martedì 31 luglio 2012

"Luglio suona bene" - Parte II


Cronache dalla cavea, dal laghetto di Villa Ada e dal Circolo degli artisti. Beethoven, Madredeus e Will Oldham più band, tutto in una settimana. Musica e cultura sono tornati nella mia vita, vissute in modo un po’ troppo solitario, ma è pur sempre un punto di ri-partenza.

Del Portogallo non ho mai saputo granché: Lisbona me la immagino lenta e indolente, ma intellettualmente impegnata. Con porto, calli, caffè un po’ malinconici e gente che guarda agli spazi sterminati degli oceani. Fotografia ben precisa, che ritorna ostinatamente, ma difficile da mettere a fuoco, forse perché in realtà non ci sono mai stato. Mi chiedo anche se il mio Portogallo abbia qualcosa a che vedere con la città vera. Ho letto Saramago, leggo Tabucchi, leggerò Pessoa e forse un giorno anche Pires e Antunes. Penso i grandi navigatori dei secoli andati, ho un’idea vaga della spigolosità di Amália Rodrigues e non sto troppo a pensare se non ho mai visto un film di de Oliveira. Forse a darmi quell’immagine di mare e caffè, intelletto e nostalgia sono i Madredeus. O Paraiso anni fa mi ha squarciato, ha soppiantato Lezioni di Piano di Nyman nei miei momenti di studio, ricerca, di lettura e di profondità condivise. A seguire mi sono procurato Faluas do Tejo e Ainda, creando un contatto con il fado più sul piano della percezione che su quello della ricerca e dello studio. Forse perché sin dal primo ascolto è stato come mare a permeare spiaggia, con così tanta naturalezza da farmelo sentire come fosse stato sempre mio. Forse perché ha accompagnato i momenti in cui mi innamoravo della ragazza che avrei infine sposato. Non mi sono neanche poi interessato granché a come sia cambiata negli anni la formazione, ho scoperto da poco che Teresa Salgueiro ha lasciato il posto a Beatriz Nunez e che le formazione originale è pressoché scomparsa. Si legge di una musica che negli anni ha preso le distanze dal fado per votarsi alla contemporaneità, ma chi li conosce a modo mio non fa caso a queste analisi approfondite, volte a spogliare e decodificare. Sì, saranno pure cambiati nel tempo ma le sensazioni che provo ascoltandoli sono un porto sicuro e caldo. Prima di vederli dal vivo ero davvero emozionato. Nota intonata: l’unione di voce e chitarra con attorno alberi e lago di sera a creare una simbiosi distaccata dalla realtà. Nota stonata: una lieve abbondanza di violini (ma sempre magistralmente suonati) e alcuni suoni staccati dalla tradizione. Ma erano pur sempre i Madredeus e tanto l’animo quanto l’intelletto sono stati colmati.

domenica 29 luglio 2012

"Luglio suona bene" - Parte I


Cronache dalla cavea, dal laghetto di Villa Ada e dal Circolo degli artisti. Beethoven, Madredeus e Will Oldham più band, tutto in una settimana. Musica e cultura sono tornati nella mia vita, vissute in modo un po’ troppo solitario, ma è pur sempre un punto di ri-partenza.


Musica classica. Ho sempre pensato di non avere l’orecchio abituato per godere della musica classica. Ci ho provato poco nella vita finora, ricordo come abbia tentato di avvicinarmici intorno ai 16 anni o giù di lì. Non è mai stato un problema di fascino e di ascendenze. Le sinfonie mi hanno sempre incuriosito anche da bambino, quando ne ascoltavo il volume spropositato straripare dalle pareti dello studio paterno e restavo a contemplarne l’inaccessibilità a discapito delle esplosioni orchestrali. Epica solenne, interiorità, alone di mistero. Mi incuriosiva la musica classica, anche per la strana –e tanto, quanta umana- commistione di regole e passione. A provare a capirla ci provai per la prima volta in età da liceo. Era un periodo strano, di amori tormentati e passioni sfrenate. Il mio approccio fu analitico: estrapolavo dai 33giri ogni passaggio di una musica sinfonica, dandogli un titolo che ne coglieva aria e atmosfere, e registrando ogni variazione e ripresa, i crescendo e le pause, la quiete e l’orchestra. Erano anche gli anni in cui mi commuovevo sentendo i frammenti delle opere più conosciute: Ridi pagliaccio sul tuo amore infranto, ridi del duol che t’avvelena il cor... Vesti la giubba, la tragicità di questo passaggio mi inchiodava alla dignità della sofferenza; Ma il mio mistero è chiuso in me, il nome mio nessun saprà! No, no, sulla tua bocca lo dirò, quando la luce splenderà... Nessun dorma, un inno alla delicatezza unita all’estasi più pura del suono. Così, aveo scelto di confrontarmi anche con le sinfonie. Presi un po’ a caso tra i tanti: Borodin, Tchaikovsky e Wagner (lui sì, volevo farmelo piacere a tutti i costi) e mi misi a catalogare con spirito analitico ogni frammento delle loro opere per provare a memorizzarne le evoluzioni e rintracciare le radici delle esplosioni strumentali. Fu un tentativo razionale che non portò a molto, ma lo accompagnai con una lettura emotiva, non avendo gli strumenti per cogliere tecniche e contesti storico-culturali. Una quindicina di anni dopo non è cambiato molto. Mi ha fatto effetto vedere per la prima volta dal vivo un’orchestra suonare, abbinarla al volo dei gabbiani o a quello degli aerei diretti chissà dove in un cielo volto al crepuscolo. Mi ha toccato, molto, a tratti, ma a volte ero totalmente assente, distaccato da ciò che avveniva sul palco e ho avuto l’impressione, proprio come a quindici anni, che mi siano mancate delle chiavi di accesso. La musica sinfonica continua avere un sapore troppo aristocratico per la mia semplicità nel vivere la musica, forse è per questo che non sono riuscito a farmi scuotere fino in fondo dalla nona di Beethoven. Mi è bastata l’emozione di sentire un’orchestra dal vivo. E ad ogni modo non ero lì solo per me, ma per accompagnare la gioia di un’altra persona: auguri papà, è bello vederti felice come me da bambino e mi portavi a giocare in un parco acquatico in una qualunque giornata d’estate.

Canzoni del mese:
Giacomo Puccini, Nessun dorma
Ruggero Leoncavallo, Vesti la giubba
Madredeus, O Paraiso
Madredeus, A andorhinha da primavera
Madredeus, Coisas pequenas
Bonnie Prince Billy, Strange form of life
Bonnie Prince Billy, Lay and love

sabato 14 luglio 2012

Borbona

L'età della transizione - VII tappa


Di radure e stelle. Di luna, cieli e cime. Di pini e faggi. Di film muto, visto a distanza di spazi e tempi per capire che ci si è dispersi chissà su quali terreni, fra capitali tropicali e lingue diverse. Pellicola rovinata, colori stinti e sei persone che parlano, ridono, camminano, senza poterne rintracciare parole, ispirazioni e –forse- persino le mete. Il ritrovo è vuoto. Come il buco della notte. Un fremito che risale nell’ombra, canto d’amore di gioventù. Il vissuto è vissuto, resta vissuto. Vissuto, interiorizzato, proprio: di radure e stelle. Di luna, cieli e cime. Di pini e faggi. Di un poeta che canta l’amore del restare, di incontri occasionali e tende tirate su ai piedi del chiaro di luna. Delle voci, pause di sonni accennati e parole da pronunciare e ascoltare. Di colori, tanti quanti le sfumature della notte: ogni suono ogni passo su foglia ritornata alla terra. Ogni visione dall’alto, ogni odore di legna liberato dal fuoco. Cotto e mangiato, come il suono di un carillon.

Nel carillon:
Zhang Weiwei, Guo Long 张玮玮, 郭龙, Wu dou gu’er 雾都孤儿 (2012)
Zhang Weiwei, Guo Long 张玮玮, 郭龙, Liangge xiongdi 两个兄弟(2012)
Zhang Weiwei, Guo Long 张玮玮, 郭龙, Midian米店(2012)
Zhang Weiwei, Guo Long 张玮玮, 郭龙, Miaohui 庙会(2012)
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domenica 1 luglio 2012

Del Sud

In tempi di campionati europei e nazionalismi da palco –retorica collosa buona per crisi e sacrifici-
Ecco a tutti noi la nostra nazione, gli eroi e la gloria di stato:

“Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per anni.
E cancellarono per sempre molti paesi, in operazioni ‘anti-terrorismo’, come i marines in Iraq.
Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concessero libertà di stupro sulle donne meridionali, come nei Balcani, durante il conflitto etnico [...].
Ignoravo che, in nome dell’Unità nazionale, i fratelli d’Italia ebbero pure diritto di  saccheggio delle città meridionali, come i lanzichenecchi a Roma.
E che praticarono la tortura, come i marines ad Abu Ghraib, i francesi in Algeria, Pinochet in Cile.
Non sapevo che in Parlamento, a Torino, un deputato ex garibaldino paragonò la ferocia e le stragi piemontesi al Sud a quelle di «Tamerlano, Gengis Khan e Attila». Un altro preferì tacere «rivelazioni di cui l’Europa potrebbe inorridire». E Garibaldi parlò di «cose da cloaca».
Né che si incarcerarono i meridionali senza accusa, senza processo e senza condanna, come è accaduto con gli islamici a Guantánamo. Lì qualche centinaio, terroristi per definizione, perché musulmani; da noi centinaia di migliaia, briganti per definizione, perché meridionali. E, se bambini, briganti precoci; se donne, brigantesse o mogli, figlie, di briganti; o consanguinei di briganti (sino al terzo grado di parentela); o persino solo paesani o sospetti tali. Tutto a norma di legge, si capisce, come in Sudafrica, con l’apartheid.
Io credevo che i briganti fossero proprio briganti, non anche ex soldati borbonici e patrioti alla guerriglia per difendere il proprio paese invaso. Non sapevo che il paesaggio del Sud divenne come quello del Kosovo, con fucilazioni in massa, fosse comuni, paesi che bruciavano sulle colline e colonne di decine di migliaia di profughi in marcia.
Non volevo credere che i primi campi di concentramento e sterminio in Europa li istituirono gli italiani del Nord, per tormentare e farvi morire gli italiani del Sud, a migliaia, forse decine di migliaia (non si sa, perché li squagliavano nella calce) come nell’Unione Sovietica di Stalin.
Ignoravo che il ministero degli esteri dell’Italia unita cercò per anni «una landa desolata», fra Patagonia, Borneo e altri sperduti lidi, per deportarvi i meridionali e annientarli lontano da occhi indiscreti.
Né sapevo che i fratelli d’Italia arrivati dal Nord svuotarono le ricche banche meridionali, regge, musei, case private (rubando persino le posate), per pagare i debiti del Piemonte e costruire immensi patrimoni privati.
E mai avrei immaginato che i Mille fossero quasi tutti avanzi di galera.
Non sapevo che, a Italia così unificata, imposero una tassa aggiuntiva ai meridionali, per pagare le spese della guerra di conquista del Sud, fatta senza nemmeno dichiararla.
Ignoravo che l’occupazione del Regno delle due Sicilie fosse stata decisa, progettata, protetta da Inghilterra e Francia, e parzialmente finanziata dalla massoneria [...].
Né sapevo che il Regno delle due Sicilie fosse, fino al momento dell’aggressione, uno dei paesi più industrializzati del mondo (terzo, dietro a Inghilterra e Francia, prima di essere invaso).
E non c’era la ‘burocrazia borbonica’, intesa quale caotica e inefficiente: lo specialista inviato da Cavour nelle Due Sicilie, per rimettervi ordine, riferì di un «mirabile organismo finanziario» e propose di copiarla, in una relazione che è «una lode sincera e continua». Mentre «il modello che presiede alla nostra amministrazione», dal 1861, «è quello franco-napoleonico, la cui versione sabauda è stata modulata dall’unità in avanti in adesione a una miriade di pressioni localistiche e corporative» (Marco Meriggi, Breve storia dell’Italia settentrionale).
Ignoravo che lo stato unitario tassò ferocemente i milioni di disperati meridionali che emigravano in America, per assistere economicamente gli armatori delle navi che li trasportavano e i settentrionali che andavano a ‘far la stagione’ per qualche mese in Svizzera.
Non potevo immaginare che l’Italia unita facesse pagare più tasse a chi stentava e moriva di malaria nelle caverne dei Sassi di Matera, rispetto ai proprietari delle ville sul Lago di Como.
Avevo già esperienza delle ferrovie peggiori al Sud che al Nord, ma non che, alle soglie del 2000, col resto d’Italia percorso da treni ad alta velocità, il Mezzogiorno avesse quasi mille chilometri di ferrovia in meno che prima della Seconda guerra mondiale (7.958 contro 8.871), quasi sempre ancora a binario unico e con gran parte della rete non elettrificata.
Come potevo immaginare che stessimo così male, nell’Inferno dei Borbone, che per obbligarci a entrare nel paradiso portatoci dai piemontesi ci vollero orribili rappresaglie, stragi, una dozzina di anni di combattimenti, leggi speciali, stadi d’assedio, lager? E che, quando riuscirono a farci smettere di preferire la morte al loro paradiso, scegliemmo piuttosto di emigrare a milioni (e non era mai successo)?
[...]
Credevo a Giosue Carducci delle Lettere del Risorgimento italiano: «Né mai unità di nazione fu fatta per aspirazione di più grandi e pure intelligenze, né con sacrifici di più nobili e sante anime, né con maggior libero consentimento di tutte le parti sane del popolo». Affermazione riportata in apertura del libro (Il Risorgimento italiano) distribuito gratuitamente dai Centri di Lettura e Informazione a cura del ministero della pubblica istruzione direzione generale per l’educazione popolare, dal 1964. Il curatore, Alberto M. Ghisalberti, avverte che, «a un secolo di distanza (...), la revisione critica operata dagli storici possa suggerire interpretazioni diversamente meditate (...) della più complessa realtà del ‘libero censimento’ al quale si riferisce il poeta». Chi sa, capisce; chi non sa, continua a non capire [...].
Io avevo sempre creduto ai libri di storia, alla leggenda di Garibaldi.”
...

da Pino Aprile, Terroni, Milano: Piemme, 2010.
  

Canzoni del mese:

Briganti di terra d’Otranto, Core schiattasu
Ghetonia, Kalì nifta
Eugenio Bennato, Ninco Nanco
Zimbaria, Le sei menu nu quartu
Menamenamò, Menamenamò
Tommaso Zuccaro e Salentucantu, Tristezza cantu
Orchestra popolare italiana,

venerdì 1 giugno 2012

Quello che devo fare

 Quello che devo fare. Atto, movimento. Contro chi la sovversione la pensa e la immagina, chi la rigira, la trastulla e la teorizza: “I due apprendisti sono furiosamente al lavoro, nella grande stamperia di messer Hergott in Norimberga. Le mani trasformano l’inchiostro sulla semplice carta in caratteri di piombo che moltiplicano le parole. Rapide occhiate e dita agili che ricompongono gli scritti del Magister: proiettili che verranno scagliati in tutte le direzioni dal più potente dei cannoni. Il torchio, nell’angolo, sembra dormire in attesa di imprimere il sugello finale.”
Thomas Müntzer, gli anabattisti di Münster, l’editoria italiana di metà XVI secolo. Così come si potrebbero dire anche Wat Tyler, Jan Hus, György Dózsa, Juan Bravo, Matija Gubec, Ivan Bolotnikov, Masaniello, Sten’ka Razin, Yemelyan Pugachev, José Gabriel Condorcanqui, Christian Benjamin Geißler, Toussaint Louverture, Teodor Avramović, Pasquale Domenico Romano, tanti altri, quanti altri ancora e tutte le lacrime di lotta lasciate in disparte dalla storia. Sotto i colpi della tortura e della privazione.
La storia, storia del potere.
"Noi solchiamo i meandri della storia. Noi siamo ombre di cui le cronache non parleranno. Noi non esistiamo."
Chi li scrive i libri che vengono insegnati, che tradimento diamo alla memoria indicando i buoni e i cattivi. Chi la fa la storia, la storia siamo noi, bella ciao che partiamo? “Nell’affresco sono una delle figure di sfondo. Al centro campeggiano il Papa, l’Imperatore, i cardinali e i principi d’Europa. Ai margini, gli agenti discreti e invisibili, che fanno capolino dietro le tiare e le corone, ma che in realtà reggono l’intera geometria del quadro, lo riempiono e, senza lasciarsi scorgere, consentono a quelle teste di occuparne il centro.”
Parlami di come si scende in strada fuori dalle università, di come gli intelletti incontrano la fede e di come si può essere incuranti di tutto il resto. Dimmi degli schieramenti e le loro ragioni, di chi sceglie la protezione e di chi antepone il rischio del fango e della sconfitta. Raccontami chi non rinnega mai a se stesso ciò per cui ha combattuto perché la sconfitta non rende ingiusta una causa, dell’istituzionalizzazione delle rivoluzioni. “Avete conosciuto le lettere e le armi. Avete combattuto per qualcosa in cui credevate e avete perso la causa, ma non la vita. Capitemi, parlo del senso della vita che accomuna gente come me e come voi, l’incapacità di fermarsi, di accomodarsi in qualche buco, in attesa della fine; l’idea che il mondo non è che una grande piazza su cui si affacciano i popoli e i singoli uomini, dai più scialbi, ai più bizzarri, dai tagliagole ai principi, ciascuno con la sua insostituibile storia, che racconta già la storia di tutti. Voi dovete aver conosciuto la morte, la perdita. Forse c’è stata una famiglia, da qualche parte, lassù nelle terre del Nord. Sicuramente molti amici, persi per la strada e mai dimenticati. E chissà quanti conti da saldare, destinati a rimanere aperti.”
Come fate voi a uscire dal cerchio senza disegnarne un altro, insegnami cos’è l’anarchia.
“In questa vita ho imparato una cosa sola: che l’inferno e il paradiso non esistono. Ce li portiamo dentro dovunque andiamo.”

Liberamente integrato con: Luther Blisset, Q (Einaudi, 2000)

lunedì 28 maggio 2012

Cerveteri

L'età della transizione - V tappa


Alla Banditaccia popolo di scavatori. Vie nel tufo tra tumuli, un altopiano scavato e terra strappata, vegetazione fitta a ricoprire la memoria e consegnare alla pace. Popolo di un metro e qualcosa, in miniatura, dipingevano terracotta alla maniera greca. Poco altro, la pioggia mi ricaccia indietro, un altro buco nell’acqua, cacciatore di respiri che resta con la polvere in mano. Ancora l’ombra di morti di migliaia di anni fa, solo ombra ridata alla natura. Dalla terra alla terra, fin dentro alla terra. Tutt’uno con la terra. Terra e acqua.
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sabato 12 maggio 2012

Cara è la fine

Ti ho rivista.
Era come ieri, sai. Senza lo sporco che ci siamo lasciati addosso, di lacrime, silenzi e bugie. Eri come allora, ma avevi una casa nuova, grande. Con il tuo compagno di musica e di vita. Chissà, forse in Toscana. Apri la porta, e l’aria è sorpresa, il silenzio imbarazzato. No, non è vero. Apri la porta ed è come se così sempre fosse stato, il sottile piacere di ritrovarsi, il sorriso di chi sa che sarebbe stata la cosa più naturale che potesse accadere, ritrovarsi. Ed è stato naturale parlare, recuperare il tempo perduto e gli anni persi di vista, riscoprirsi gli stessi di sempre. Di quando ascoltavamo serrande alzate (tu), e poi il buio (io), malinconica e –sempre e comunque- Nuotando nell’aria (tutti e due), anche se quella era venuta prima (quando io sentivo quante volte di Claudio Baglioni e tu Mina, Anna Oxa perché la Oxa ha una bella voce). Un album almeno lo abbiamo condiviso. Chissà cosa ascoltiamo ora, in questo tempo insieme senza spazio strappato alla coscienza. Ed è stato naturale baciarti anche se avevi un compagno e io –al di là del tempo senza spazio- fossi già sposato. In un bagno che era riparo di candore. Senza sensi di colpa, come se fosse qualcosa di appartenente al passato. Fare quell’amore che non mi hai mai dato come una passante di De André. Come una visione univoca staccata dalla realtà, come uno strascico, un altro punto di vista a sommarsi in quella storia già intrisa e inzuppata di io e di spazi individuali(sti).
Vorrei riprendere a suonare la tua voce. Lasciare la tua voce prendersi lo spazio. Sulla Riviera di Ponente, dalla Riviera di Ponente in poi. Cercare un’illusione con pezzi di vetro, l’unico pezzo che abbia mai studiato con la chitarra e ci sarà pure un motivo visto che di De Gregori non mi è mai importato un granché. Non saprò mai come è mai possibile riuscire a tradire, mentire, essere tradito, essere ingannato dal primo amore. Così bianchi così sporchi, proprio come i bambini. Non saprò mai come è stato possibile incontrarti a sedici anni, ritrovarti a diciotto e poi ancora a venti o giù di lì in uno scenario decontestualizzato e naturale. Non saprò mai come mai è stato possibile perdersi così. Non tanto perdersi, ma perdersi così e ripensarci dieci anni più vecchio. E in questo spazio senza tempo ricordo quanto ti ho amata e quanto avrei voluto amarti, quanto ti sto amando e quanto non ti ho mai dimenticata. Al punto da non volermi alzare per iniziare il mio non-lavoro.

Soundtrack:
Micah P. Hinson, While My Guitar Gently Weeps, 2009 (cover).
Bon Iver, Michicant, 2011.
Matt Elliott, Dust, Flesh and Bones, 2012.
Fabrizio De André, Vinicio Capossela, Valzer per un amore, 2011.
Franceso Guccini, Canzone delle domande consuete, 1990.
Francesco De Gregori, Pezzi di vetro, 1975.
Claudio Lolli, Io ti racconto, 1973.
Marlene Kuntz, Nuotando nell’aria, 1994.


domenica 22 aprile 2012

Lüxingzhe (旅行者)

Zai lushang (在路上), Yuanfang (远方), Xibei (西北).
Quello dei lüxingzhe non è un gruppo musicale ma un percorso incrociato di musicisti, con un immaginario scarno, essenziale ma ben definito. D’altronde non potrebbe essere altrimenti se si parla di mínyáo (民谣): yáo come rock, mín come condizione di essere tra la gente. Un genere –il neo folk cinese- con pochi punti di riferimento a delineare orizzonte e scenario. Pochi elementi, ad esempio la strada. Quella del viaggio verso luoghi lontani. Fatti di genti diverse, dalla città alla prateria. Di suoni inusuali, di strumenti desueti trasmessi da tradizioni. Viaggio. Nella memoria, verso le origini. Spoglie di elucubrazioni, suppellettili e sovrastrutture. Viaggio. Alle origini dell’uomo e alle origini come individui. Canti di uomini arenati nelle metropoli in cerca di lavoro e caduti nell’emarginazione socio-economica, esiliati a rimpiangere fiumi e stagioni. Viaggio a ritroso, di nostalgia e memoria elevata, innalzata, sublimata. Geografico, verso il Nord-Ovest, praterie deserti di loess montagne altopiani campagne. Mongolia Ningxia Gansu Tibet Turkestan.
Lüxingzhe (旅行者), i Viaggiatori.
Ruotano intorno a Wu Junde, classe ’72, un trascorso tra alcune delle realtà di maggiore spessore della musica cinese (Shetou, IZ, Hanggai) e un progetto attivo dal 2008 che intreccia collaborazioni con diversi artisti: Xiao Zhou, Zhou Laoda, Zhou Shengjun, Wubuli, Zhang Zhi, Wen Feng, Chen Zhipeng, Zhu Fangqiong, Wan Xiaoli, Hugejiletu, Da Song, Wang Xiao, Ciren Yangji, Malika, Xiao Hai, Adili, Zhou Sheng, He Xi, Zha Yang... Toccano corde ed etnie diverse, foggiando forme per società contemporanee. Ci leggo potere evocativo e osservazione della natura umana, rileggo me stesso nella diffusione di un suono nei cieli delle terre alte. O nelle cavità delle metropoli, con echi di uomini alla ricerca di luoghi che forse esistono forse no, forse erano forse non sono più, forse non sono mai stati se non nei sogni e nella cecità. Un misto di esotico e radici sociali, ricordo appassionato e tradimento di se stessi, immagine di libertà e nuvole. Nuvole e strada. Vento lontano di luoghi lontani, ancor più lontano di luoghi lontani (远在远方的风比远方更远).
Non so più se è il canto di un uomo che cerca la sua terra perduta, gli odori e i fiumi; o sono io ad avere perso una terra e le sue voci.

Non ti ho mai conosciuta
E non ho mai conosciuto neppure me stesso
Ho solo un cammino senza sosta
Solo una ricerca senza fine
Il sole si leva e di nuovo discende
L’amante è giunto da lei e di nuovo è andato via
Ho solo un cammino senza sosta
Solo una ricerca senza fine


我从来都不认识你
就像我从来都不认识自己
我只有不停的走啊
我只有不停的找

太阳升起来又落下去
爱人来了她又走了
我只有不停的走啊
我只有不停的找


Mini playlist:
Lüxingzhe 旅行者, Lüxingzhe 旅行者 (2010)
Lüxingzhe 旅行者, Shengming zhi lu 生命之路 (2010)
Xiao Zhou e Lüxingzhe 小舟, 旅行者, Gudu de ren 孤独的人 (2010)
Xiao Zhou e Lüxingzhe 小舟, 旅行者, Fangmu guniang 放牧姑娘 (2010)
Zhang Zhi e Lüxingzhe 张智, 旅行者, Liulangzhe 流浪者 (2010)
Zhang Zhi e Lüxingzhe 张智, 旅行者, Mukulian 木库莲 (2010)

domenica 15 aprile 2012

Cerca nella sabbia i miei reperti, porta alla luce questi fossili ricordi*

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难过 意思是再难也要过去 难受 就是再难也能承受

21 marzo 2012. Ventuno caratteri, sette giorni prima di morire. Parole scritte per chi rimane. Per il lusso e l'assenza, per i giorni da spendere nell'aria e nella polvere. Scuoto ripetutamente la testa per cacciare via l'idea, l'immagine, il pensiero. E' impossibile concepire quanta gente ti ha amato in questi mesi e contemporaneamente quanto sei stato solo. Perché in fondo eri irraggiungibie per tutti noi.
Ovunque tu sia, in qualsiasi forma, qualunque aspetto tu abbia, quale sia la tua essenza in ciò che è senza tempo spazio e dimensioni.
Che ci siano piatti da lavare per contraccambiare un invito.
Che possa persistere in te un pezzo di memoria della vita su questa terra di malattia.
Per gli uomini che siamo, per l'uomo che sei stato, per le vite condivise.
Il significato della difficoltà è che per quanto difficile bisogna andare avanti lo stesso. Quello della sofferenza è che per quanto difficile è pur sempre possibile resistere. Quanta vita può insegnare un uomo vicino alla morte da un letto di un ospedale.

Canzone del mese:
* Acid Folk Alleanza, Fossili (1996)

giovedì 5 aprile 2012

Milano

L'età della transizione - II tappa (a ritroso)


Io ti racconto città in bianco e nero. Di stile come il bianco e nero. Del Nord in bianco e nero. Piazza, bella piazza. Gremita nei due sensi, botteghe su botteghe negli ampii viali dipanati commerci di gusto. Gente abbigliata e truccata, davanti a uno specchio. Con ciglia lunghe. Me la lascio alle spalle mi lascio inghiottire lontano dagli echi di strada tra ombre e vetrate cupamente dense. Gotico, l’apoteosi del sacrificio. Non sono qui per questo. Sono in caccia. Fuori, la strada. Mappe tracce foto palazzi strade odori e fiuto, cazzo quanto tempo è passato. Le stesse vie avevano forme diverse una volta. O sono io, è nella mia mente il problema. Quegli stessi pavimenti rossi, gli stessi tram. Non è rimasto niente, né rose né odori. Siamo stati sommersi, non fumo neanche più ora, di sicuro non ho più grandi ideali. Non sono qui per questo. Sono in fuga, da lei e da Brera. Respiro. I Navigli, terre e acque esilio dei falliti artisti falliti innamorati. Piatto come l’acqua di città. E ponti, sollievo. Sono in fuga, dalle chitarre dalle stazioni da cosa ormai non lo so neppure più. Dai fantasmi.
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giovedì 29 marzo 2012

Matera

L'età della transizione - I tappa (a ritroso)



Vespro. Febbre, dobbiamo fermarci. Luci. Città. Discendiamo la strada che ormai è notte. Città. Spianata sotto gli occhi. Scoscesa su un costone di fiaccole e rocce. Aspra. Austera. Povera. E fuochi oltre la montagna, scavati nelle grotte. Uomini, donne, le loro torce lungo la mulattiera in processione verso una fede proibita. Dimentichi dell’elemosina strappata giorno dopo giorno alla natura e alla vita. Per una notte, in fila per assistere alla nascita. È un luogo d’altro mondo, mondo lontano. Nascosto.



Mattino. Mi reggo ancora sulle gambe. Asino. Polli. Bestiame. Puzzo sudicio. Sospingo i passi oltre la soglia, tutto ha una forma alla luce del giorno. Montagna scavata erba bassa secca lapidata dal vento nuvole nere in successione aprono squarci di sole. Centinaia. Centinaia di buchi nella roccia, riparo per uomini e bestie. Portati via alla roccia. Potrebbero sembrare antri ignoti dove non è consigliabile inoltrarsi. A me sembrano luoghi lasciati in pace dove condurre la propria lotta di vita.



Domani. Hai mai sentito scorrere il vento hai mai camminato su una cresta hai mai visto cielo e terra. Gli asini. I loro occhi d’uomo. I pastori del Sud, pelle ruvida. Eremiti d’un credo d’Oriente. Lì per lì, mi è sembrato quanto di più simile alla libertà potessi immaginare. Un paradosso, non c’è dubbio. Naturale, in realtà sono schiavi della terra. Sì, deve essere così. Eppure...
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lunedì 26 marzo 2012

Ostia antica

L'età della transizione - IV tappa



Brusii. Di un carro. Alle spalle, in avvicinamento. E cavalli, zoccoli, sulle lastre in pietra e tra i silenzi della necropoli. Mi superano e proseguono. Più avanti. Una porta, con mura intorno. Berciare confuso, città di mare, sbraitio e brulicare umano. Come hanno fatto a dominare il mondo, visti da vicino sembrano solo una massa come tante, ignorante. Cammino in cerca di una foresteria. Terme, mercato, i loro dei. Teatro, ne avete costruite di cose. Rimarranno solo rovine e memoria mistificata. Non che sia poi così male, siamo pur sempre uomini, voi imperiali come me. Di passaggio.
...

giovedì 8 marzo 2012

Monte Soratte

L'età della transizione - III tappa



Mentre poggio il passo. Montagna empia di soldati, albero cavo pieno di acciaio. Eremi in dimenticanza, su una via oltre le nuvole, alberi fitti e bosco. Respiro fondo di donna madre -dalle interiorità- ansimare di terra e acqua.
...

venerdì 24 febbraio 2012

Com'eravamo

È vero che la resistenza, la guerra, la ricostruzione appartengono al passato come fosse un libro di storia a parlarci di echi indistinti.
È vero che non sappiamo cosa ha significato e non ci interessa poi neanche tanto acoltare i vecchi, le rughe i suoni di quell’epoca. Come fossero parte ormai di musica folk.
Che poi ci dicono la memoria, la memoria. Ci coprono di giornate del ricordo usa e getta, da smaltire con il ricordo del giorno dopo in perfetto stile uso consumo.
Mi chiedo se è davvero così tutto diverso, l’Italia del 2012. “E la guerra non c’è più ormai, la guerra è finita”.
È vero che l’anticapitalismo, l’egalitarismo fanno tenerezza ridicolo e malinconia. I sogni sono della gioventù, ci pensa la società a raddrizzarli. E chi è uscito dalla guerra con l’animo rotto, incrinato o scalfito come fosse alba è gioventù. E noi? Noi, i loro figli e nipoti, paradossalmente, gli adulti. Almeno in rapporto all’età dell’essere umano, se si può essere più adulti dei propri genitori.
Il partito sovietico, quello cinese. La sinistra italiana. Sono peggiori del peggior berlusconismo. Ci hanno privato di ideali come il peggiore dei traditori. Costringendo in società che non ammettono immaginari alternativi. Sbilanciando l’alternanza tra sogno e cinismo. Svilendo il valore della terra, della piazza e della strada, abusando del popolo e del suo nome mentre si adagiavano al valore umano dell’arricchimento e dell’accumulo.
Tra idealismo e realtà, dove la distruzione è condizione dell’idealismo, che si fa presupposto del realismo, da cui scaturisce il distacco dal sogno e nuova guerra.
Che forma avrà amore mio, che nome idolatrerà questa esplosione e sopravviveremo per guardare nuovi giovani lambire nuovi sogni come architetture esteticamente appaganti.
Che nessuna guerra è giusta ma ogni guerra è così umana, almeno quanto l’amore.
È vero che in questi momenti vorremmo essere come nomadi.

Ascolti del mese:

Claudio Lolli, Ho visto anche zingari felici (1976)
Claudio Lolli, Donna di fiume (1975)
Claudio Lolli, La giacca (1973)
(e per inevitabile spiazzante contrasto): Baustelle, Il liberismo ha i giorni contati (2008)
(e se questo libro fosse canzone): Luther Blissett – 无名, Q (2000)

martedì 31 gennaio 2012

Storia di un amore

Amure mio, a vita è n'estate lassa stari i corvi lassù
ca nun c'è Dio ma c'è un cantu di streghe
e n'tu lettu c'è un diamante che ho nascosto e u poi pigghiari sulu tu.


Cos’altro dobbiamo dirci, è storia d’amore finita. Cambiata, trasfigurata, recitata da rapporto professionale. No, storia di reincontro tra amici, tra birra e vino. O di una cena spesa a osservare e capire. Merda, non ricordo più. Rabbia? Tenerezza? Di un innamorato abbandonato?
Ansia, quella sì. Da prestazione? Da attesa di giorni sgranati come perle di rosario?
E torno a chiedermi cosa c’entrasse Roma e cosa siano stati quei silenzi e quei giochi di coppia e di complicità, siamo uomini in fondo (“ed è questo che ci salva”?).
Chino il capo.
Ma non ci sto e ritorno su, trastullo, frugo, scompiglio e riordino. Inutilmente. Io, io, io, io, cadute di stile e ricadute nell’io. Così umanamente staccati dal punto di osservazione analitico (ed è questo che ci rovina?).
I giochi d’amore e pena sanno essere sottili, dosano gentili attenzioni e schiaffi amplificati dagli echi delle emotività, difficili da catalogare. E allora bevo e guardo su tutti i balconi, ma non è notte di streghe.

Non so da dove siate usciti fuori alla fine, mi portavo dietro quel respiro pesante da mesi, ed è cresciuto di strada in strada. Muri di carta ricreati ad arte e stelle appese a fili che sbucano dal soffitto a forma di cielo. Mi hai parlato di un treno verso il mare dell’Est, mi hai fatto ricordare di avere scritto un libro e di avere esposto una linea di pensiero davanti qualcuno. Ma chi sei tu, con quel volto indefinito? Che ricordo sei?
Di uno, cento e cento amori. Di quegli amori avvolti dal fumo e dimentichi di Dio; metropoli estranianti e familiari, ridenti incoscienti e scoscesi. Così... giovani. Sogni e delusioni, ascensioni e scenate. Corpo su corpo, piumini inspessiti dagli inverni rigidi, che fuori c’erano neve e calzamaglia. Respiri da odorare a occhi chiusi perché quando li riapro in realtà sono distanti.
Non so quanti giorni mi rimangono da vivere, con questo fisico intatto con il pensiero rivolto alla morte.
Quasi non posso pensare di esserci passato sopra davvero. Così, spalla spalla a un ideale, e vitale senza stremo, sulla strada verso Nord o verso Ovest ai bordi del confine. I minimarket 24 ore su 24 puntualmente di notte ero lì per una mild seven in più o per i gelati o per tutti e due. O solo per le insegne luminose dopo il calore di folk e grappa. Non so come sia riuscito a non tremare quando mi ritrovai con quel registratore in mano, la prima volta. La prima volta che lo abbiamo fatto, avevamo appena litigato fino a non parlarci più per un’ora e mezzo di metro e bus. Non ricordo il motivo, solo il silenzio. Mi sarei potuto innamorare di tutti voi, personaggi di una storia persone reali.
Ed è finito.
Per il silenzio su cui ho sbattuto e che ho scolpito per versare lacrime virtuali in assenza di tempo e percezioni di spalle.
Per amorevole compassione.
Per idiozia.
Per ambizione.
Perché dalle giostre scendo sempre per secondo.
Perché forse torno indietro ma in fondo è impossibile ma non so ancora guardare abbastanza avanti.
E mi cullo, mi cullo nel passato col sapore de sogno. Capace di vederli sbucare a Roma, uno per uno. Non dormirci la notte, non trovare le strade, ostentare self control, odiare et amare, bere insieme un goccio in più.

Amure mio, a vita è n'estate lassa stari i corvi lassù
ca nun c'è Dio ma c'è un cantu di streghe
e n'tu lettu c'è un diamante che ho nascosto e u poi pigghiari sulu tu.


Canzoni del mese:

Fabrizio De André, Il suonatore Jones (1971)
Alessandro Mannarino, La strega e il diamante (2009)
Zhang Zhi e Lüxingzhe 张智, 旅行者, Liulangzhe 流浪者 (2010)
Zhang Zhi e Lüxingzhe 张智, 旅行者, Mukulian 木库莲 (2010)

mercoledì 11 gennaio 2012

Nuvole, zio

Perché quella foto lassù non ci può stare, pensavo. In quella fila di lapidi a schiera su più piani.

Perché disarmonica perché quel dolore disarmonico
incrinatura stonata
tra noi famiglia di buoni valori e sentimenti
aspettative semplici
secolari quanto l’uomo.

Due mesi fa, di già.
Siamo cresiuti protetti, con vestiti puliti e giocattoli nuovi. Con padri e madri, disabituati al significato insito, minimale, essenziale della sofferenza.
Ed ero là, non potevo piangere perché non avrebbe mai accettato di vederci sedere di fianco al suo cadavere inanime così a lungo. “Chissà quante risate si sta facendo lassù”, dice la figlia di un padre per scacciare la paura dell’assenza o per dare un atto di fiducia nella vita. O di fede nel Dio.
Avrei dovuto consolare, forse, ma non potevo neanche parlare, non ho da dire mai nulla davanti alla morte. Ogni conforto è un inganno, ogni frase un appiglio per distogliere la mente dall’unica cosa che desidero di fronte alla morte: il ricordo.
Sono di nuovo due mesi che non fumo, un impegno alla memoria. Tra me e me, da me a me passando per un’ascensione in cerca di destinazione senza arrivare.
Un malessere diffidato e sminuito, controlli, ricovero. Un ospedale che sembra un centro commerciale. Le dimissioni, con bombole d’ossigeno ma con una voglia nuova, priva di paura. Sembravano rinascere insieme, tutti e tre: padre, madre e figlia. Insieme mi sembravano una prova in grado di smentire la credenza secondo cui la famiglia altro non sia che un retaggio cristiano. Di per sé, con il loro solo essere. Lievi peggioramenti, un giorno rimandato e atteso che doveva essere festa e si tramuta nell’esibizione pubblica di un dramma. Sguardi compassionevoli, allarmismi in giacca e cravatta, a mezza bocca sul bordo di una piscina. Da lì in poi neanche due settimane, un nuovo ricovero, la telefonata, due giorni di stazionamento, l’inevitabile.
Mi piaceva immaginarlo, pensarlo senza distogliermi mentre ero in sala di attesa. Avrei evitato l’ultima visita in vita, mi veniva da urlare di darmi indietro mio zio, ma era lì davanti ai miei occhi, era il suo corpo che stava cambiando. Dov’era l’ossigeno, pensavo che il respiro fosse sintomo di vita ma non è così, anche chi non riesce più a respirare ha dentro voglia di vivere in sovrabbondanza.
Che ci fanno questi uomini davanti a una chiesa, che ci fa questo prete davanti a un altare a parlare di uno sconosciuto che amava, odiava a prescindere da Dio e quando poteva manifestava miscredenza. Parole a suscitare indifferenza. Aveva paura della morte ed è morto, che ci fa la sua foto fra tutte quelle degli altri al cimitero.
Perché quella foto lassù non ci può stare, penso. Perché quando sposterò la scala metallica, salirò sui gradini, poserò i miei occhi su quella foto, perché –penserò- che ci sta a fare lì il mio secondo padre.

Canzoni del mese:
Amor Fou, Filemone e Bauci (2010)
Neil Young, Heart of Gold (1971)

mercoledì 7 dicembre 2011

Nomadismi, libertà e felicità

--- Qual’è per voi il segreto della felicità?
--- Noi desideriamo solo quello che abbiamo e ci facciamo guidare più dal cuore che dalla testa.

“Il vecchio detto che viaggiare tra i nomadi nelle zone isolate del Tibet è come fare un viaggio indietro nel tempo, è proprio vero [...] Spostandomi poi al seguito dei nomadi degli altopiani, lontano dalle città invase ormai dall’economia cinese, mi sono trovato immerso in un museo vivente della preistoria. Sembra un’esagerazione ma non lo è. Gli egizi, al tempo dei faraoni, avevano tecnologie, arti, culture e scienze sconosciute ancora oggi a queste popolazioni erranti. Sugli altopiani la vita si riduce all’essenziale senza alcuna interferenza tecnologica.

Insieme ai tuareg e agli eschimesi sono i popoli che ho constatato vivere in equilibrio perfetto con la natura che li circonda e in sintonia con i propri simili. I nomadi che percorrono in lungo e in largo gli altopiani desertici non conoscono violenza o ostentazione di machismo; sono un serbatoio di civiltà per tutti gli uomini. Le lancette dei nostri orologi spezzano i ritmi naturali del vivere, mentre sugli altopiani la vita è fluida e ci si muove secondo le esigenze fisiologiche con ritmi naturali. I nomadi vanno a dormire con la luna, bevono l’acqua dei fiumi, non hanno mai guardato attraverso una lastra di vetro o in uno specchio e la loro tecnologia più avanzata è rappresentata dal coltello.

Girovaghi dalla notte dei tempi, capaci di sopportare disagi e sacrifici indicibili, mai stanchi, sempre allegri, indifferenti alle interperie, sembrano impersonare le virtù fondamentali della religione buddhista: pazienza, rassegnazione e serenità. Molti di quei tipi selvatici, dal sudiciume insopportabile, nascondevano una rara fierezza spirituale.

Il progresso per questa affascinante popolazione non è l’espandersi dell’uomo verso l’esterno ma lo scendere in profondità dentro se stessi [...].

Non sono ricchi ma nemmeno poveri perché possono soddisfare tutti i loro bisogni elementari. Se siano felici non lo so, ma per tutto il periodo che ho vissuto con loro, ho visto solo volti sorridenti e da come giocavano e comunicavano sembravano avere una serenità che non ho mai riscontrato in nessun altra parte del mondo. Non avranno i nostri cinema, i computer, i teatri, le televisioni o i dvd, ma in compenso si divertono con le gare, le danze religiose, i menestrelli e i cantastorie, i picnic sul prato, le ricorrenze e le feste popolari legate allo scorrere delle stagioni.
[...] Noi ci consideriamo liberi, ma lo siamo davvero o lo crediamo? Piano piano ci stiamo consegnando, legati mani e piedi, ai produttori di beni di consumo. Primo tra tutti il grande comunicatore, la televisione, con i suoi programmi spazzatura e la pubblicità sempre più incalzante [...] Quello che conta da noi è l’arrivismo, il conseguire sempre nuove mete di arrampicamento sociale e di lavoro, comprarsi il telefonino, l’auto nuova o l’appartamento. Spesso ci si sente come dentro un frullatore sociale che ci fa girare a suo piacimento. Forse è da questa continua ed esasperata ricerca di desideri e traguardi sempre più difficilmente raggiungibili che dipende la nostra difficoltà a raggiungere la felicità. Non siamo mai contenti di quello che abbiamo. I nomadi sono talmente liberi da permettersi di mantenere la loro povertà materiale a discapito delle tentazioni che li assediano sempre più da vicino. Li si considera primitivi come se fosse una parola degradante senza sapere che loro sono vaccinati contro il progresso, motore della storia di quasi tutto il resto del mondo. Si dice che l’uomo primordiale sia nato nomade per cui l’uomo nomade riscopre la vera natura dell’uomo. Noi cerchiamo di cambiare in continuazione il mondo che ci circonda, assoggettandolo ai nostri bisogni. I nomadi invece dedicno tutta la loro energia mentale e fisica a mantenerlo come era. Perché chiamarli inferiori?
[...]”

da Massimo Di Paola, Tibet Addio, Milano: Mursia editore,2010.

Canzoni del mese:
José González, Heartbeats
José González, Hints
José González, Save Your Day
Bruno Coulais, La Mort de Lhakpa

mercoledì 26 ottobre 2011

Tra le bombe e i film

Tra le bombe e i film è caduta acqua dal cielo, tanta da scorrere come fiume inarrestato, da insinuarsi nelle crepe delle stazioni metro.
Traffico bloccato, linee bloccate. Sul sonno non speso.
Scarpe di pelle intrise, persone che si fanno calca irriguardosa. Ho sentito impotenza nell’impossibilità di spostamento, nell’attesa costretta a scapito di impegni. Ho fumato, fumato ancora e riacceso una sigaretta prima di muovere nella direzione di Testaccio.
Proteggimi dalle tua sopracciglia e dai manganelli.
Proteggimi dagli sguardi spogliati lasciati alla deriva dalla condivisione; dall’esposizione, dai ritorni su notturni affollati e addormentati, che costringono al silenzio le urla dell'animo. Proteggimi dagli amori, proteggimi dalla perdita del controllo.
Le strade erano piene, “aria di festa” avrebbe detto chi era lì. “Questo è il vostro modo di fare politica”, sorride Aamir Bashir, India, davanti a una foto con gente che ride, canta e balla in girotondo durante i disordini di Roma. Rivolta, avrebbero provato a fare credere i media di massa. Macchine bruciate, vetri infranti, uomini mascherati, assalti alle camionette, elicotteri bassi. La società ha dimensioni diverse, non comunicanti. Noi eravamo lì, nella bolla di vetro del cinema. Sigillata dall’esterno, con un pubblico ben vestito e con un tono di voce pacato, a chiedersi se è meglio vedere un documentario sui bambini che praticano boxe in Thailandia o la storia di censura di un regista iraniano condannato a un anno di carcere appena un’ora prima di prendere un volo per l’Italia. Se lo sarebbero chiesto con sguardo lontano, estraneo da quella realtà. Lo avrebbero chiesto da una platea, davanti a uno schermo.
Pochi giorni prima avevo corso. Molto, con fiato corto. Per arrivare per tempo in una copisteria prima della chiusura e foocopiare centinaia di fogli. Me lo aveva chiesto con insistenza Kim Ji-young, regista coreana andata in Giappone per dimostrare la battaglia di un candidato indipendente in corsa per le elezioni di una cittadina vittima di speculatori in collusione con la politica. “Una storia di Don Chischotte de la Mancha”, avrebbe detto nel corso del dibattito a seguire la proiezione. Ho fatto in tempo a copiare le duecento copie che ni aveva chiesto e che a me sembravano di importanza insignificante. Per ringraziarmi ha premuto perché prendessi una copia del suo dvd e le scrivessi le mie impressioni dopo averlo visto. Ho creduto di intuirne le motivazioni.
È stato il primo impatto d’amore con Asiatica, dal di dentro, e i giorni a seguire li avrei amati, pur non amando il contatto con la gente. Non ero lì per soldi ma per uno strascico di ideali lontani dalla vita vera. Un’isola che in termini sociali concreti è fatta di sfruttatamento malpagato e privo di riconoscimenti, ma pur sempre un’isola. Dove potere toccare uomini venuti da terre e percorsi lontani e nutrire, lasciare intendere sentimenti condivisi. E allora tenetevelo il vostro cazzo di giro infinito di soldi e finché bastano a vivere lasciatemi le emozioni. E sti cazzi se ci mangiate sopra, se vi ci incazzate e se ci fate pace, se avete o non avete i soldi, perché tanto parleremo sempre due lingue diverse senza voglia di ascoltarsi.
Ero in una vasca.
Amavo immergere lentamente la testa, dapprima i capelli, poi le orecchie, la bocca, gli occhi e il naso. Amavo il passaggio dalla percezione all’assenza dei sensi. Avevo quindici o sedici anni.
All’uscita del Macro ho creduto di estrarre la testa dalla vasca, e capire che in strada è possibile ancora lottare e sperare nel popolo, ritrovarsi in un malcontento che non appartiene e riprendere ugualmente a sognare qualcosa di meno disgustoso.
Kim Tae-yong, sempre dalla Corea. Racconta storie d’amore non pronunciate, di tardo autunno, in città spoglie, con attori che celano emozioni. Non sa perché lo fa, del resto per lui è molto difficile scrivere una sceneggiatura. È una storia da raccontare e così è uscita fuori. Tang Wei, attrice dalla Cina. Bellissima senza essere primadonna. Una ragazza che sa guardare e capire le persone. Non ama lo star-system e immagina con fare seduttivo un futuro da aiuto regista. Sono legati al mare e alla pesca, conoscono le difficoltà dei propri nonni e dei genitori, sanno che la storia di ognuno potrebbe essere un film.
Forse non sarei essere dovuto essere lì, per il dovere di credere in qualcosa di diverso e lottare per questo. Forse ero nel posto giusto, perché chi dissente è poco propositivo, mentre la cultura e l’amore sono rivoluzione, mentre il cinema coglie le coscienze della gente e sa essere protesta.
Wang Xiaoshuai, Cina, ho scelto di assecondarlo per poterlo ascoltare. Non nasconde disappunto e trasmette concetti reiterati a qualunque tipo di pubblico. Si difende, difende il suo cinema. Legato all’idea-immagine di cinema indipendente. Legato alla storia e all’arte. Lin Yu-hsien, Taiwan, è elegante con i suoi modi impacciatamente e onestamente curiosi. Verso il pubblico e verso l’esterno, ma con la coscienza delle sue origini. L’unico regista a portare dei regali per il pubblico.
Per un attimo ho avuto paura. Di non vedere mia moglie arrivare. Non era una paura realistica, ma da dentro la bolla di vetro non avevo notizie se non frammenti di allarmismo. E il ritardo si aggiungeva allo scorrere del tempo, alla città blindata e alle attese non corrisposte.
Quando ho accompagnato Mark Lee in sala ho sentito un clamore inpensato, il poeta delle luci e delle ombre, che con la fotografia riesce a dare forma alle idee dei registi ha colto nel segno ed è stato acclamato, abbracciato dal pubblico.
Daniele, Tommaso, Asia, Chiara toscana, Mahtab, Anna, Ciro, Italo, Marco, Andrea, Alessandro Vecchi, Serena, Mara Valeria, Chiara, Rossano, Paolo, Martina, Alessandro Papa. Vi ho sentiti tutti vicino, in dosi diverse, ma tutti presenti.

Canzone del mese:
Armando Trovajoli, Tema di Giuditta

lunedì 26 settembre 2011

Le città visibili

Le città dall’alto
non fanno neppure rumore
Sei in equilibrio
sul bordo di una strada provinciale
fitta di tornarti
e non potresti cadere giù
Passo il tempo
a chiedermi che senso ha
questa vita
fatta di lutti e scelte sbagliate
Un porto, una piazza a semicerchio, torri e una chiesa con un tetto a forma di vela
Il sole stagliato sopra il mare in tramonto
Immagini che sono identità dalle sembianze in apparenza innate
Mi chiedi cos’è quel rosso a pelo d’acqua
Mi viene in mente solo una passione esanime
che vive di braci ancora illese
Penso
a cosa possano farci qui genti venute da terre lontane
Sarà l’impossibilità di vivere e persino di lottare
o la voglia di costruire il futuro
tra sogno giovane e umane impossibilità

lunedì 5 settembre 2011

Di questi giorni

Ho i capelli più corti e l’aria stanca. La sveglia replica il suo richiamo, sono in piedi. Per avvicinarmi al bagno e sciacquarmi la faccia. Poi scendo, abitazione e cucina separate, ancora per non so quanto. Il silenzio è immoto e cerco di non svegliare dal sonno. Un ingenuo ritualismo, fatto di una scodella d’acqua, un fornello acceso nel mattino ancora non annunciato e foglie di tè in una tazza; gli occhi contro la serranda, sui fori tra le assi, per vedere il mondo fuori, la libertà al suo risveglio. Ma io no, non sono libero. Reperibilità, via skype. Mando mail su mail, tutti i giorni per organizzare incontri che non interessano a nessuno, incontri di forma, come li chiama il mio capo. Un buon uomo sempre teso, che un minuto prima pensa a quello che farà il minuto successivo e non ti ascolta. Richiamo dei soldi o della megalomania. Chissà, forse anche automatismo acritico. Non ho tempo di respirare, a volte ho crisi di ansia e mi rendo inattivo, mi fermo. Instabile sui tasti e non so che fare, perché ogni azione mi appare inutile. Mando mail per dare uso ai soldi dello stato, faccio telefonate per convincere la gente di ciò a cui non credo. Il tempo scorre e dopo cinque ore sono di là a vestirmi in fretta, mandare giù una qualunque pasta a bocconi troppo grandi e poi alla fermata del bus. Secondo lavoro: altra scrivania altro sistema di rete condiviso. Nel nome della cultura, ovvero: stipendio da fame, ufficio in perenne disordine e ambiente umano. Ma capita di dare per scontato troppo, soprattutto che non lo si fa per soldi ma per il principio. La sera è un respiro di attesa tra due apnee troppo prolungate. Disorientato, una riacquisizione di personalità non prevista dal programma di astrazione dall’essere umano. Il ciclo è troppo breve per abituarsi al nervosismo o alla ripresa d’aria: sette giorni, cinque di tensione, due di stacco perdendo se stessi. Se questa è vita, al di là della fatica e della fame che non mi sono richiesti.
Paolo è un uomo. Irruento, autoritario, poco disposto al confronto. Ormai è seduto da mesi su una poltrona, senza mangiare e senza dormire. La sua vita è un peso sul dolore della gente che lo ama e che lui calpesta. Paolo non è un bastardo, è un uomo che ha paura di morire. Gli è sfuggita di mano la sorella poco tempo fa e il tabacco di mezza vita gli ha fatto più di qualche danno permanente. Quanto basta per credersi sull’orlo della morte, quella morte che non ha mai avuto il coraggio di guardare in faccia e che ora, si rende conto, è vera e inclusa nella vita, addirittura non la si può fuggire. Così si inventa l’imminenza, che si fa peso su chi gli sta intorno. Così dimentica l’accettazione della malattia e dell’essere umano, sembra già morto lui, si priva di qualunque atto vitale per convincersi che in quel momento, quando sarà non avrà nulla da temere, perché con la morte, lui, ormai ha familiarizzato.
Giorgio è un’ombra. Allegra, del passato adolescente. Di quegli amori su una strada, con una chitarra. La Milano di Brera e delle pavimentazioni rossastre all’ombra di un chiostro. Quando avrei potuto scegliere di essere un artista. Anche allora Giorgio fu un contorno, un sorriso dove approdare di ritorno, completamento di un sogno. Che a cinquanta e passa anni mi batteva una sigaretta e riusciva a farmi sentire la dignità di avere un pensiero che in realtà era del tutto informe. Mi mancherà, di sfondo, ma ha lasciato qualcosa oltre al suo cancro. Perche la sua vita è una storia e sono riuscito a esserne partecipe marginale, quanto basta per lasciare un’orma tremolante fino alla mia estinzione.
Bai Lei ha messo tutto su una bicicletta e ha iniziato a pedalare verso il mare, Daniele si appresta a diventare un professore punk nel grigioverde irlandese. Mario e Pablo mi spiegano la distanza tra la gente e gli intellettuali, elastica e ineluttabile. China files è lì, che si appresta a diventare matura nel mercato, appesa a un passato vicino e a uno spazio lontano. E sono sempre io, come mi avevate lasciato: un po’ dentro e un po’ fuori. Un po’ pescatore con le reti trsiti e un po’ poeta in esilio.
Le scelte si svolgono contemporaneamente ai giorni che fanno una vita. Non lasciate tempo perso, ci dice mia madre. E io lì a pensare a qual’è il tempo perso, se quello della condanna o quello dell’edonismo. A pensare se sarei potuto, potrei, essere giornalista o professore. I sogni me li tengo stretti. Perché un giorno, forse, entrerò davvero dentro un forno, dove l’odore del pane ti avvolge fino a carezzarti, e –dopo qualche anno- riuscirò a fare il pane per le genti del Guangxi, come il migliore anarchico che potrei essere.

Quando non mi sento me stesso non sento mai musica nuova, solo note di sottofondo.