

lunedì 3 febbraio 2014

Ritratto di città – Atac #1


20:15, dal cielo qualcuno butta giù pioggia e pioggia, pioggia su pioggia. Pulsante. Grigio rigato, scavato. Grigio che fu metallizzato, le porte scorrevoli si aprono. Per un attimo non entro, anzi sento un’inconscia repulsione. Ma è una situazione quotidiana, un atto di routine che non si arresta, così le gambe si muovono fin dentro l’ascensore. Dentro cicche di sigarette, plastica annerita alla rinfusa e carta consunta. Fardelli di consumismo e sporcizie di vissuto impossibile da risalire. Riesco a isolare solo la puzza di piscio, intravedo catarro sputato. Lo specchio ricoperto di spray privo di criterio. Alzo lo sguardo. Pareti scarabbocchiate con pennarelli, come pure il soffitto guarnito da debole luce al neon. Black neon, mi viene in mente, pensando a un libro comprato di recente e il cui titolo sembra sintesi perfetta e ragionata. Tutto questo non ha ancora quindici anni. La metropolitana è il marchio di una città, un sangue che trapassa vene e arterie. La mia stazione è profonda, si scende molto e ho tutto il tempo di mettere a fuoco l’inquietudine che si prova nell’attimo in cui le porte si aprono. È solo l’ascensore della metro ma sembra la via d’accesso ai bassifondi dello spirito, di un’umanità dimenticata dalla società di superficie. Eppure la gente normale ci scende. Convinta che anche la metropolitana di Roma –tutte le strade portano a Roma, Roma caput mundi- sia parte della città di sopra. Che gli emarginati si nascondono in fogne ancora più basse e nascoste alla vista. L’ascensore si apre, davanti alle porte non c’è nessuno e posso riprendere a percorrere la mia razionale routine. Una. Due. Tre, quattro e cinque. Sono in cinque in tutto, parlano con l’accento dell’Est e sembrano non superare i 16 anni. Salgono le scale mobili e si accalcano a turisti inebetiti. Non so cosa gli fottano, ma fuori dai tornelli il mondo torna a farsi normale. Ci sono persino tre persone in divisa. Un uomo sulla quarantina si avvicina e dall’alto di un incomprensibile senso civico dice: “Ci sono delle ragazzine che rubano di sotto”. Tre uomini in divisa alzano le braccia in segno di impotenza. “Non so che farci” dice uno. Le avrei riviste, le cinque ragazzine, un giorno e poi un altro. Anche altri le riconoscono, due tizi constatano tranquilli: “Arièccole, sempre qua stanno”, “nun je fanno niente perché so’mminorenni, però poi esce fori che c’hanno cinque fiji a carico”. Appena fuori dalla fermata di Marconi mi trovo davanti una scala per raggiungere Via Ostiense. A chiocciola, non si vede chi c’è cinque gradini più in là. La puzza di piscio è insopportabile, black neon qui lampeggia e penso che sta per iniziare un horror giapponese, fanghiglia nera ricopre metà di ogni gradino scalini costringendo a scendere quasi rasente alla colonna centrale. So che qualcuno apparirà all’improvviso al prossimo passo, o dopo un altro ancora. Se lo aspetta chi sale e chi scende, ma è inutile aspettarselo, salteremo tutti e due lo stesso. Per poi riprendere il respiro e pensare che nei bassifondi di città è ancora normale non fare brutti incontri.

venerdì 24 gennaio 2014

La coppia di Nanjing

Guardo cielo e nuvole, sul piazzale, davanti a una chiesa che avrà centinaia di anni. Groviglio di turisti, tedeschi, cinesi, giapponesi. Ieri sera, al momento di stendermi sul letto ho pensato che è dura trovare un senso a volte. Il cellulare squilla, tutto come pattuito. “Alla tua sinistra, due furgoni. Neri.” Riaggancio. Dai vetri del primo mezzo si intravede una donna, sui trent’anni. Mora e riccia, è lei che ha chiamato. Salgo nel furgone, sono in due. “Ciao, Valerio”. “Piacere, io sono Ilaria”. Parla lui, parla per pochi minuti. Mi dice che sarei andato avanti con Ilaria, una volta dentro avremmo individuato la merce, li avremmo fatti parlare per vedere in quale lingua ci avrebbero capito. Poi subito fuori, finito. Sarebbe intervenuto lui e li avrebbe messi spalle al muro, senza vie linguistiche di fuga. Va tutto come previsto. Mani nel sacco, una coppia di Nanjing. Cordiali, mi chiedono dove ho studiato, dove ho conosciuto mia moglie. Aprono tutte le confezioni, consigliano, sono gentili. Come sempre, come il 99% dei cinesi quando scoprono che qualcuno si è interessato alla loro lingua. Dopo tutto quello che è successo. Io e la finta zia Ilaria usciamo dal negozio, in busta abbiamo pistola e laser, missione compiuta. Entra Valerio e li inchioda per bene. Sa che capiscono l’italiano, a scanso di equivoci mi richiama dentro per ripeterglielo in cinese. Non devono più venderla quella roba lì, è pericoloso. Capita l’aria che tira la coppia di Nanjing si fa piccola, si nasconde alle telecamere, non è colpa loro –dicono- il proprietario è un altro. Neanche dieci minuti siamo di nuovo fuori, missione compiuta. Un lavoro pulito, tutto liscio come l’olio. O quasi. Che cosa è pericoloso, mi chiedo. E’ pericoloso vendere quella roba li, è pericoloso anche andare più a fondo. Dietro a quelle facce e a quel nascondersi dietro al bancone cosa c’è? La paura di essere riconosciuti? La paura che qualche documento non è in regola? La paura di dovere tornare indietro dopo aver trovato chissà come il coraggio di lasciare tutto per un posto che fino a pochi anni fa non sapevano neanche in che punto del mappamondo poteva mai stare? L’impossibilità di un rimanere o l’impossibilità di farsi una vita normale lontano migliaia e migliaia e ancora migliaia di chilometri da casa? E’ ancora così pericoloso vendere quella roba lì se è tutto così impossibile? Di che vissuto siete fatti? Chi siete oltre a essere i due che vendono quella roba lì? Al pubblico questo non interessa. Al pubblico interessa che avete venduto quella roba lì. Interessa la missione compiuta, senza andare troppo a fondo, che vivere è già abbastanza complesso di per sé. Al pubblico interessa confermare lo stereotipo. I cinesi vendono roba contraffatta. Roba che fa male. Rova pericolosa. E farsi una bella foto con Valerio all’uscita del secondo negozio. Se la fa un bel ragazzone alto, grosso e pelato, se la fanno due poliziotti di passaggio con un bel tablet, se la fa la parrucchiera del negozio di fianco. A televisioni spente quei due hanno ancora una vita. Stanno andando a letto, proprio come voi, e domani si alzeranno, proprio come voi, per un giorno in più. E chissà se dopo ciò che è successo oggi, anche grazie alla mia bella performance, staranno pensando che effettivamente quella roba lì è pericolosa. O se al momento di stendersi sul letto hanno pensato che è dura trovare un senso a volte.

lunedì 30 dicembre 2013

Terzo grado - nuove scritture


Perché in questi giorni mi cerco e mi ricerco nelle vesti dei sedici anni ancora non coscienti di sé? E guardo a ieri, io che sull’idea di ieri costruivo ideali e scrivevo versi commossi e sconnessi. Io, che perdo di giorno in giorno i giorni del mio passato, per combattere con il presente e imbrattarmi dell’oggi, dell’essere ora e in un luogo. Dimentico come un uomo medio, è questo essere adulti? È omissione del reclamo di urlo quotidiano? È perdita di voce perché lentamente appassisco al vento, o perché non so riconoscere che era battaglia impossibile da battere e che non ci accorgemmo di quel bagliore acciecante che fu la realtà? È vergogna per una parzialità che ambiva ad essere il giusto? Volgo le spalle all’ingenuità, come fossi un cappotto invernale che da’ riparo a mani fredde, o come molo da scorrere di spalle e in solitudine. Scogliera portoghese, colma di distanze e passati gloriosi, spenti e accantonati. Da Varanasi a Xi’an, da Petra a Samarcanda, dalle Meteore alle Alpi trentine. Ho pestato troppa terra per ricordare me stesso. C’è il viaggio per allontanare e il viaggio per ritornare, diceva Calvino e ricorda Simone, c’è Iliade e Odissea. C’è il viaggio per perdere se stessi e divenire altro e quello per ritrovare i passi perduti. Quella di Paolo e Alice è ricerca, quella di Andrea e Mara è fuga. C’è chi pensa a chi era e a cosa sarebbe potuto essere, c’è chi non si volta e acquisisce nuova pelle per non ricordare chi è stato. Terzo grado è uno specchio adatto a ogni uomo, perché ogni uomo ha una giovinezza da dimenticare e riscoprire.

Seguire con lo sguardo il profilo della costa, e desiderare il mare. Ricordare incidentalmente com’era bello giocare a tirarsi l’acqua, e restare lì, come una cosa abbandonata sulla rupe. Sentire il battito della risacca come quello del cuore.
Librarsi lontano come una vela ancorata al vento. Farsi anima, vibrare con il resto della natura.
Verso quel punto dove esistere, e naufragare, è tutt’uno”.

(Marco Crocenzi, Terzo grado, Roma: Edizioni progetto cultura, 2013).

Canzoni del mese:
Secondamarea, Gli anni del mare e della rabbia
Neffa, Passione
Valentina dorme, Ora che non sono più innamorato (cover)

martedì 22 ottobre 2013

Trasfigurare i tuoi giorni nelle mie prigioni - Ricordo n° 5


Maria Sole Maria Sole, regina di luce, divinazione celeste, tu sei pittura. Sei fiaba d’amore, che mi irradia e mi ispira. Lasciati idealizzare, lasciati sperare. Le tette di Manuela sono da spremere, la sua bocca è da aspirare. Maria Sole, tu no. Tu no, tu sei una bellezza verso cui protendere la mano senza che questa riesca a cogliere. Tu sei amore libero, un miele che non è dato ai prigionieri della lotta di classe. Sei amore di sinistra, amore dei fiori in abiti di fine novanta. Senza coscienza sociale e senza Vietnam, ma risplende un’anima in te. Un retaggio, un filo che si fa trama e tessuto da sognarmi addosso. Durante la contestazione. Contestare. Se leggerai mai le mie lettere di Jacopo Ortis, non so neanch’io di quale prigione morirò, ma nella mia cella sarò lì a cantare La bella ch’è addormentata la la là la la là la la là la la / ha un nome che fa paura / libertà libertà libertà. E tu sarai paglia su pietra fredda, sarai pensiero a riscaldare la memoria di colui che ha vissuto e ha perso il vivere. Maria Sole Maria Sole, lasciati immaginare nel mio esilio, lasciati ricordare dalla mia deriva. Io, esploratore che ho smarrito la rosa dei tuoi venti, che scopro America cercando India, che finisco in un fast food credendo di varcare la soglia di stanze ebbre di spezie, sari e sensualità. È una storia sbagliata. Ho fatto confusione, ma eri tanto bella. Eri davvero bella e non so se sei stata sogno o realtà mutata, trasformata, trasfigurata a mio piacimento. Maria Sole Maria Sole, ti vedo in quella clinica a pensare a un ventre che sarebbe stato e che non sarà. Ne sei uscita vestita di nero, tu che eri luce e portavi fiori tra i capelli. Ne sei uscita bambina, tu che potevi essere donna. E chissà in che mari solcherai, tra spire di fumo e aromi agrodolci ti intravedo e ti perdo ancora.

Canzoni del mese:
Kings of Convenience, My Ship Isn’t Pretty
Mark Lanegan, Gray Goes Black
Martin Luther McCoy, While My Guitar Gently Weeps (cover dei Beatles)
Skunk Anansie, Charlie Big Potato (non proprio di questo mese, ma i libri non si scelgono a caso)


sabato 5 ottobre 2013

Ciaramella


Frusta, pelle di piede e terra, terra di sud. Sferza la fuga verso mare, mare di rocce. A picco, e donne in piedi in camice bianco e nera capigliatura. Visione di sole e mare e sale e roccia da sanguinare. Possesso. Espiazione. Chiesa e piazza e donne in abiti lisi, scuri di emigrazione di suole consumate. Anima e vela, sabbia e nassa per tornare a sera con legno logoro e carezzato. Brigare e brigantare, pelle di piede e terra, terra di sud. Terra sfrenata da battere e arrestare, sensuale e posseduta, è qualcosa di più che antica, è viscerale, è tutt’uno con la roccia, è urlo roco e trattenuto, voce strozzata e musica danzata, sfrenata senza chiese e senza piazze. Polvere preesistente che ignora e stona, polvere che sta e non è doma. Dormiente terra, dormiente terra dal mare riemergerai e roccia sarai.

Canzoni del mese:
Officina Zoè, Don Pizzica
Eugenio Bennato, Sponda Sud
Musicanova, Brigante se more

sabato 28 settembre 2013

Il vento di Sicilia - Ricordo n° 4


Tienimi per mano, stammi più vicino. Il tuo viso sul mio petto, non tornare più.
La prima sigaretta che tenni in mano era una marlboro, ma avrei voluto fosse una merit. C’era la pubblicità di una barca a vela che avanzava in aperto oceano e il pianoforte di Wim Mertens che controbilanciava l’aggressività delle onde. Mi bastava per metterla una spanna sopra le altre marche.
Mi isolavo. Ogni sera, mi allontanavo da mamma e papà seduti al tavolino per mettermi gambe incrociate su un muretto a fare niente. Ad aspettare. Convinto che il problema fosse quella vicinanza infantile. Aspettare che qualcuno si accorgesse di un adolescente nel mezzo del mare di Sicilia. Non una gran strategia, a dire il vero, infatti persi mezza vacanza ad aspettare come Godot.
Giorno numero otto, quando iniziavo a pensare che il problema forse non erano mamma e papà, sento una voce di donna dire “Ciao”. Donna mulatta. Il primo approccio a una ragazza, cioè... d’accordo, il primo approccio da una ragazza. Diamine, come cambiano le cose in vacanza.
Dopo altri tre giorni, al villaggio, sulla mia donna mulatta iniziarono a girare strane storie. Chi l’ha vista baciarsi con quello. Chi vocifera sia stata a letto con un cameriere. Fatto sta che noi continuavamo a incontrarci ogni sera a venti metri dal tavolino dove sedevano i miei, con me parlava e basta.
Stanza numero 74. Interno. Siamo in una ventina, circa. Gioco della bottiglia. Posso uno (penitenza), posso due (abbraccio), posso tre (bacio, ovviamente con lingua) e così via. Il collo della bottiglia indica lei. Merda. Dice: “voglio levarmi uno sfizio”. Merda. “posso tre?”. Merda, davanti a tutti. Non lo chiede a me, ma al mio compagno di sigaretta. Che ovviamente dice di sì. Davnti ai miei occhi. Poi aggiunge “Scusa”, guardandomi con dolcezza. Davanti a tutti. Ecco, penso, che carina che si preoccupa per me. Peccato che non riesca a sollevare lo sguardo da terra.
“Ma possibile che da quando ti conosco hai scopato con mezzo villaggio e sono l’unico che manco t’ha baciato?”
“E allora cosa aspetti???? Fallo!!”
Non me lo faccio ripetere, dovesse cambiare idea. Le lingue incrociate, movimenti veloci, seta che scivola via. Fine. Beh, insomma, non proprio. Finiamo giù sulla scogliera, ci assentiamo per un paio di ore, la madre la cerca, tutto il villaggio la cerca. Vendetta, davanti a tutti. Era con me.
Sì, quella sera. Il giorno dopo già non più ma questo è un'altra storia, almen per lei.
Come quando condividevo le prime marlboro con il mio compagno di sigaretta e altri. Tutti mi guardavano aspettando che buttassi fuori il fumo. Ma niente. Mi ci volle un po’ prima di capire che il fumo andava respirato e non ingoiato. Mi sentivo gonfio dopo aver fumato.
Non capivo se fosse stata una vittoria o una sconfitta. Scoprire come si bacia grazie a una creatura mulatta che avrà condiviso baci con mezzo villaggio. Ero lì che pensavo e cercavo di capire, mentre Francesca bella di una bellezza che nulla aveva a che fare con questo mondo si negava a tutti i ragazzi dicendo di essere fidanzata.
Ultimo giorno, quello dei saluti. Si va in discoteca all’aperto. La mia creatura mulatta è già abbracciata a un ragazzo. Ma non mi importa. Anzi, prendo l’iniziativa.
“Posso tre?”
“Sì”, risponde Francesca.
La musica si ferma su Raf che canta cosa rimarrà di questi anni ottanta. Le voci si attutiscono, non mi importa neanche più di essere davanti a tutti. Incrocio lento e soffuso, le lingue sono protuberanze caratteriali e noi siamo velluto. Il vento di Sicilia si ferma. La ragazza più bella che abbia mai baciato. Misteri dell’attrazione. Poi iniziamo a ballare, credo si sia pentita immediatamente di quello che aveva fatto. Mai stato un gran ballerino, tanto meno in discoteca.
Quindici anni e un mare davanti.

Canzoni del mese:

Radical Face, Welcome Home
Bonnie “Prince” Billy, Same Love that Makes Me Laugh
Moina & Johnson, Each Star Marks a Day
Scott Matthews, White Horse
Beirut, Elephant Gun
Alsdair Roberts, The Cruel Mother

domenica 25 agosto 2013

Via Teofilo Patini, angolo Via Salviati.


Stazione metropolitana di Rebibbia, ore 7:30.

Per strada, sul bus, in metro. Ovunque puzza di fogna e piscio. Sedili evirati. Facce nere, facce maghreb, facce mulatte, puzze zingare, donne incinte. marmocchi urlanti neri, occhi mandorlati, capelli crespi arruffati. Sembra si muovano a branchi, che cazzo spereranno mai di trovare qui. Dimmi cosa c’entro io.
Mi fa schifo la periferia. Odio questa città. Odio quella che era la mia città e che ora non lo è più, perché l’hanno sfigurata. Loro con la loro povertà puzzolente e stentata. E qualcuno avrebbe dovuto fermarli o cacciarli, che se avessi qualche grado in più ogni tanto anch’io lo premerei quel bottone lì, guarda che anch’io non sono più né di destra né di sinistra.
E poi non sanno stare in fila, tutti ammassati intorno allo sportello, che sarà mai una fila –pensano, stanne certo- e perché non possiamo fare a gomitate e scannarci per pretendere a muso duro chissacché. Meno male che ci stanno i vetri divisori, altrimenti ce li troveremmo addosso. Che schifo che mi fanno. Hanno dello scimmiesco.

***

Zona Tor Sapienza, fermata del bus 437. Ore 12:17.
 
Capelli chiari e lunghi, sporchi. Viso asciutto, forse è uno slavo del Nord, corpo alto e magro coperto da una canottiera bianca, uno sguardo che sa andare a fondo, uno sguardo libero. E’ un bell’uomo, penso. Sale e getta delle occhiate verso di me, mi guarda mentre leggo. Sta per chiedermi qualcosa.

***

Ufficio immigrazione di Via Teofilo Patini, angolo Via Salviati, ore 10:36.

Dalle nove a mezzogiorno. Tutti i santi giorni di merda a smaltire i pellegrinaggi di questi qui. In che Dio crederanno, poi. Sono solo una massa di straccioni, secondo me non credono più in niente, se avranno poi mai creduto in qualcosa. Vogliono solo pretendere, non ascoltano neanche le risposte, loro pretendono perché non hanno niente da perdere e niente da guadagnare.

***

Cortile dell’Ufficio immigrazione di Via Teofilo Patini, angolo Via Salviati, ore 10:46.

Dalle nove a mezzogiorno. Ogni giorno li vedo arrivare a gruppi, mi chiedono dove devono andare per questo e per quello. Fino a qualche anno fa non avrei mai immaginato che al mondo ci fossero così tante anime vaganti e così tanti luoghi al mondo, ognuno con la sua gente, ognuna con vestiti diversi. Ci dicono che dobbiamo essere gentili, ma spesso neanche capisco cosa vogliono chiedermi. Però non ho niente contro di loro, sarà che il quartiere dove sono cresciuti non sarà tanto diverso dal mio. Sarà che neanch’io ci sto bene in questa città, sarà che potrei imparare qualcosa da loro.

***

Zona Tor Sapienza, sul bus 437. Ore 12:21.

Ha gli occhi addosso a me, smetto di leggere e aspetto senza sollevare la testa.
“Studia scienze politiche?”
“No, insegno... ma anche gli insegnanti studiano”. Non fa caso alle ultime parole.
“Insegna... scienze politiche?”
“No. Insegno storia. Storia della Cina.”
“Cina. E dove?”
“All’università. E lei?”
“Io? Io so tutto. La Cina... è tutta colpa nostra. Gli italiani, è colpa degli italiani. Nagasaki e Hiroshima.”
“Ma Nagasaki e Hiroshima sono in Giappone”.
“Giappone? –aggrotta le sopracciglia stupito- Nagasaki e Hiroshima... Cina e Giappone non fa differenza, è tutta colpa degli italiani. C’è il cardinale”.
“Magari anche un po’ degli americani?”
“Gli americani... e chi sono gli americani? sono cristiani, gli antichi romani”.

***

Ufficio immigrazione di Via Teofilo Patini, angolo Via Salviati, ore 11:48.

Meno male che finisce, ogni giorno. Peccato che ricomincia, ogni giorno. Che vorranno mai da questa città vituperata, da questa nazione con la bandiera umiliata da un popolo indegno. Che vorranno mai, che gli sputi in faccia li prendo io caro Ministro. Che qua sembriamo gente di frontiera. Come il west, come il Far West, come coloni abbandonati a noi stessi. Ad aiutare delinquenti a piantar radici per una rata di mutuo in più. Fottuti bastardi. Tutti, nessuno escluso

***

Zona Tor Sapienza, sul bus 437. Ore 12:25.

“Fuma?”, mi chiede.
“no, ho smesso...”
“Lei è di dove?”
“Di qui, di Roma. Lei?”
“Sono italiano”
“E si sente italiano?”
“No, gli italiani hanno fatto tutto loro, è colpa loro. Mi vergogno degli italiani. Il cardinale. Dicono bugie, ti fanno credere certe cose. Ma io so...”

***

Cortile dell’Ufficio immigrazione di Via Teofilo Patini, angolo Via Salviati, ore 12:00.

Ogni giorno finisce e inizia di nuovo. Ogni giorno dalla caserma a questo cortile, dal cortile alla caserma, a guardare quanta gente è abbandonata a se stessa. Sono un soldato dell’esercito italiano, ho diciannove anni e vivrò di un'altra vita.

***

Stazione metropolitana di Rebibbia, ore 12:28

“Io non la capisco, e poi...” –si ritrae infastidito, si alza, cambia posto e si allontana- “fumi.”
“No, ho smesso”. Sono intimorito. Il bus si ferma.
Indica la mia bocca. So di non avere lavato i denti stamattina e so di non avere mangiato nulla da quando mi sono alzato. Non volevo prendermi cura di me. Sento la sua puzza, mi soffermo sulla sua puzza.
“Siamo arrivati”.
“Sì –mi guarda deluso-, arrivati dove...”
Mi avvio alla porta. “Buona giornata”.
“Per me non esistono buone giornate”.
Fingo sorpresa: “Perché?”
Si avvia a passo spedito, guarda per terra: “Non ti capisco, non penso che sei un buon insegnante. Se insegni quello che c’è lì” –indica il libro-“quello è quello che ti raccontano, il cardinale”.
Lo seguo: “Insegno anche a non fidarsi di quello che c’è scritto sui libri”.
Si allontana: “Non sei un buon insegnante, sei il tipico italiano. Bugiardo.”
“Mi conosci da due minuti e già sai che sono bugiardo...”
“Guarda come sei vestito, di nero. Un insegnante vestito di nero, sei come gli altri insegnanti, sei peggio, lo sai che colore è...”
Sono le sue ultime parole. Penso che non si può sempre fuggire dagli altri. Che a volte bisogna fare qualcosa. Mi chiedo quanti penseranno la stessa cosa di me.

***

Ufficio immigrazione di Via Teofilo Patini, angolo Via Salviati, ore 12:30.

Un giorno me ne andrò lontano da questo schifo. Dalla merda e dal piscio che avete portato da casa vostra. Dai sedili evirati e dalle bandiere vituperate. Me ne andrò da questa periferia di merda. E voi resterete qui. Ancora ammassati allo sportello, come bestie che pretendono e basta. E io avrò pagato il mio mutuo.

***

Stazione metropolitana di Rebibbia, ore 12:33.

Me lo ritrovo giù in banchina. Abbassa lo sguardo e finge di non vedermi. Gli passo davanti e vado oltre. Arriva il metrò. Non sale. Io sì. Era un bell’uomo. E’ libero, è solo. Non ragiona ma il ragionamento serve nella società, non a sopravvivere. Quello è tutto istinto. Ma ha delle reminiscenze, già, lui sa tutto. Ci sono momenti in cui uno capisce che non può stare sempre a guardare. Non capisco se scrivere e insegnare significhi stare a guardare. Io sto ancora a guardare. Lui ha smesso anche di guardare.
Sul metrò un uomo sulla sessantina bracca una signora senza lasciarle il passo:
“Che ce l’hai un euro?”
Nessuna risposta.
“Che ce l’hai un euro?”
Nessuna risposta.
“Che ce l’hai un euro?”
Nessuna risposta. La signora riesce a divincolarsi e va avanti. Lui si precipita verso di me.
“Che ce l’hai un euro?”
Lo guardo negli occhi e scuoto la testa. Non mi crede ma si allontana lo stesso.
 
Canzoni del mese:
The Tallest Man in the World, The Dreamer
The Paper Kites, Bloom
Princess Chelsea, The Cigarette Duet