--- Qual’è per voi il segreto della felicità?
--- Noi desideriamo solo quello che abbiamo e ci facciamo guidare più dal cuore che dalla testa.
“Il vecchio detto che viaggiare tra i nomadi nelle zone isolate del Tibet è come fare un viaggio indietro nel tempo, è proprio vero [...] Spostandomi poi al seguito dei nomadi degli altopiani, lontano dalle città invase ormai dall’economia cinese, mi sono trovato immerso in un museo vivente della preistoria. Sembra un’esagerazione ma non lo è. Gli egizi, al tempo dei faraoni, avevano tecnologie, arti, culture e scienze sconosciute ancora oggi a queste popolazioni erranti. Sugli altopiani la vita si riduce all’essenziale senza alcuna interferenza tecnologica.
Insieme ai tuareg e agli eschimesi sono i popoli che ho constatato vivere in equilibrio perfetto con la natura che li circonda e in sintonia con i propri simili. I nomadi che percorrono in lungo e in largo gli altopiani desertici non conoscono violenza o ostentazione di machismo; sono un serbatoio di civiltà per tutti gli uomini. Le lancette dei nostri orologi spezzano i ritmi naturali del vivere, mentre sugli altopiani la vita è fluida e ci si muove secondo le esigenze fisiologiche con ritmi naturali. I nomadi vanno a dormire con la luna, bevono l’acqua dei fiumi, non hanno mai guardato attraverso una lastra di vetro o in uno specchio e la loro tecnologia più avanzata è rappresentata dal coltello.
Girovaghi dalla notte dei tempi, capaci di sopportare disagi e sacrifici indicibili, mai stanchi, sempre allegri, indifferenti alle interperie, sembrano impersonare le virtù fondamentali della religione buddhista: pazienza, rassegnazione e serenità. Molti di quei tipi selvatici, dal sudiciume insopportabile, nascondevano una rara fierezza spirituale.
Il progresso per questa affascinante popolazione non è l’espandersi dell’uomo verso l’esterno ma lo scendere in profondità dentro se stessi [...].
Non sono ricchi ma nemmeno poveri perché possono soddisfare tutti i loro bisogni elementari. Se siano felici non lo so, ma per tutto il periodo che ho vissuto con loro, ho visto solo volti sorridenti e da come giocavano e comunicavano sembravano avere una serenità che non ho mai riscontrato in nessun altra parte del mondo. Non avranno i nostri cinema, i computer, i teatri, le televisioni o i dvd, ma in compenso si divertono con le gare, le danze religiose, i menestrelli e i cantastorie, i picnic sul prato, le ricorrenze e le feste popolari legate allo scorrere delle stagioni.
[...] Noi ci consideriamo liberi, ma lo siamo davvero o lo crediamo? Piano piano ci stiamo consegnando, legati mani e piedi, ai produttori di beni di consumo. Primo tra tutti il grande comunicatore, la televisione, con i suoi programmi spazzatura e la pubblicità sempre più incalzante [...] Quello che conta da noi è l’arrivismo, il conseguire sempre nuove mete di arrampicamento sociale e di lavoro, comprarsi il telefonino, l’auto nuova o l’appartamento. Spesso ci si sente come dentro un frullatore sociale che ci fa girare a suo piacimento. Forse è da questa continua ed esasperata ricerca di desideri e traguardi sempre più difficilmente raggiungibili che dipende la nostra difficoltà a raggiungere la felicità. Non siamo mai contenti di quello che abbiamo. I nomadi sono talmente liberi da permettersi di mantenere la loro povertà materiale a discapito delle tentazioni che li assediano sempre più da vicino. Li si considera primitivi come se fosse una parola degradante senza sapere che loro sono vaccinati contro il progresso, motore della storia di quasi tutto il resto del mondo. Si dice che l’uomo primordiale sia nato nomade per cui l’uomo nomade riscopre la vera natura dell’uomo. Noi cerchiamo di cambiare in continuazione il mondo che ci circonda, assoggettandolo ai nostri bisogni. I nomadi invece dedicno tutta la loro energia mentale e fisica a mantenerlo come era. Perché chiamarli inferiori?
[...]”
da Massimo Di Paola, Tibet Addio, Milano: Mursia editore,2010.
Canzoni del mese:
José González, Heartbeats
José González, Hints
José González, Save Your Day
Bruno Coulais, La Mort de Lhakpa
mercoledì 7 dicembre 2011
mercoledì 26 ottobre 2011
Tra le bombe e i film
Tra le bombe e i film è caduta acqua dal cielo, tanta da scorrere come fiume inarrestato, da insinuarsi nelle crepe delle stazioni metro.
Traffico bloccato, linee bloccate. Sul sonno non speso.
Scarpe di pelle intrise, persone che si fanno calca irriguardosa. Ho sentito impotenza nell’impossibilità di spostamento, nell’attesa costretta a scapito di impegni. Ho fumato, fumato ancora e riacceso una sigaretta prima di muovere nella direzione di Testaccio.
Proteggimi dalle tua sopracciglia e dai manganelli.
Proteggimi dagli sguardi spogliati lasciati alla deriva dalla condivisione; dall’esposizione, dai ritorni su notturni affollati e addormentati, che costringono al silenzio le urla dell'animo. Proteggimi dagli amori, proteggimi dalla perdita del controllo.
Le strade erano piene, “aria di festa” avrebbe detto chi era lì. “Questo è il vostro modo di fare politica”, sorride Aamir Bashir, India, davanti a una foto con gente che ride, canta e balla in girotondo durante i disordini di Roma. Rivolta, avrebbero provato a fare credere i media di massa. Macchine bruciate, vetri infranti, uomini mascherati, assalti alle camionette, elicotteri bassi. La società ha dimensioni diverse, non comunicanti. Noi eravamo lì, nella bolla di vetro del cinema. Sigillata dall’esterno, con un pubblico ben vestito e con un tono di voce pacato, a chiedersi se è meglio vedere un documentario sui bambini che praticano boxe in Thailandia o la storia di censura di un regista iraniano condannato a un anno di carcere appena un’ora prima di prendere un volo per l’Italia. Se lo sarebbero chiesto con sguardo lontano, estraneo da quella realtà. Lo avrebbero chiesto da una platea, davanti a uno schermo.
Pochi giorni prima avevo corso. Molto, con fiato corto. Per arrivare per tempo in una copisteria prima della chiusura e foocopiare centinaia di fogli. Me lo aveva chiesto con insistenza Kim Ji-young, regista coreana andata in Giappone per dimostrare la battaglia di un candidato indipendente in corsa per le elezioni di una cittadina vittima di speculatori in collusione con la politica. “Una storia di Don Chischotte de la Mancha”, avrebbe detto nel corso del dibattito a seguire la proiezione. Ho fatto in tempo a copiare le duecento copie che ni aveva chiesto e che a me sembravano di importanza insignificante. Per ringraziarmi ha premuto perché prendessi una copia del suo dvd e le scrivessi le mie impressioni dopo averlo visto. Ho creduto di intuirne le motivazioni.
È stato il primo impatto d’amore con Asiatica, dal di dentro, e i giorni a seguire li avrei amati, pur non amando il contatto con la gente. Non ero lì per soldi ma per uno strascico di ideali lontani dalla vita vera. Un’isola che in termini sociali concreti è fatta di sfruttatamento malpagato e privo di riconoscimenti, ma pur sempre un’isola. Dove potere toccare uomini venuti da terre e percorsi lontani e nutrire, lasciare intendere sentimenti condivisi. E allora tenetevelo il vostro cazzo di giro infinito di soldi e finché bastano a vivere lasciatemi le emozioni. E sti cazzi se ci mangiate sopra, se vi ci incazzate e se ci fate pace, se avete o non avete i soldi, perché tanto parleremo sempre due lingue diverse senza voglia di ascoltarsi.
Ero in una vasca.
Amavo immergere lentamente la testa, dapprima i capelli, poi le orecchie, la bocca, gli occhi e il naso. Amavo il passaggio dalla percezione all’assenza dei sensi. Avevo quindici o sedici anni.
All’uscita del Macro ho creduto di estrarre la testa dalla vasca, e capire che in strada è possibile ancora lottare e sperare nel popolo, ritrovarsi in un malcontento che non appartiene e riprendere ugualmente a sognare qualcosa di meno disgustoso.
Kim Tae-yong, sempre dalla Corea. Racconta storie d’amore non pronunciate, di tardo autunno, in città spoglie, con attori che celano emozioni. Non sa perché lo fa, del resto per lui è molto difficile scrivere una sceneggiatura. È una storia da raccontare e così è uscita fuori. Tang Wei, attrice dalla Cina. Bellissima senza essere primadonna. Una ragazza che sa guardare e capire le persone. Non ama lo star-system e immagina con fare seduttivo un futuro da aiuto regista. Sono legati al mare e alla pesca, conoscono le difficoltà dei propri nonni e dei genitori, sanno che la storia di ognuno potrebbe essere un film.
Forse non sarei essere dovuto essere lì, per il dovere di credere in qualcosa di diverso e lottare per questo. Forse ero nel posto giusto, perché chi dissente è poco propositivo, mentre la cultura e l’amore sono rivoluzione, mentre il cinema coglie le coscienze della gente e sa essere protesta.
Wang Xiaoshuai, Cina, ho scelto di assecondarlo per poterlo ascoltare. Non nasconde disappunto e trasmette concetti reiterati a qualunque tipo di pubblico. Si difende, difende il suo cinema. Legato all’idea-immagine di cinema indipendente. Legato alla storia e all’arte. Lin Yu-hsien, Taiwan, è elegante con i suoi modi impacciatamente e onestamente curiosi. Verso il pubblico e verso l’esterno, ma con la coscienza delle sue origini. L’unico regista a portare dei regali per il pubblico.
Per un attimo ho avuto paura. Di non vedere mia moglie arrivare. Non era una paura realistica, ma da dentro la bolla di vetro non avevo notizie se non frammenti di allarmismo. E il ritardo si aggiungeva allo scorrere del tempo, alla città blindata e alle attese non corrisposte.
Quando ho accompagnato Mark Lee in sala ho sentito un clamore inpensato, il poeta delle luci e delle ombre, che con la fotografia riesce a dare forma alle idee dei registi ha colto nel segno ed è stato acclamato, abbracciato dal pubblico.
Daniele, Tommaso, Asia, Chiara toscana, Mahtab, Anna, Ciro, Italo, Marco, Andrea, Alessandro Vecchi, Serena, Mara Valeria, Chiara, Rossano, Paolo, Martina, Alessandro Papa. Vi ho sentiti tutti vicino, in dosi diverse, ma tutti presenti.
Canzone del mese:
Armando Trovajoli, Tema di Giuditta
Traffico bloccato, linee bloccate. Sul sonno non speso.
Scarpe di pelle intrise, persone che si fanno calca irriguardosa. Ho sentito impotenza nell’impossibilità di spostamento, nell’attesa costretta a scapito di impegni. Ho fumato, fumato ancora e riacceso una sigaretta prima di muovere nella direzione di Testaccio.
Proteggimi dalle tua sopracciglia e dai manganelli.
Proteggimi dagli sguardi spogliati lasciati alla deriva dalla condivisione; dall’esposizione, dai ritorni su notturni affollati e addormentati, che costringono al silenzio le urla dell'animo. Proteggimi dagli amori, proteggimi dalla perdita del controllo.
Le strade erano piene, “aria di festa” avrebbe detto chi era lì. “Questo è il vostro modo di fare politica”, sorride Aamir Bashir, India, davanti a una foto con gente che ride, canta e balla in girotondo durante i disordini di Roma. Rivolta, avrebbero provato a fare credere i media di massa. Macchine bruciate, vetri infranti, uomini mascherati, assalti alle camionette, elicotteri bassi. La società ha dimensioni diverse, non comunicanti. Noi eravamo lì, nella bolla di vetro del cinema. Sigillata dall’esterno, con un pubblico ben vestito e con un tono di voce pacato, a chiedersi se è meglio vedere un documentario sui bambini che praticano boxe in Thailandia o la storia di censura di un regista iraniano condannato a un anno di carcere appena un’ora prima di prendere un volo per l’Italia. Se lo sarebbero chiesto con sguardo lontano, estraneo da quella realtà. Lo avrebbero chiesto da una platea, davanti a uno schermo.
Pochi giorni prima avevo corso. Molto, con fiato corto. Per arrivare per tempo in una copisteria prima della chiusura e foocopiare centinaia di fogli. Me lo aveva chiesto con insistenza Kim Ji-young, regista coreana andata in Giappone per dimostrare la battaglia di un candidato indipendente in corsa per le elezioni di una cittadina vittima di speculatori in collusione con la politica. “Una storia di Don Chischotte de la Mancha”, avrebbe detto nel corso del dibattito a seguire la proiezione. Ho fatto in tempo a copiare le duecento copie che ni aveva chiesto e che a me sembravano di importanza insignificante. Per ringraziarmi ha premuto perché prendessi una copia del suo dvd e le scrivessi le mie impressioni dopo averlo visto. Ho creduto di intuirne le motivazioni.
È stato il primo impatto d’amore con Asiatica, dal di dentro, e i giorni a seguire li avrei amati, pur non amando il contatto con la gente. Non ero lì per soldi ma per uno strascico di ideali lontani dalla vita vera. Un’isola che in termini sociali concreti è fatta di sfruttatamento malpagato e privo di riconoscimenti, ma pur sempre un’isola. Dove potere toccare uomini venuti da terre e percorsi lontani e nutrire, lasciare intendere sentimenti condivisi. E allora tenetevelo il vostro cazzo di giro infinito di soldi e finché bastano a vivere lasciatemi le emozioni. E sti cazzi se ci mangiate sopra, se vi ci incazzate e se ci fate pace, se avete o non avete i soldi, perché tanto parleremo sempre due lingue diverse senza voglia di ascoltarsi.
Ero in una vasca.
Amavo immergere lentamente la testa, dapprima i capelli, poi le orecchie, la bocca, gli occhi e il naso. Amavo il passaggio dalla percezione all’assenza dei sensi. Avevo quindici o sedici anni.
All’uscita del Macro ho creduto di estrarre la testa dalla vasca, e capire che in strada è possibile ancora lottare e sperare nel popolo, ritrovarsi in un malcontento che non appartiene e riprendere ugualmente a sognare qualcosa di meno disgustoso.
Kim Tae-yong, sempre dalla Corea. Racconta storie d’amore non pronunciate, di tardo autunno, in città spoglie, con attori che celano emozioni. Non sa perché lo fa, del resto per lui è molto difficile scrivere una sceneggiatura. È una storia da raccontare e così è uscita fuori. Tang Wei, attrice dalla Cina. Bellissima senza essere primadonna. Una ragazza che sa guardare e capire le persone. Non ama lo star-system e immagina con fare seduttivo un futuro da aiuto regista. Sono legati al mare e alla pesca, conoscono le difficoltà dei propri nonni e dei genitori, sanno che la storia di ognuno potrebbe essere un film.
Forse non sarei essere dovuto essere lì, per il dovere di credere in qualcosa di diverso e lottare per questo. Forse ero nel posto giusto, perché chi dissente è poco propositivo, mentre la cultura e l’amore sono rivoluzione, mentre il cinema coglie le coscienze della gente e sa essere protesta.
Wang Xiaoshuai, Cina, ho scelto di assecondarlo per poterlo ascoltare. Non nasconde disappunto e trasmette concetti reiterati a qualunque tipo di pubblico. Si difende, difende il suo cinema. Legato all’idea-immagine di cinema indipendente. Legato alla storia e all’arte. Lin Yu-hsien, Taiwan, è elegante con i suoi modi impacciatamente e onestamente curiosi. Verso il pubblico e verso l’esterno, ma con la coscienza delle sue origini. L’unico regista a portare dei regali per il pubblico.
Per un attimo ho avuto paura. Di non vedere mia moglie arrivare. Non era una paura realistica, ma da dentro la bolla di vetro non avevo notizie se non frammenti di allarmismo. E il ritardo si aggiungeva allo scorrere del tempo, alla città blindata e alle attese non corrisposte.
Quando ho accompagnato Mark Lee in sala ho sentito un clamore inpensato, il poeta delle luci e delle ombre, che con la fotografia riesce a dare forma alle idee dei registi ha colto nel segno ed è stato acclamato, abbracciato dal pubblico.
Daniele, Tommaso, Asia, Chiara toscana, Mahtab, Anna, Ciro, Italo, Marco, Andrea, Alessandro Vecchi, Serena, Mara Valeria, Chiara, Rossano, Paolo, Martina, Alessandro Papa. Vi ho sentiti tutti vicino, in dosi diverse, ma tutti presenti.
Canzone del mese:
Armando Trovajoli, Tema di Giuditta
lunedì 26 settembre 2011
Le città visibili
Le città dall’alto
non fanno neppure rumore
Sei in equilibrio
sul bordo di una strada provinciale
fitta di tornarti
e non potresti cadere giù
Passo il tempo
a chiedermi che senso ha
questa vita
fatta di lutti e scelte sbagliate
Un porto, una piazza a semicerchio, torri e una chiesa con un tetto a forma di vela
Il sole stagliato sopra il mare in tramonto
Immagini che sono identità dalle sembianze in apparenza innate
Mi chiedi cos’è quel rosso a pelo d’acqua
Mi viene in mente solo una passione esanime
che vive di braci ancora illese
Penso
a cosa possano farci qui genti venute da terre lontane
Sarà l’impossibilità di vivere e persino di lottare
o la voglia di costruire il futuro
tra sogno giovane e umane impossibilità
non fanno neppure rumore
Sei in equilibrio
sul bordo di una strada provinciale
fitta di tornarti
e non potresti cadere giù
Passo il tempo
a chiedermi che senso ha
questa vita
fatta di lutti e scelte sbagliate
Un porto, una piazza a semicerchio, torri e una chiesa con un tetto a forma di vela
Il sole stagliato sopra il mare in tramonto
Immagini che sono identità dalle sembianze in apparenza innate
Mi chiedi cos’è quel rosso a pelo d’acqua
Mi viene in mente solo una passione esanime
che vive di braci ancora illese
Penso
a cosa possano farci qui genti venute da terre lontane
Sarà l’impossibilità di vivere e persino di lottare
o la voglia di costruire il futuro
tra sogno giovane e umane impossibilità
lunedì 5 settembre 2011
Di questi giorni
Ho i capelli più corti e l’aria stanca. La sveglia replica il suo richiamo, sono in piedi. Per avvicinarmi al bagno e sciacquarmi la faccia. Poi scendo, abitazione e cucina separate, ancora per non so quanto. Il silenzio è immoto e cerco di non svegliare dal sonno. Un ingenuo ritualismo, fatto di una scodella d’acqua, un fornello acceso nel mattino ancora non annunciato e foglie di tè in una tazza; gli occhi contro la serranda, sui fori tra le assi, per vedere il mondo fuori, la libertà al suo risveglio. Ma io no, non sono libero. Reperibilità, via skype. Mando mail su mail, tutti i giorni per organizzare incontri che non interessano a nessuno, incontri di forma, come li chiama il mio capo. Un buon uomo sempre teso, che un minuto prima pensa a quello che farà il minuto successivo e non ti ascolta. Richiamo dei soldi o della megalomania. Chissà, forse anche automatismo acritico. Non ho tempo di respirare, a volte ho crisi di ansia e mi rendo inattivo, mi fermo. Instabile sui tasti e non so che fare, perché ogni azione mi appare inutile. Mando mail per dare uso ai soldi dello stato, faccio telefonate per convincere la gente di ciò a cui non credo. Il tempo scorre e dopo cinque ore sono di là a vestirmi in fretta, mandare giù una qualunque pasta a bocconi troppo grandi e poi alla fermata del bus. Secondo lavoro: altra scrivania altro sistema di rete condiviso. Nel nome della cultura, ovvero: stipendio da fame, ufficio in perenne disordine e ambiente umano. Ma capita di dare per scontato troppo, soprattutto che non lo si fa per soldi ma per il principio. La sera è un respiro di attesa tra due apnee troppo prolungate. Disorientato, una riacquisizione di personalità non prevista dal programma di astrazione dall’essere umano. Il ciclo è troppo breve per abituarsi al nervosismo o alla ripresa d’aria: sette giorni, cinque di tensione, due di stacco perdendo se stessi. Se questa è vita, al di là della fatica e della fame che non mi sono richiesti.
Paolo è un uomo. Irruento, autoritario, poco disposto al confronto. Ormai è seduto da mesi su una poltrona, senza mangiare e senza dormire. La sua vita è un peso sul dolore della gente che lo ama e che lui calpesta. Paolo non è un bastardo, è un uomo che ha paura di morire. Gli è sfuggita di mano la sorella poco tempo fa e il tabacco di mezza vita gli ha fatto più di qualche danno permanente. Quanto basta per credersi sull’orlo della morte, quella morte che non ha mai avuto il coraggio di guardare in faccia e che ora, si rende conto, è vera e inclusa nella vita, addirittura non la si può fuggire. Così si inventa l’imminenza, che si fa peso su chi gli sta intorno. Così dimentica l’accettazione della malattia e dell’essere umano, sembra già morto lui, si priva di qualunque atto vitale per convincersi che in quel momento, quando sarà non avrà nulla da temere, perché con la morte, lui, ormai ha familiarizzato.
Giorgio è un’ombra. Allegra, del passato adolescente. Di quegli amori su una strada, con una chitarra. La Milano di Brera e delle pavimentazioni rossastre all’ombra di un chiostro. Quando avrei potuto scegliere di essere un artista. Anche allora Giorgio fu un contorno, un sorriso dove approdare di ritorno, completamento di un sogno. Che a cinquanta e passa anni mi batteva una sigaretta e riusciva a farmi sentire la dignità di avere un pensiero che in realtà era del tutto informe. Mi mancherà, di sfondo, ma ha lasciato qualcosa oltre al suo cancro. Perche la sua vita è una storia e sono riuscito a esserne partecipe marginale, quanto basta per lasciare un’orma tremolante fino alla mia estinzione.
Bai Lei ha messo tutto su una bicicletta e ha iniziato a pedalare verso il mare, Daniele si appresta a diventare un professore punk nel grigioverde irlandese. Mario e Pablo mi spiegano la distanza tra la gente e gli intellettuali, elastica e ineluttabile. China files è lì, che si appresta a diventare matura nel mercato, appesa a un passato vicino e a uno spazio lontano. E sono sempre io, come mi avevate lasciato: un po’ dentro e un po’ fuori. Un po’ pescatore con le reti trsiti e un po’ poeta in esilio.
Le scelte si svolgono contemporaneamente ai giorni che fanno una vita. Non lasciate tempo perso, ci dice mia madre. E io lì a pensare a qual’è il tempo perso, se quello della condanna o quello dell’edonismo. A pensare se sarei potuto, potrei, essere giornalista o professore. I sogni me li tengo stretti. Perché un giorno, forse, entrerò davvero dentro un forno, dove l’odore del pane ti avvolge fino a carezzarti, e –dopo qualche anno- riuscirò a fare il pane per le genti del Guangxi, come il migliore anarchico che potrei essere.
Quando non mi sento me stesso non sento mai musica nuova, solo note di sottofondo.
Paolo è un uomo. Irruento, autoritario, poco disposto al confronto. Ormai è seduto da mesi su una poltrona, senza mangiare e senza dormire. La sua vita è un peso sul dolore della gente che lo ama e che lui calpesta. Paolo non è un bastardo, è un uomo che ha paura di morire. Gli è sfuggita di mano la sorella poco tempo fa e il tabacco di mezza vita gli ha fatto più di qualche danno permanente. Quanto basta per credersi sull’orlo della morte, quella morte che non ha mai avuto il coraggio di guardare in faccia e che ora, si rende conto, è vera e inclusa nella vita, addirittura non la si può fuggire. Così si inventa l’imminenza, che si fa peso su chi gli sta intorno. Così dimentica l’accettazione della malattia e dell’essere umano, sembra già morto lui, si priva di qualunque atto vitale per convincersi che in quel momento, quando sarà non avrà nulla da temere, perché con la morte, lui, ormai ha familiarizzato.
Giorgio è un’ombra. Allegra, del passato adolescente. Di quegli amori su una strada, con una chitarra. La Milano di Brera e delle pavimentazioni rossastre all’ombra di un chiostro. Quando avrei potuto scegliere di essere un artista. Anche allora Giorgio fu un contorno, un sorriso dove approdare di ritorno, completamento di un sogno. Che a cinquanta e passa anni mi batteva una sigaretta e riusciva a farmi sentire la dignità di avere un pensiero che in realtà era del tutto informe. Mi mancherà, di sfondo, ma ha lasciato qualcosa oltre al suo cancro. Perche la sua vita è una storia e sono riuscito a esserne partecipe marginale, quanto basta per lasciare un’orma tremolante fino alla mia estinzione.
Bai Lei ha messo tutto su una bicicletta e ha iniziato a pedalare verso il mare, Daniele si appresta a diventare un professore punk nel grigioverde irlandese. Mario e Pablo mi spiegano la distanza tra la gente e gli intellettuali, elastica e ineluttabile. China files è lì, che si appresta a diventare matura nel mercato, appesa a un passato vicino e a uno spazio lontano. E sono sempre io, come mi avevate lasciato: un po’ dentro e un po’ fuori. Un po’ pescatore con le reti trsiti e un po’ poeta in esilio.
Le scelte si svolgono contemporaneamente ai giorni che fanno una vita. Non lasciate tempo perso, ci dice mia madre. E io lì a pensare a qual’è il tempo perso, se quello della condanna o quello dell’edonismo. A pensare se sarei potuto, potrei, essere giornalista o professore. I sogni me li tengo stretti. Perché un giorno, forse, entrerò davvero dentro un forno, dove l’odore del pane ti avvolge fino a carezzarti, e –dopo qualche anno- riuscirò a fare il pane per le genti del Guangxi, come il migliore anarchico che potrei essere.
Quando non mi sento me stesso non sento mai musica nuova, solo note di sottofondo.
mercoledì 17 agosto 2011
Le ansie disorientate dei neolaurati arrivati in ritardo
Che cos’è questa pesantezza, questo respiro raggrinzito? Questo essere tra quotidianità e ansietà, e il trepidare avido, brama di realizzazione. Un disegno tutto società e competitività istillata in giorni di assente coscienza.
Agli occhi degli altri.
Sì, sì perché è anche questione di indole e la mia ha un gran difetto, l’ho esternato così tante volte che sembra un ritornello sgualcito nella testa, dopo aver consumato un mangianastri.
L’altro, nel bene e nel male. L’altro, una ricorrenza che annebbia l’identità. Una cortese attenzione, un interesse per la diversità, una propensione all’ascolto. Me lo ripeti sempre di giorno in giorno, ogni volta con tono sempre più esplicito, perché l’importante è abituarsi ai propri difetti, prenderne coscienza lentamente per non averne paura e avere schiena ritta, occhi negli occhi.
“E tu dove sei?”, ripeti, “tu cosa vuoi?” E io a pensare che no, non è colpa mia se vedere l’altro felice mi felicitava, mi tranquillizzava. È come un benessere acquietato, un’armonia da intendere in lontananza, un fiume e una barca, sole e luna, un cesso e la fine di una giornata di tirato lavoro, cielo e nuvole, foglie e vento. Pensieri spesi, pensieri su pensieri, inazione riflettuta, rigirata, spogliata e masturbata, osservata in ogni piega. Cos’è vivere? Pensare o agire? Estremo o combinazione? Che tipo di principio sei?
***
Quel che so è che io non amo i rapporti sociali,
che se parlo lo dico a un individuo spogliato di ragione sociale perché altrimenti mi imbarazzo. Ed è imbarazzante pensarlo a questa età, difficile accettarsi, ancor più difficile rimettersi in discussione perché la vita potrebbe non essere di puro individuo e sai che il mangiare è pur sempre il mangiare.
Appianare il legno, una pialla un mestiere. O una pala, un forno. Ma cosa vuoi in fondo, tu, dalla vita? Dove dirigi le tue azioni? E cosa vuoi: essere te stesso o degli altri? Da un estremo all’altro per trovare il giusto ingranaggio, né troppo a Ovest, né troppo a Est. Si sa, è solo una questione di posizioni.
Canzone del mese:
Celentano: L’arcobaleno (e pensare che Mogol ai testi non mi è mai venuto da ammirarlo, in tutta onestà. Ma davvero, non posso farne a meno, in fondo sono appena tornato in Italia, in questa Italia).
Agli occhi degli altri.
Sì, sì perché è anche questione di indole e la mia ha un gran difetto, l’ho esternato così tante volte che sembra un ritornello sgualcito nella testa, dopo aver consumato un mangianastri.
L’altro, nel bene e nel male. L’altro, una ricorrenza che annebbia l’identità. Una cortese attenzione, un interesse per la diversità, una propensione all’ascolto. Me lo ripeti sempre di giorno in giorno, ogni volta con tono sempre più esplicito, perché l’importante è abituarsi ai propri difetti, prenderne coscienza lentamente per non averne paura e avere schiena ritta, occhi negli occhi.
“E tu dove sei?”, ripeti, “tu cosa vuoi?” E io a pensare che no, non è colpa mia se vedere l’altro felice mi felicitava, mi tranquillizzava. È come un benessere acquietato, un’armonia da intendere in lontananza, un fiume e una barca, sole e luna, un cesso e la fine di una giornata di tirato lavoro, cielo e nuvole, foglie e vento. Pensieri spesi, pensieri su pensieri, inazione riflettuta, rigirata, spogliata e masturbata, osservata in ogni piega. Cos’è vivere? Pensare o agire? Estremo o combinazione? Che tipo di principio sei?
***
Quel che so è che io non amo i rapporti sociali,
che se parlo lo dico a un individuo spogliato di ragione sociale perché altrimenti mi imbarazzo. Ed è imbarazzante pensarlo a questa età, difficile accettarsi, ancor più difficile rimettersi in discussione perché la vita potrebbe non essere di puro individuo e sai che il mangiare è pur sempre il mangiare.
Appianare il legno, una pialla un mestiere. O una pala, un forno. Ma cosa vuoi in fondo, tu, dalla vita? Dove dirigi le tue azioni? E cosa vuoi: essere te stesso o degli altri? Da un estremo all’altro per trovare il giusto ingranaggio, né troppo a Ovest, né troppo a Est. Si sa, è solo una questione di posizioni.
Canzone del mese:
Celentano: L’arcobaleno (e pensare che Mogol ai testi non mi è mai venuto da ammirarlo, in tutta onestà. Ma davvero, non posso farne a meno, in fondo sono appena tornato in Italia, in questa Italia).
mercoledì 27 luglio 2011
Ricordo di un poeta. 海子
“La poesia ha ancora uno scopo, la poesia è davanti agli occhi e si respira nell’aria. È possibile portarla e sentirla dentro di sé, basta toccarla per avere pace, è qualcosa che c’è ed è tangibile.”
Con queste parole Zhou Yunpeng, cantautore e poeta cinese, chiudeva un post del suo blog, scritto il 24 marzo di quest’anno.
Il 24 marzo ricorre l’anniversario della nascita di uno dei poeti cinesi più influenti degli ultimi decenni, Haizi. In quella data, ventidue anni fa, Haizi (海子)si allontanò da Pechino per recarsi nell’area di Shanhai guan, dove la Grande muraglia cinese si congiunge con il mare. Solo due giorni dopo pose fine alla sua vita disteso sui binari di una ferrovia, all’età di venticinque anni. Da allora il 26 marzo è divenuta una data a metà tra commemorazione e cultura, un giorno in cui i poeti cinesi si riuniscono in diversi angoli del paese per recitare le loro opere in omaggio di Haizi.
Zhou Yunpeng ha ribadito pochi anni fa il suo omaggio a Haizi, musicando una sua poesia, “Settembre”. Quest’anno, nel suo blog, lo ha ricordato non come un simbolo intangibile, ormai levato sopra la gente comune, ma come un ragazzo normale, che ogni anno viene pianto da una famiglia come tante e che come tanti, fra tanti dava voce alla sua poesia.
“Oggi poeti come Haizi, che spendono la loro vita nel nome del romanticismo, si sono estinti, proprio come quei dinosauri dotati di una statura immensa e che non c’è modo di far rivivere. Un’esistenza romantica è quasi inarrivabile. Ci vorrebbe tutto il petrolio del Medioriente per produrre il carburante necessario a bruciare se stessi; e dopo aver bruciato il proprio corpo raggiungere il Nirvana della fenice. I romantici sono persone che ritornano al passato, affacciate permanentemente sulle epoche dell’infanzia e della freschezza. Così nei versi di Haizi è difficile trovarvi il lessico della quotidianità, era uno di quei talenti ben lontano dalla norma.”
Settembre
Una distesa di fiori selvatici, la prateria dove si assiste alla morte di ogni spirito
E vento, risalente a luoghi lontani, ancor più lontano dei luoghi lontani
Il mio gemito è suono sommesso di corda tesa, senza lacrima alcuna
Lontananza di luoghi lontani che restituisco alla prateria
Uno è chiamato Testa di cavallo, uno è chiamato Coda di cavallo
Il mio gemito è suono sommesso di corda tesa, senza lacrima alcuna
In luoghi lontani una distesa di fiori selvatici, solo nella morte rappresi
Sospesa in alto sulla prateria la luna, come specchio rischiara il tempo millenario
Il mio gemito è suono sommesso di corda tesa, senza lacrima alcuna
Solitario sospingo il cavallo attraverso la prateria
Con queste parole Zhou Yunpeng, cantautore e poeta cinese, chiudeva un post del suo blog, scritto il 24 marzo di quest’anno.
Il 24 marzo ricorre l’anniversario della nascita di uno dei poeti cinesi più influenti degli ultimi decenni, Haizi. In quella data, ventidue anni fa, Haizi (海子)si allontanò da Pechino per recarsi nell’area di Shanhai guan, dove la Grande muraglia cinese si congiunge con il mare. Solo due giorni dopo pose fine alla sua vita disteso sui binari di una ferrovia, all’età di venticinque anni. Da allora il 26 marzo è divenuta una data a metà tra commemorazione e cultura, un giorno in cui i poeti cinesi si riuniscono in diversi angoli del paese per recitare le loro opere in omaggio di Haizi.
Zhou Yunpeng ha ribadito pochi anni fa il suo omaggio a Haizi, musicando una sua poesia, “Settembre”. Quest’anno, nel suo blog, lo ha ricordato non come un simbolo intangibile, ormai levato sopra la gente comune, ma come un ragazzo normale, che ogni anno viene pianto da una famiglia come tante e che come tanti, fra tanti dava voce alla sua poesia.
“Oggi poeti come Haizi, che spendono la loro vita nel nome del romanticismo, si sono estinti, proprio come quei dinosauri dotati di una statura immensa e che non c’è modo di far rivivere. Un’esistenza romantica è quasi inarrivabile. Ci vorrebbe tutto il petrolio del Medioriente per produrre il carburante necessario a bruciare se stessi; e dopo aver bruciato il proprio corpo raggiungere il Nirvana della fenice. I romantici sono persone che ritornano al passato, affacciate permanentemente sulle epoche dell’infanzia e della freschezza. Così nei versi di Haizi è difficile trovarvi il lessico della quotidianità, era uno di quei talenti ben lontano dalla norma.”
Settembre
Una distesa di fiori selvatici, la prateria dove si assiste alla morte di ogni spirito
E vento, risalente a luoghi lontani, ancor più lontano dei luoghi lontani
Il mio gemito è suono sommesso di corda tesa, senza lacrima alcuna
Lontananza di luoghi lontani che restituisco alla prateria
Uno è chiamato Testa di cavallo, uno è chiamato Coda di cavallo
Il mio gemito è suono sommesso di corda tesa, senza lacrima alcuna
In luoghi lontani una distesa di fiori selvatici, solo nella morte rappresi
Sospesa in alto sulla prateria la luna, come specchio rischiara il tempo millenario
Il mio gemito è suono sommesso di corda tesa, senza lacrima alcuna
Solitario sospingo il cavallo attraverso la prateria
lunedì 13 giugno 2011
Sulla democrazia (in tempi di referendum)
“Sto diventando sempre più anti-democratico”.
L’interlocutore impallidiva, una frase del genere diede forma a spettri su cui l’essere umano (propriamente europeo) non aveva fatto ancora pace con se stesso.
Di mezzo c’era la memoria storica, ancora calda; la follia dei nazionalismi, l’olocausto, Hitler, il male. Uno dei pochi mali sopravvissuti in un’epoca di attenuamento dei bianchi e dei neri.
Per questo motivo l’uomo non riusciva neppure a concepire teoretiche alternative. Poi c’è il calcolo politico, per carità, per cui la democrazia viene dipinta all’opinione pubblica e al resto del mondo come il punto d’arrivo della civiltà, ultimo atto di un eurocentrismo che di danni ne ha fatti, eccome se ne ha fatti.
In Cina non c’è democrazia. Lì il governo è costruito su un partito, il partito si dice di rappresentare il popolo e governa. Chi non è d’accordo generalmente ha pochi mezzi per esprimere un dissenso e quando ci riesce ha ancora meno mezzi per avere un riscontro politico-sociale. Poi: se impatti frontalmente il partito è finita, ti schiacciamo come se non fossi nessuno. Sì, spesso non è che diventi il male, semplicemente e improvvisamente non esisti, la società cinese continua a girare e non sa nulla di te.
In Italia abbiamo tanti partiti e scegliamo il primo ministro, incaricato di governare attraverso l’esecutivo. Noi siamo civili, il popolo non è più massa ma essere responsabilizzato nella società, chiamato a partecipare alla vita politico-sociale del proprio paese. Siamo cittadini, viviamo nella società civile, siamo parte integrante dello Stato.
Il sistema democratico non è la perfezione del vivere in comune. La democrazia è immersa nella storia, come tutto ciò che ha a che fare con l’essere umano e le sue proiezioni terrene. Democrazia. Non esempio perfetto di civiltà, ma ideale che sobbarca difetti restando ancorato a terra. Occorrerebbe concepire e razionalizzare le necessità; esprimere insoddisfazione per allargare la base sociale del dubbio costruttivo, esercitare pressione, negoziare e ottenere riconoscimento dall’alto.
Voto, elezione, feste e lutti a seconda del vincitore, fine del dibattito pubblico. La democrazia rimane spogliata del suo pane: il confronto politico popolare, che si impanna sui colori e su reliquie di immaginari ideologici. Per non parlare dei topos italici, che pure la politica diventa una questione di tette e culi. La massa degli elettori è perennemente insoddisfatta, si perde in qualunquismi di condanna generalizzata e dice in coro che si stava meglio quando si stava peggio. Il nostro sistema ha ridotto al voto il simbolo del volere popolare, è questo che dovrebbe divenire inaccettabile. Perché il voto non è divenuto atto reale di responsabilità e partecipazione civica, perché il voto è un pretesto per lavarsi le coscienze e darsi un’identità politica. Forse tutto ciò poteva avere un senso nel dopoguerra, nell’Italia da ricostruire. Comunisti, monarchici, democristiani, ideologie e modi diversi di concepire la vita sociale. Oggi il liberalismo ha vinto e ci limitiamo a un dibattito su privatizzazione e pubblico privo di anima. Tutti dentro una società borghese che nel bene o nel male rappresenta i soggetti che ci vivono dentro. La scelta di chi governa ha perso di significato, le opposizioni si sono ricondotte a identità di vedute all’interno di un sistema con gli angoli smussati.
Le differenze di vedute permangono, anche nei programmi politici. A volte alcuni toni rievocano anche degli ideali dal sapore antico. Ma la società e i suoi bisogni sono omologati e la politica non può prescindere da ciò. Il vecchio proletario ha accesso ai beni di consumo e i nuovi poveri dalla pelle diversa sono abitanti di cui ancora nessuno si cura veramente, gente senza voce. Tanto quelli non sono italiani perché non ci sono nati nella terra che non c’è, ci vivono solo.
Al di là della vecchia sfida di responsabilizzare le masse, che di tempo e voglia per pensare al bene politico non è che poi ce ne sia così tanta, se pensiamo alla democrazia come un valore in divenire allora potremmo iniziare a pensare che la sovranità popolare non dovrebbe tanto essere rinchiusa nel diritto di scelta, quanto nel diritto di controllo. Elezione-fine dei giochi, assunzione del potere-inizio dei giochi. Suona ben diverso.
L’uomo disse: “Il potere non può essere alla mercè di un volere irrazionale e non calcolato di chi la politica non la fa di mestiere”.
“D’accordo. Ma allo stesso modo i valori di una società non possono essere alla mercè del calcolo politico, altrimenti il risultato è la società che abbiamo sotto gli occhi.”
Può esistere un equilibrio quando ci si trova di fronte al potere? Può esistere nella pratica un incontro tra chi detiene e chi subisce il potere? Democrazia è ideale irrealizzabile perché il potere –al di là dei palliativi- è prerogativa di pochi?
Forse non siamo poi così migliori come pensavamo, forse non siamo più evoluti. Forse non avremo molto da imparare, ma neanche tanto da insegnare in fatto di gestione del potere.
E pensa che all’interno del Partito comunista cinese esistono pure due fazioni politiche. Pensa che si scannano dietro le quinte. E poi ricorrono a uguali ideologie per giustificarsi di fronte al popolo una volta preso il potere. In Cina si scannano tra loro e dietro il sipario, nella terra che non c’è davanti alle telecamere. Ma poi chi sale al potere si glorifica sempre di libertà. Di cambiamento e riformismo, che di questi tempi è una moda sicura. Di democrazia.
Non è che il potere è sempre potere e che crediamo a un mucchio di favole pur portando vestiti da intellettuali?
L’interlocutore impallidiva, una frase del genere diede forma a spettri su cui l’essere umano (propriamente europeo) non aveva fatto ancora pace con se stesso.
Di mezzo c’era la memoria storica, ancora calda; la follia dei nazionalismi, l’olocausto, Hitler, il male. Uno dei pochi mali sopravvissuti in un’epoca di attenuamento dei bianchi e dei neri.
Per questo motivo l’uomo non riusciva neppure a concepire teoretiche alternative. Poi c’è il calcolo politico, per carità, per cui la democrazia viene dipinta all’opinione pubblica e al resto del mondo come il punto d’arrivo della civiltà, ultimo atto di un eurocentrismo che di danni ne ha fatti, eccome se ne ha fatti.
In Cina non c’è democrazia. Lì il governo è costruito su un partito, il partito si dice di rappresentare il popolo e governa. Chi non è d’accordo generalmente ha pochi mezzi per esprimere un dissenso e quando ci riesce ha ancora meno mezzi per avere un riscontro politico-sociale. Poi: se impatti frontalmente il partito è finita, ti schiacciamo come se non fossi nessuno. Sì, spesso non è che diventi il male, semplicemente e improvvisamente non esisti, la società cinese continua a girare e non sa nulla di te.
In Italia abbiamo tanti partiti e scegliamo il primo ministro, incaricato di governare attraverso l’esecutivo. Noi siamo civili, il popolo non è più massa ma essere responsabilizzato nella società, chiamato a partecipare alla vita politico-sociale del proprio paese. Siamo cittadini, viviamo nella società civile, siamo parte integrante dello Stato.
Il sistema democratico non è la perfezione del vivere in comune. La democrazia è immersa nella storia, come tutto ciò che ha a che fare con l’essere umano e le sue proiezioni terrene. Democrazia. Non esempio perfetto di civiltà, ma ideale che sobbarca difetti restando ancorato a terra. Occorrerebbe concepire e razionalizzare le necessità; esprimere insoddisfazione per allargare la base sociale del dubbio costruttivo, esercitare pressione, negoziare e ottenere riconoscimento dall’alto.
Voto, elezione, feste e lutti a seconda del vincitore, fine del dibattito pubblico. La democrazia rimane spogliata del suo pane: il confronto politico popolare, che si impanna sui colori e su reliquie di immaginari ideologici. Per non parlare dei topos italici, che pure la politica diventa una questione di tette e culi. La massa degli elettori è perennemente insoddisfatta, si perde in qualunquismi di condanna generalizzata e dice in coro che si stava meglio quando si stava peggio. Il nostro sistema ha ridotto al voto il simbolo del volere popolare, è questo che dovrebbe divenire inaccettabile. Perché il voto non è divenuto atto reale di responsabilità e partecipazione civica, perché il voto è un pretesto per lavarsi le coscienze e darsi un’identità politica. Forse tutto ciò poteva avere un senso nel dopoguerra, nell’Italia da ricostruire. Comunisti, monarchici, democristiani, ideologie e modi diversi di concepire la vita sociale. Oggi il liberalismo ha vinto e ci limitiamo a un dibattito su privatizzazione e pubblico privo di anima. Tutti dentro una società borghese che nel bene o nel male rappresenta i soggetti che ci vivono dentro. La scelta di chi governa ha perso di significato, le opposizioni si sono ricondotte a identità di vedute all’interno di un sistema con gli angoli smussati.
Le differenze di vedute permangono, anche nei programmi politici. A volte alcuni toni rievocano anche degli ideali dal sapore antico. Ma la società e i suoi bisogni sono omologati e la politica non può prescindere da ciò. Il vecchio proletario ha accesso ai beni di consumo e i nuovi poveri dalla pelle diversa sono abitanti di cui ancora nessuno si cura veramente, gente senza voce. Tanto quelli non sono italiani perché non ci sono nati nella terra che non c’è, ci vivono solo.
Al di là della vecchia sfida di responsabilizzare le masse, che di tempo e voglia per pensare al bene politico non è che poi ce ne sia così tanta, se pensiamo alla democrazia come un valore in divenire allora potremmo iniziare a pensare che la sovranità popolare non dovrebbe tanto essere rinchiusa nel diritto di scelta, quanto nel diritto di controllo. Elezione-fine dei giochi, assunzione del potere-inizio dei giochi. Suona ben diverso.
L’uomo disse: “Il potere non può essere alla mercè di un volere irrazionale e non calcolato di chi la politica non la fa di mestiere”.
“D’accordo. Ma allo stesso modo i valori di una società non possono essere alla mercè del calcolo politico, altrimenti il risultato è la società che abbiamo sotto gli occhi.”
Può esistere un equilibrio quando ci si trova di fronte al potere? Può esistere nella pratica un incontro tra chi detiene e chi subisce il potere? Democrazia è ideale irrealizzabile perché il potere –al di là dei palliativi- è prerogativa di pochi?
Forse non siamo poi così migliori come pensavamo, forse non siamo più evoluti. Forse non avremo molto da imparare, ma neanche tanto da insegnare in fatto di gestione del potere.
E pensa che all’interno del Partito comunista cinese esistono pure due fazioni politiche. Pensa che si scannano dietro le quinte. E poi ricorrono a uguali ideologie per giustificarsi di fronte al popolo una volta preso il potere. In Cina si scannano tra loro e dietro il sipario, nella terra che non c’è davanti alle telecamere. Ma poi chi sale al potere si glorifica sempre di libertà. Di cambiamento e riformismo, che di questi tempi è una moda sicura. Di democrazia.
Non è che il potere è sempre potere e che crediamo a un mucchio di favole pur portando vestiti da intellettuali?
venerdì 27 maggio 2011
La bolla di vetro
È come uno stato di semi-incoscienza. Un fremito ripetuto che non lascia divagazione e respiro. Solo una sottile pesantezza d’animo, ventuno grammi difficili da sollevare. Almeno quanto tutte queste valigie. Ricolme.
Quanto si compra, quanto si consuma in vita. Ce ne si rende conto solo in occasione dei traslochi. Spontaneo pensare che non sia tutto necessario, tutto questo tessuto, la plastica, la carta, le parole scritte e dette. Forse la mia vita non è così semplice come credevo, così priva di orpelli, di superfluo.
Domani sarà tutto diverso, oggi è già diverso. Fra quattro giorni lo sarà di più, dopo un’ultima chiacchierata nella vecchia università dei primi amori. Da Pechino all’infanzia, da un dottorato di ricerca che è percorso di crescita alla disoccupazione.
Mesi fa correvo dietro a un matrimonio di compromessi tra diverse usanze, alla ricerca di equilibri spersonalizzati ma accettabili ai più. Litigavo spesso, spesso ascoltavo Chūntiān lĭ di Wang Feng, per riconoscermi in qualcosa. Poco importa il revival commerciale del pezzo, e le radio dei taxi che lo trasmettevano, sul percorso da casa alla città.
Penso all’effetto che mi farà rientrare nella casa dell’infanzia dopo avere vissuto nella periferia di Pechino per pochi mesi. Due immaginari che sono ossimoro, lindo quotidiano e luàn abbandonato a se stesso. Ora non litigo più spesso, ma avrei voluto pensare, catturare il momento. Non ne ho avuto il tempo. Ascolto Guānghuī suìyué dei Beyond e Bĕifāng bĕifāng di Wan Xiaoli.
Il giorno che ho mandato in stampa la tesi di dottorato è stato un piccolo trauma. Prima ero abituato ad alzarmi, leggere libri, cambiare una nota, una forma di espressione, aggiustare il tiro, andare in biblioteca... Da un giorno all’altro più nulla. Leggo ugualmente ma non posso migliorare nulla, la forma è divenuta definitiva. Mi torna in mente Camus.
Da un palazzo di Shanghai scrivo queste righe. Nella mia vita Shanghai non significa nulla. Non sono ostile ma neppure attratto. Non mi appartiene. Ancora meno oggi che sono qui, di transito, tra ciò che ho amato e un luogo che avevo lasciato anni fa. Sono solito dire che Roma è un buon posto dove tornare, specie dalla Cina, ma non per viverci. Vedremo. Oggi però penso più a quello che sto lasciando.
La polvere, il vento e la fugace aria primaverile.
La vita di periferia lungo i bordi, tra gente comune. Staccato da loro, in mezzo a loro, uomo distratto che guarda da posizione privilegiata.
Un modo di affrontare la vita che è solo mio e di nessun altro, indipendente.
La musica cinese. So già che ascoltarla in terre lontane sarà diverso, come fosse spogliata del suo più immediato riscontro umano, o della sua condizione di esistenza.
Un luogo che amo, non per fascinazioni irrazionali, ma semplicemente per averci vissuto. Non fino in fondo, pensare di esserne stato capace sarebbe solo arrogante, ma con il bagliore di punti di contatto discontinui. Non serve capire “tutto”, darsi una spiegazione a qualsiasi cosa. Solo passarci attraverso senza farsi troppe domande, intenderne una coerenza. Pechino.
Le persone che ho incontrato e amato in sei anni irregolari di cammino. Dai 25 ai 30, un bel salto. Lascio su questa terra, tra queste persone parte di me. Come sempre avviene quando si appartiene a qualcosa. O a qualcuno.
Non riesco a guardare ciò che ritroverò a breve, non ora non qui. Oggi ci sono per ciò che lascio, finalmente un attimo fuori da quella bolla di vetro che è impedimento mentale, castrazione sentimentale. Sarà dura ricominciare altrove, vedremo cosa ho imparato da tutto questo.
La vita è trasformazione, arrivo che è ripartenza. Al primo albeggiare ho aperto gli occhi da un sonno poco tranquillo: l’ultima notte. Al risveglio ero triste, per la prima volta in questi giorni. La bolla si sta incrinando, percepisco che lascio un posto e delle persone in cui credo.
Wăn’ān Bĕijīng. Non aspettarmi, anche se so che non lo faresti mai per nessuno.
Quanto si compra, quanto si consuma in vita. Ce ne si rende conto solo in occasione dei traslochi. Spontaneo pensare che non sia tutto necessario, tutto questo tessuto, la plastica, la carta, le parole scritte e dette. Forse la mia vita non è così semplice come credevo, così priva di orpelli, di superfluo.
Domani sarà tutto diverso, oggi è già diverso. Fra quattro giorni lo sarà di più, dopo un’ultima chiacchierata nella vecchia università dei primi amori. Da Pechino all’infanzia, da un dottorato di ricerca che è percorso di crescita alla disoccupazione.
Mesi fa correvo dietro a un matrimonio di compromessi tra diverse usanze, alla ricerca di equilibri spersonalizzati ma accettabili ai più. Litigavo spesso, spesso ascoltavo Chūntiān lĭ di Wang Feng, per riconoscermi in qualcosa. Poco importa il revival commerciale del pezzo, e le radio dei taxi che lo trasmettevano, sul percorso da casa alla città.
Penso all’effetto che mi farà rientrare nella casa dell’infanzia dopo avere vissuto nella periferia di Pechino per pochi mesi. Due immaginari che sono ossimoro, lindo quotidiano e luàn abbandonato a se stesso. Ora non litigo più spesso, ma avrei voluto pensare, catturare il momento. Non ne ho avuto il tempo. Ascolto Guānghuī suìyué dei Beyond e Bĕifāng bĕifāng di Wan Xiaoli.
Il giorno che ho mandato in stampa la tesi di dottorato è stato un piccolo trauma. Prima ero abituato ad alzarmi, leggere libri, cambiare una nota, una forma di espressione, aggiustare il tiro, andare in biblioteca... Da un giorno all’altro più nulla. Leggo ugualmente ma non posso migliorare nulla, la forma è divenuta definitiva. Mi torna in mente Camus.
Da un palazzo di Shanghai scrivo queste righe. Nella mia vita Shanghai non significa nulla. Non sono ostile ma neppure attratto. Non mi appartiene. Ancora meno oggi che sono qui, di transito, tra ciò che ho amato e un luogo che avevo lasciato anni fa. Sono solito dire che Roma è un buon posto dove tornare, specie dalla Cina, ma non per viverci. Vedremo. Oggi però penso più a quello che sto lasciando.
La polvere, il vento e la fugace aria primaverile.
La vita di periferia lungo i bordi, tra gente comune. Staccato da loro, in mezzo a loro, uomo distratto che guarda da posizione privilegiata.
Un modo di affrontare la vita che è solo mio e di nessun altro, indipendente.
La musica cinese. So già che ascoltarla in terre lontane sarà diverso, come fosse spogliata del suo più immediato riscontro umano, o della sua condizione di esistenza.
Un luogo che amo, non per fascinazioni irrazionali, ma semplicemente per averci vissuto. Non fino in fondo, pensare di esserne stato capace sarebbe solo arrogante, ma con il bagliore di punti di contatto discontinui. Non serve capire “tutto”, darsi una spiegazione a qualsiasi cosa. Solo passarci attraverso senza farsi troppe domande, intenderne una coerenza. Pechino.
Le persone che ho incontrato e amato in sei anni irregolari di cammino. Dai 25 ai 30, un bel salto. Lascio su questa terra, tra queste persone parte di me. Come sempre avviene quando si appartiene a qualcosa. O a qualcuno.
Non riesco a guardare ciò che ritroverò a breve, non ora non qui. Oggi ci sono per ciò che lascio, finalmente un attimo fuori da quella bolla di vetro che è impedimento mentale, castrazione sentimentale. Sarà dura ricominciare altrove, vedremo cosa ho imparato da tutto questo.
La vita è trasformazione, arrivo che è ripartenza. Al primo albeggiare ho aperto gli occhi da un sonno poco tranquillo: l’ultima notte. Al risveglio ero triste, per la prima volta in questi giorni. La bolla si sta incrinando, percepisco che lascio un posto e delle persone in cui credo.
Wăn’ān Bĕijīng. Non aspettarmi, anche se so che non lo faresti mai per nessuno.
domenica 24 aprile 2011
Mano nella mano, respiro nel respiro nella metropolitana di Pechino ("Terzo provai con la pistola, sparai parole")
Premesse:
Primo. Non so, mi è venuta in mente così oggi mentre prendevo la metro a Pechino. Fare un video che non farò, o forse sì. Magari. Un giorno. Se. Ne avevo già immaginati altri prima. Pechino ha una rete metropolitane molto sviluppata, ma non basta. “Zhōngguó rénkŏu duō”, te lo senti dire a più riprese in Cina; ostinatamente, instancabilmente. “I cinesi sono tanti”. La linea uno va da Ovest a Est, taglia in due la città, ma la città si è allargata, così al capolinea della linea uno si può prendere un altro treno, la linea bātōng, sempre più verso Est. È qui che vivo da qualche mese, in una periferia che sembra film.
Secondo. Bātōng+cambio linea uno orario di lavoro per la prima volta in 5 anni non lo avevo mai fatto prima spero di non doverlo rifare c’è gente che lo fa ogni giorno ad esempio tutti quelli che hanno un posto fisso e vivono nella periferia Est della città. Mezzi alternativi: assenti. Taxi, bus e mezzi di superficie bloccati nel traffico di una delle arterie principali del traffico cittadino, con semafori a ripetizione e cantieri in costruzione.
Terzo. Non è un problema della compagnia di trasporti come potrebbero supporre gli utenti Atac. A Pechino i trasporti funzionano, ci sono metro ogni pochi minuti e gli autobus passano spesso. Semplicemente, non bastano perché c’è troppa gente che vive in questa città e le distanze sono diradate nello spazio.
Cronaca:
Arrivo in stazione, la fermata si chiama ‘Università della comunicazione’, è la terza sulla linea bātōng. Ogni fermata metro a Pechino ha un metal detector all’ingresso (non c’è mai stato un attacco terroristico ma il nipote di un alto dirigente è il padrone di un’azienda che li produce e così... Evviva il post-socialismo con caratteristiche cinesi). La fila inizia da lì, appena dopo l’ingresso in stazione e prima dei tornelli. Alcuni guardiani sono in contatto radio con le banchine: appena si svuotano un po’ fanno muovere i primi della fila oltre i tornelli. Tempo di attesa: pochi minuti.
Scendo le scale e arrivo sulla banchina, neanche troppo piena. Funziona –penso-, così evitano il congestionamento e tutto fila liscio senza spintoni. Ingenuo. I treni arrivano già pieni zeppi, nessuno scende ed è palese che nessuno potrebbe neanche salire. Ma i primi della fila prendono una mini rincorsa con aria tranquilla; e premono, premono, premono ancora finché non ne entrano almeno quattro. Mentre si chiudono le porte dalla banchina la gente li spinge dentro con l’aiuto anche gli ausiliari di stazione. Qualcuno pronuncia frasi di incoraggiamento: “Secondo me ce la puoi fare”, “Prova a spingere un po’ più dentro la gamba destra che ce l’hai fatta”. Tutti hanno un’aria tranquilla, concludo che questa è la normalità. All’arrivo del primo treno sono in terza fila, la seconda volta potrei osare ma non ho il coraggio di buttarmi dentro, la terza tiro un sospiro, mini-rincorsa e mi butto dentro spingo e aspetto che mi spingano da fuori. Funziona, addirittura ne sale un’altra dietro me.
Sul treno: le tre fermate sono un incubo, manca aria, ho un braccio di una ragazza conficcato nella schiena, mi premono alle frenate e alle ripartenze e premo anch’io chi sta dietro.
Infine: arrivo al capolinea e cambio linea uno. Le porte si aprono come fossero gabbie, le persone escono come fossero in fuga. Come fosse una gara. O una scena di panico. Tutti corrono per salire per primi le scale. Motivo evidente, appena si sale al piano di sopra tutti fermi incolonnati in un percorso con transenne. Percorso lungo, a zig zag, di quelli che innervosiscono perché ti fanno arrivare da un capo all’altro della stazione che di per sé è bella grande quando basterebbe andare dritti per venti metri per raggiungere le scale e scendere sulla nuova banchina. C’è chi è in ritardo, li vedi prendere una rincorsa e scavalcare per primi le transenne. Sembrano i 110 a ostacoli con atleti in gicca e cravatta e pancetta.
Sotto la banchina va un po’ meglio, le metro passano spesso. Aspetto con pazienza di diventare il primo della fila e quando arriva il treno ho il mio posto. Ma già dal capolinea la linea uno si riempie e nelle prime stazioni osservo da seduto i giochini a pressione tra chi scende e chi sale. Immagino me lì in mezzo, solo un quarto d’ora prima.
Penso a chi lo fa tutte le mattine. Se questo è essere vivente.
Dal mio posto immagino il mio video con riprese da diversi angoli visuali: sulle file, da fuori e da dentro il treno, zoom sulle spinte per far entrare la gente nei treni, inquadrature da lontano delle corse per prendere i posti sulle scale e sulle banchine, la corsa a ostacoli. E poi la colonna sonora, qualcosa di indie-elettronico urbana. I primi a venirmi in mente sono i Death in vegas, Hands around my throat.
Primo. Non so, mi è venuta in mente così oggi mentre prendevo la metro a Pechino. Fare un video che non farò, o forse sì. Magari. Un giorno. Se. Ne avevo già immaginati altri prima. Pechino ha una rete metropolitane molto sviluppata, ma non basta. “Zhōngguó rénkŏu duō”, te lo senti dire a più riprese in Cina; ostinatamente, instancabilmente. “I cinesi sono tanti”. La linea uno va da Ovest a Est, taglia in due la città, ma la città si è allargata, così al capolinea della linea uno si può prendere un altro treno, la linea bātōng, sempre più verso Est. È qui che vivo da qualche mese, in una periferia che sembra film.
Secondo. Bātōng+cambio linea uno orario di lavoro per la prima volta in 5 anni non lo avevo mai fatto prima spero di non doverlo rifare c’è gente che lo fa ogni giorno ad esempio tutti quelli che hanno un posto fisso e vivono nella periferia Est della città. Mezzi alternativi: assenti. Taxi, bus e mezzi di superficie bloccati nel traffico di una delle arterie principali del traffico cittadino, con semafori a ripetizione e cantieri in costruzione.
Terzo. Non è un problema della compagnia di trasporti come potrebbero supporre gli utenti Atac. A Pechino i trasporti funzionano, ci sono metro ogni pochi minuti e gli autobus passano spesso. Semplicemente, non bastano perché c’è troppa gente che vive in questa città e le distanze sono diradate nello spazio.
Cronaca:
Arrivo in stazione, la fermata si chiama ‘Università della comunicazione’, è la terza sulla linea bātōng. Ogni fermata metro a Pechino ha un metal detector all’ingresso (non c’è mai stato un attacco terroristico ma il nipote di un alto dirigente è il padrone di un’azienda che li produce e così... Evviva il post-socialismo con caratteristiche cinesi). La fila inizia da lì, appena dopo l’ingresso in stazione e prima dei tornelli. Alcuni guardiani sono in contatto radio con le banchine: appena si svuotano un po’ fanno muovere i primi della fila oltre i tornelli. Tempo di attesa: pochi minuti.
Scendo le scale e arrivo sulla banchina, neanche troppo piena. Funziona –penso-, così evitano il congestionamento e tutto fila liscio senza spintoni. Ingenuo. I treni arrivano già pieni zeppi, nessuno scende ed è palese che nessuno potrebbe neanche salire. Ma i primi della fila prendono una mini rincorsa con aria tranquilla; e premono, premono, premono ancora finché non ne entrano almeno quattro. Mentre si chiudono le porte dalla banchina la gente li spinge dentro con l’aiuto anche gli ausiliari di stazione. Qualcuno pronuncia frasi di incoraggiamento: “Secondo me ce la puoi fare”, “Prova a spingere un po’ più dentro la gamba destra che ce l’hai fatta”. Tutti hanno un’aria tranquilla, concludo che questa è la normalità. All’arrivo del primo treno sono in terza fila, la seconda volta potrei osare ma non ho il coraggio di buttarmi dentro, la terza tiro un sospiro, mini-rincorsa e mi butto dentro spingo e aspetto che mi spingano da fuori. Funziona, addirittura ne sale un’altra dietro me.
Sul treno: le tre fermate sono un incubo, manca aria, ho un braccio di una ragazza conficcato nella schiena, mi premono alle frenate e alle ripartenze e premo anch’io chi sta dietro.
Infine: arrivo al capolinea e cambio linea uno. Le porte si aprono come fossero gabbie, le persone escono come fossero in fuga. Come fosse una gara. O una scena di panico. Tutti corrono per salire per primi le scale. Motivo evidente, appena si sale al piano di sopra tutti fermi incolonnati in un percorso con transenne. Percorso lungo, a zig zag, di quelli che innervosiscono perché ti fanno arrivare da un capo all’altro della stazione che di per sé è bella grande quando basterebbe andare dritti per venti metri per raggiungere le scale e scendere sulla nuova banchina. C’è chi è in ritardo, li vedi prendere una rincorsa e scavalcare per primi le transenne. Sembrano i 110 a ostacoli con atleti in gicca e cravatta e pancetta.
Sotto la banchina va un po’ meglio, le metro passano spesso. Aspetto con pazienza di diventare il primo della fila e quando arriva il treno ho il mio posto. Ma già dal capolinea la linea uno si riempie e nelle prime stazioni osservo da seduto i giochini a pressione tra chi scende e chi sale. Immagino me lì in mezzo, solo un quarto d’ora prima.
Penso a chi lo fa tutte le mattine. Se questo è essere vivente.
Dal mio posto immagino il mio video con riprese da diversi angoli visuali: sulle file, da fuori e da dentro il treno, zoom sulle spinte per far entrare la gente nei treni, inquadrature da lontano delle corse per prendere i posti sulle scale e sulle banchine, la corsa a ostacoli. E poi la colonna sonora, qualcosa di indie-elettronico urbana. I primi a venirmi in mente sono i Death in vegas, Hands around my throat.
lunedì 18 aprile 2011
Il cinematografo cinese
Jiang Wen, Zhang Yang, Li Yu. In semplice ordine cronologico.
Non ho mai pensato di avere le giuste competenze per spiegare il cinema cinese, solo che in un certo senso mi scuote.
Jiang Wen, uomo, è uno che ti sa far ridere e colpire insieme, nella stessa storia, nelle stesse azioni. È uno che noi stranieri probabilmente non capiremo mai fino in fondo per quanto è cinese, ma quello che arriva basta a rendere soddisfatti tutti gli spettatori, su diversi livelli. Stavolta mi ha raccontato una storia d’amore durante la Rivoluzione culturale, e tanto mi basta. Una storia senza fine e che forse non è mai esistita, ma solo immaginata. Storie di ragazzi di strada e di violenza, di grassi spiriti di camerata e buoni sentimenti. Invidie e gelosie. Quanto di buono e inevitabilmente cattivo c’è nell’essere giovani. Ho guardato al film come stessi guardando al passato e come potessi riviverlo. Quelle stesse bontà e cattiverie probabilmente non svaniscono nella crescita, ma mi viene da pensare che l’esperienza aiuta l’uomo ad accettare e coesistere coi suoi eccessi sentimentali e le sue estensioni più misere. Poi si può dire quel che si vuole, che un protagonista non ricordi il finale delle sue storie o le sue storie stesse perché il governo vuole privare un popolo della sua memoria. Magari è così, in fondo Jiang Wen è quello dei diversi livelli di accessibilità. Ma il mio punto non sarà quello, il mio punto sarà godere delle sfumature: di una tragedia agli occhi della storia che è stata gioia fanciullesca e adolescenziale per individui, nello stesso spazio e negli stessi giorni. Per poi tornare a essere dolore, sempre individuale, o dimenticanza, confusione. Come dire il dolore restituito alla gioia che però non sarà mai compiuta e forse, addirittura, era solo immaginata come un sogno di bambino nelle giotnate di sole splendente.
Saranno trent’anni dopo, forse. Dopo la negazione del maoismo, dopo che i buoni sarebbero diventati cattivi, i cattivi sarebbero stati riabilitati e la memoria collettiva sarebbe stata riscritta di nuovo. Dopo che la Cina liberò se stessa per tornare a cadere sui propri fantasmi. Chissà se è solo una faccia di un trauma collettivo. Chissà se è la frustrazione di un ideale privato in una società resa nuovamente conforme. Chissà se è solo un esempio, che potrebbe trovarsi ovunque e in ogni tempo, di un individuo che si trova a vivere in una società che non è sua. Zhang Yang, uomo, ama parlare di famiglia, demarcando complessità e sfumature nei rapporti all’interno del nucleo familiare ristretto. Ma stavolta sembra anche avere voluto raccontare lo spirito di una fetta di epoca cinese degli anni ’90. Quella Cina urbana che negli anni ’80 se l’era spassata nella sua adolescenza liberale e negli anni ’90 si era messa al lavoro, ognuno con il suo business, piccolo o grande che fosse. C’è chi non ce l’ha fatta e si è ribaltato su se stesso, seduto su un parco rimediato e costretto tra soprelevate e anelli. Senza riconoscere più se stesso né i familiari, senza parlare e perdendo direzioni. Una storia del tentativo di riscattarsi (dalla tossicodipendenza o dall’inerzia e dall’aggressività cui costringe la società?) in una famiglia normale, umile cinese. Fa male vedere due genitori come tanti subire la cattiveria di un figlio. Ridotti all’impotenza perché le autorità sono sovvertite e il figlio sa che può continuare a infierire perché i suoi genitori non lo abbandoneranno mai. Fa ancora più male vedere degli attori recitare loro stessi, costretti a rivivere un dramma atto dopo atto su un palco di teatro. Se almeno fosse stata una reale esternazione. Sembrava lasciare speranze, Jia Hongsheng alla fine del film, nella ripresa di una vita semplice. Ma la riproduzione della realtà attraverso una camera finisce nel 2001 e l’attore che recita se stesso si suicida nel 2010, credo si sia gettato faccia al vento fino allo schianto. Sarà impossibile che ci racconti o che costringa la sua famiglia a raccontarci la sua morte stavolta. Sembrava Ieri.
Oggi. Questa volta è un incidente stradale. E una donna, una madre che lo rivive giorno dopo giorno nel suo garage, dentro le macerie di una vettura. Si può scegliere di morire così, giorno dopo giorno, per quanto ci si sente abbandonati. In casa sono arrivati tre ragazzi, con il bene e il male della gioventù. Sanno ferire. Sanno perdersi nelle botte per difendere l’orgoglio e gonfiare il petto. Sanno amare gli eccessi. E sanno farsi amare, sì sanno amare e farsi amare con quella convinzione ancora non intaccata dalla vita. Nei giorni in cui i compromessi puoi solo immaginarteli e dirti che saprai accettarli quando sarà, o magari proprio non ci pensi. Li Yu, donna, ama la fotografia attenta al dettaglio, con certi effetti. Inquadrature, montaggi che sanno trasmettere molto. E poi ci sono squarci di luce che non è solo abbaglio ma vita espressa. Le urla sui tetti dei treni all’uscita dal tunnel travolti dalla luce come a soffocarti. Uscire dal buio e alzare le braccia, chi attraverso la condivisione di un’amicizia, chi ammettendo di avere qualcuno ancora affianco. Chi prendendo coscienza della morte che si aggira fuori casa, a pochi chilometri da casa: erano vere le immagini del terremoto di Wenquan, immagini reali e soprattutto fresche, con l’odore della contemporaneità ancora addosso. Distruzione e morte che senti sulla pelle, era solo il 2008. E chi è vivo può solo rendere giustizia a chi vivo non è più onorando i giorni a rimanere. Andava tutto liscio, ma anche qui c’è un salto nel vuoto. Forse non è neanche la cosa più importante, in fondo era solo una donna che voleva la liberazione e quale momento migliore per farlo se non quando hai saputo dimostrarti di potere essere ancora viva, se solo non fosse per. Questa volta non so perché ma è stato un salto nella pace, in fondo intorno tutto era verde e saltare dalla montagna del Buddha della compassione non è come buttarsi giù da un palazzo di una metropoli.
Film del mese:
Giornate di sole splendente, regia di Jiang Wen, uomo (1994).
Ieri, regia di Zhang Yang, uomo (2001).
Il monte del Buddha della compassione, regia di Li Yu, donna (2011).
Non ho mai pensato di avere le giuste competenze per spiegare il cinema cinese, solo che in un certo senso mi scuote.
Jiang Wen, uomo, è uno che ti sa far ridere e colpire insieme, nella stessa storia, nelle stesse azioni. È uno che noi stranieri probabilmente non capiremo mai fino in fondo per quanto è cinese, ma quello che arriva basta a rendere soddisfatti tutti gli spettatori, su diversi livelli. Stavolta mi ha raccontato una storia d’amore durante la Rivoluzione culturale, e tanto mi basta. Una storia senza fine e che forse non è mai esistita, ma solo immaginata. Storie di ragazzi di strada e di violenza, di grassi spiriti di camerata e buoni sentimenti. Invidie e gelosie. Quanto di buono e inevitabilmente cattivo c’è nell’essere giovani. Ho guardato al film come stessi guardando al passato e come potessi riviverlo. Quelle stesse bontà e cattiverie probabilmente non svaniscono nella crescita, ma mi viene da pensare che l’esperienza aiuta l’uomo ad accettare e coesistere coi suoi eccessi sentimentali e le sue estensioni più misere. Poi si può dire quel che si vuole, che un protagonista non ricordi il finale delle sue storie o le sue storie stesse perché il governo vuole privare un popolo della sua memoria. Magari è così, in fondo Jiang Wen è quello dei diversi livelli di accessibilità. Ma il mio punto non sarà quello, il mio punto sarà godere delle sfumature: di una tragedia agli occhi della storia che è stata gioia fanciullesca e adolescenziale per individui, nello stesso spazio e negli stessi giorni. Per poi tornare a essere dolore, sempre individuale, o dimenticanza, confusione. Come dire il dolore restituito alla gioia che però non sarà mai compiuta e forse, addirittura, era solo immaginata come un sogno di bambino nelle giotnate di sole splendente.
Saranno trent’anni dopo, forse. Dopo la negazione del maoismo, dopo che i buoni sarebbero diventati cattivi, i cattivi sarebbero stati riabilitati e la memoria collettiva sarebbe stata riscritta di nuovo. Dopo che la Cina liberò se stessa per tornare a cadere sui propri fantasmi. Chissà se è solo una faccia di un trauma collettivo. Chissà se è la frustrazione di un ideale privato in una società resa nuovamente conforme. Chissà se è solo un esempio, che potrebbe trovarsi ovunque e in ogni tempo, di un individuo che si trova a vivere in una società che non è sua. Zhang Yang, uomo, ama parlare di famiglia, demarcando complessità e sfumature nei rapporti all’interno del nucleo familiare ristretto. Ma stavolta sembra anche avere voluto raccontare lo spirito di una fetta di epoca cinese degli anni ’90. Quella Cina urbana che negli anni ’80 se l’era spassata nella sua adolescenza liberale e negli anni ’90 si era messa al lavoro, ognuno con il suo business, piccolo o grande che fosse. C’è chi non ce l’ha fatta e si è ribaltato su se stesso, seduto su un parco rimediato e costretto tra soprelevate e anelli. Senza riconoscere più se stesso né i familiari, senza parlare e perdendo direzioni. Una storia del tentativo di riscattarsi (dalla tossicodipendenza o dall’inerzia e dall’aggressività cui costringe la società?) in una famiglia normale, umile cinese. Fa male vedere due genitori come tanti subire la cattiveria di un figlio. Ridotti all’impotenza perché le autorità sono sovvertite e il figlio sa che può continuare a infierire perché i suoi genitori non lo abbandoneranno mai. Fa ancora più male vedere degli attori recitare loro stessi, costretti a rivivere un dramma atto dopo atto su un palco di teatro. Se almeno fosse stata una reale esternazione. Sembrava lasciare speranze, Jia Hongsheng alla fine del film, nella ripresa di una vita semplice. Ma la riproduzione della realtà attraverso una camera finisce nel 2001 e l’attore che recita se stesso si suicida nel 2010, credo si sia gettato faccia al vento fino allo schianto. Sarà impossibile che ci racconti o che costringa la sua famiglia a raccontarci la sua morte stavolta. Sembrava Ieri.
Oggi. Questa volta è un incidente stradale. E una donna, una madre che lo rivive giorno dopo giorno nel suo garage, dentro le macerie di una vettura. Si può scegliere di morire così, giorno dopo giorno, per quanto ci si sente abbandonati. In casa sono arrivati tre ragazzi, con il bene e il male della gioventù. Sanno ferire. Sanno perdersi nelle botte per difendere l’orgoglio e gonfiare il petto. Sanno amare gli eccessi. E sanno farsi amare, sì sanno amare e farsi amare con quella convinzione ancora non intaccata dalla vita. Nei giorni in cui i compromessi puoi solo immaginarteli e dirti che saprai accettarli quando sarà, o magari proprio non ci pensi. Li Yu, donna, ama la fotografia attenta al dettaglio, con certi effetti. Inquadrature, montaggi che sanno trasmettere molto. E poi ci sono squarci di luce che non è solo abbaglio ma vita espressa. Le urla sui tetti dei treni all’uscita dal tunnel travolti dalla luce come a soffocarti. Uscire dal buio e alzare le braccia, chi attraverso la condivisione di un’amicizia, chi ammettendo di avere qualcuno ancora affianco. Chi prendendo coscienza della morte che si aggira fuori casa, a pochi chilometri da casa: erano vere le immagini del terremoto di Wenquan, immagini reali e soprattutto fresche, con l’odore della contemporaneità ancora addosso. Distruzione e morte che senti sulla pelle, era solo il 2008. E chi è vivo può solo rendere giustizia a chi vivo non è più onorando i giorni a rimanere. Andava tutto liscio, ma anche qui c’è un salto nel vuoto. Forse non è neanche la cosa più importante, in fondo era solo una donna che voleva la liberazione e quale momento migliore per farlo se non quando hai saputo dimostrarti di potere essere ancora viva, se solo non fosse per. Questa volta non so perché ma è stato un salto nella pace, in fondo intorno tutto era verde e saltare dalla montagna del Buddha della compassione non è come buttarsi giù da un palazzo di una metropoli.
Film del mese:
Giornate di sole splendente, regia di Jiang Wen, uomo (1994).
Ieri, regia di Zhang Yang, uomo (2001).
Il monte del Buddha della compassione, regia di Li Yu, donna (2011).
lunedì 28 marzo 2011
Song Yuzhe (宋雨哲)
***Senza pensarci troppo me lo immaginavo diverso il cimitero di Pechino. Incolto, poco curato; superficialmente, non saprei neanche dire il perché. Invece è razionale e asfissiante, le lapidi in fila non hanno modo di respirare, privazione di spazi. Nella quiete di un verde curato, come immaginario vuole.
“Lavorare qui deve essere bello”
No, forse l’immaginario non è proprio lo stesso.
Avete
riso, scherzato sulla lapide di un amico dopo solo due anni.
Non so neanche se sia per imbarazzo come mi hai detto
o per una forma di coscienza di fronte alla morte che non so neanche immaginare.
Non so neanche
se preferirei che fosse così, a tratti eravate convincenti nel ridere di fronte alla morte.
Io nel frattempo pensavo al fatto che accanto a ogni tomba c’era un albero. Immaginavo questi alberi crescere dopo la sepoltura e che in ognuno di essi si trasferiva lo spirito di un morto. E che mentre noi credevamo di guardare loro su una lapide fossero invece loro a fissarci da un albero, noi e la nostra ingenuità.
Peccato il traffico, che dopo quaranta minuti avevamo fatto massimo un chilometro e tanti ce ne sarebbero spettati ancora, nella folla e nel fremito. Peccato le persone di cui ci siamo circondati, ma non sempre si può pretendere molto dal concetto di compagnia. Mi sono trascinato stancamente fino a sera, aspettando del sollievo sotto forma di musica, che ovviamente è arrivato.
***Due volte in due mesi, Song Yuzhe. Avrei voluto dirgli: “Da parecchi mesi sei il musicista che sa rappresentare meglio la mia comprensione della musica”. Non l’ho fatto perché è uno alla mano e per evitare forme di idealizzazione proprio ora che ho in corpo una certa disillusione verso il mondo. Probabile che in realtà abbiamo due visioni della musica completamente diverse, in faccia a quello che provo quando lo ascolto.
Per un critico non sarebbe difficile parlare di sperimentazione folk cinese. E di ponti. Tra il passato –che sia un film muto che ha perso la voce ma non l’espressività, che siano popoli antichi e lontani dalla società urbana globalizzata- e il presente. Tra la gente comune che fa musica da tradizione e una platea che ostenta intellettualismi. Rivisitando con animo internazionale, strumenti tradizionali e una voce (che voce, dalla gola, dalla pancia, fondamentalmente da dentro, da cavità senza essere gutturale, primordiale ma articolata. E libera) canti etnici. Uno che sa cantare, che sa suonare e che è portato. Che non si ferma, che rivisita. Improvvisare forse no ma riconfigurare un’identità musicale spontaneaente sì.
Per me non so. Non saprei di cosa parlare né dire. Se non che lo ascolto. Non tutti i giorni ma che ogni tot mi viene da riprendere il cd e metterlo su, farlo girare, vivermelo e sentirmi vivo. Anche se poi in fondo parliamo due lingue –anche musicali- diverse. Ancora non ho preso in mano i suoi testi dopo mesi. Mi piace pensare che siano come te li fa immaginare la musica: immediati, che cantano una vita semplice non urbana, quasi scurrili (mi torna in mente Hao Jie...). Leggere, tradurre, appurare. Prima o poi.
***Infine,
Ieri un altro scontro post-matrimoniale, lacrime a doppio senso, riappacificazione con noi stessi. Mah, oggi scrivo in un parco con il futuro nella tasca dell’inconoscibile che sapremo mentre vivremo. E due biglietti in tasca, finalmente davvero due, per l’India. Forse Sikkim, forse parco nazionale himalayanico. Prima di partire voglio rivedere Three Idiots e commuovermi sull’idealismo indiano a lieto fine. Anche questo voglio farlo in due.
Album del mese:
Da wanggang (大忘杠), Huangqiang Zouban (荒腔走板) (dall’inizio alla fine, ripetutamente a distanza di intervalli di tempo irregolari).
“Lavorare qui deve essere bello”
No, forse l’immaginario non è proprio lo stesso.
Avete
riso, scherzato sulla lapide di un amico dopo solo due anni.
Non so neanche se sia per imbarazzo come mi hai detto
o per una forma di coscienza di fronte alla morte che non so neanche immaginare.
Non so neanche
se preferirei che fosse così, a tratti eravate convincenti nel ridere di fronte alla morte.
Io nel frattempo pensavo al fatto che accanto a ogni tomba c’era un albero. Immaginavo questi alberi crescere dopo la sepoltura e che in ognuno di essi si trasferiva lo spirito di un morto. E che mentre noi credevamo di guardare loro su una lapide fossero invece loro a fissarci da un albero, noi e la nostra ingenuità.
Peccato il traffico, che dopo quaranta minuti avevamo fatto massimo un chilometro e tanti ce ne sarebbero spettati ancora, nella folla e nel fremito. Peccato le persone di cui ci siamo circondati, ma non sempre si può pretendere molto dal concetto di compagnia. Mi sono trascinato stancamente fino a sera, aspettando del sollievo sotto forma di musica, che ovviamente è arrivato.
***Due volte in due mesi, Song Yuzhe. Avrei voluto dirgli: “Da parecchi mesi sei il musicista che sa rappresentare meglio la mia comprensione della musica”. Non l’ho fatto perché è uno alla mano e per evitare forme di idealizzazione proprio ora che ho in corpo una certa disillusione verso il mondo. Probabile che in realtà abbiamo due visioni della musica completamente diverse, in faccia a quello che provo quando lo ascolto.
Per un critico non sarebbe difficile parlare di sperimentazione folk cinese. E di ponti. Tra il passato –che sia un film muto che ha perso la voce ma non l’espressività, che siano popoli antichi e lontani dalla società urbana globalizzata- e il presente. Tra la gente comune che fa musica da tradizione e una platea che ostenta intellettualismi. Rivisitando con animo internazionale, strumenti tradizionali e una voce (che voce, dalla gola, dalla pancia, fondamentalmente da dentro, da cavità senza essere gutturale, primordiale ma articolata. E libera) canti etnici. Uno che sa cantare, che sa suonare e che è portato. Che non si ferma, che rivisita. Improvvisare forse no ma riconfigurare un’identità musicale spontaneaente sì.
Per me non so. Non saprei di cosa parlare né dire. Se non che lo ascolto. Non tutti i giorni ma che ogni tot mi viene da riprendere il cd e metterlo su, farlo girare, vivermelo e sentirmi vivo. Anche se poi in fondo parliamo due lingue –anche musicali- diverse. Ancora non ho preso in mano i suoi testi dopo mesi. Mi piace pensare che siano come te li fa immaginare la musica: immediati, che cantano una vita semplice non urbana, quasi scurrili (mi torna in mente Hao Jie...). Leggere, tradurre, appurare. Prima o poi.
***Infine,
Ieri un altro scontro post-matrimoniale, lacrime a doppio senso, riappacificazione con noi stessi. Mah, oggi scrivo in un parco con il futuro nella tasca dell’inconoscibile che sapremo mentre vivremo. E due biglietti in tasca, finalmente davvero due, per l’India. Forse Sikkim, forse parco nazionale himalayanico. Prima di partire voglio rivedere Three Idiots e commuovermi sull’idealismo indiano a lieto fine. Anche questo voglio farlo in due.
Album del mese:
Da wanggang (大忘杠), Huangqiang Zouban (荒腔走板) (dall’inizio alla fine, ripetutamente a distanza di intervalli di tempo irregolari).
lunedì 14 marzo 2011
Post-, in transito
E se tra due ore mi ritrovassi lì, senza pensieri e parole.
“Sposarsi non ha senso, è meglio non farlo, è meglio che ognuno viva a casa sua con la sua libertà”. Potevi dirlo prima, almeno un mese fa.
E se non sapessi cosa dire per l’imbarazzo. Se arrivassi con la faccia che ho adesso. Poi dici la domenica, la domenica. Poi dici che se esiste un giorno da patire attimo dopo attimo, dimmi se non è la domenica.
Sono due settimane, un mese, no ancora di più, amore. Sono giorni su giorni che mi dici cose che lasciano su una strada con le mani in tasca. Pechino è la città ideale per vivere tutto questo, una castrazione emotiva che ti (si?) tiene tutto dentro. Proprio io, mi viene da dire, proprio io amore che butto sempre tutto fuori. Avrei voluto tradirti e tradirti ancora ma cos’è il tradimento? Se ne può parlare, magari con un amico che ci presenta. Magari in una casa su Anding men con mille altri pensieri per la testa.
Ci vorrà un’ora e mezza almeno, prima di arrivare. L’altro ieri ne ho fatto un pezzo a piedi, più di un chilometro di notte, sembrava sempre lo stesso film. Di Jia Zhangke, il film che non c’è, quello che avrebbe fatto seguito a Platform e Xiao Wu. Anni ’80, anni ’90, anni zero. La provincia cresciuta, ad un passo dal centro di Pechino ascoltando Quando tornerai dall’estero. Più o meno. Sul quinto anello orientale. Ho sempre pensato che vivere in uno di questi posti sarebbe stato come stare in un film sociale. Lo è. Cinese, dove gli emarginati non hanno modo di articolare? esprimere? emozioni. Era mezzanotte, dall’incrocio Sud della via della gioventù all’anello, fin sotto l’anello. Ho visto: un lotus, un mac, una volvo, un bmw, un ospedale, un parco di periferia. Spoglio. E ubriachi della tarda notte. E una sala biliardo. Sapevo che lo avrei fatto, magari solo perché una sera avrei speso troppo per mangiare. Poi capisci perché in Quitting c’è l’annuncio di un suicidio. Cambiano le generazioni di cinesi ma riconosci il contesto.
Amore, se mi dicessi che:
non siamo altro che angeli con una sola ala,
che possono volare
solo abbracciandosi l’uno con l’altro.
Se sapessi ora la realtà del domani. Quale tra frase esasperata e poesia. Se sapessi dove inizia la rivoluzione e dove l’uomo.
Sì, sarebbe più facile.
Ma non potrei sapere tutto questo, potrò solo viverlo, sbagliare, sperarlo, disilludermi, ferire, essere ferito, lasciarmi al contagio degli entusiasmi, credere. A posteriori sarà meglio così e, chissà, forse questo mi aiuterà ad essere un uomo migliore.
Il mese scorso mi sono sposato, amo mia moglie.
“Sposarsi non ha senso, è meglio non farlo, è meglio che ognuno viva a casa sua con la sua libertà”. Potevi dirlo prima, almeno un mese fa.
E se non sapessi cosa dire per l’imbarazzo. Se arrivassi con la faccia che ho adesso. Poi dici la domenica, la domenica. Poi dici che se esiste un giorno da patire attimo dopo attimo, dimmi se non è la domenica.
Sono due settimane, un mese, no ancora di più, amore. Sono giorni su giorni che mi dici cose che lasciano su una strada con le mani in tasca. Pechino è la città ideale per vivere tutto questo, una castrazione emotiva che ti (si?) tiene tutto dentro. Proprio io, mi viene da dire, proprio io amore che butto sempre tutto fuori. Avrei voluto tradirti e tradirti ancora ma cos’è il tradimento? Se ne può parlare, magari con un amico che ci presenta. Magari in una casa su Anding men con mille altri pensieri per la testa.
Ci vorrà un’ora e mezza almeno, prima di arrivare. L’altro ieri ne ho fatto un pezzo a piedi, più di un chilometro di notte, sembrava sempre lo stesso film. Di Jia Zhangke, il film che non c’è, quello che avrebbe fatto seguito a Platform e Xiao Wu. Anni ’80, anni ’90, anni zero. La provincia cresciuta, ad un passo dal centro di Pechino ascoltando Quando tornerai dall’estero. Più o meno. Sul quinto anello orientale. Ho sempre pensato che vivere in uno di questi posti sarebbe stato come stare in un film sociale. Lo è. Cinese, dove gli emarginati non hanno modo di articolare? esprimere? emozioni. Era mezzanotte, dall’incrocio Sud della via della gioventù all’anello, fin sotto l’anello. Ho visto: un lotus, un mac, una volvo, un bmw, un ospedale, un parco di periferia. Spoglio. E ubriachi della tarda notte. E una sala biliardo. Sapevo che lo avrei fatto, magari solo perché una sera avrei speso troppo per mangiare. Poi capisci perché in Quitting c’è l’annuncio di un suicidio. Cambiano le generazioni di cinesi ma riconosci il contesto.
Amore, se mi dicessi che:
non siamo altro che angeli con una sola ala,
che possono volare
solo abbracciandosi l’uno con l’altro.
Se sapessi ora la realtà del domani. Quale tra frase esasperata e poesia. Se sapessi dove inizia la rivoluzione e dove l’uomo.
Sì, sarebbe più facile.
Ma non potrei sapere tutto questo, potrò solo viverlo, sbagliare, sperarlo, disilludermi, ferire, essere ferito, lasciarmi al contagio degli entusiasmi, credere. A posteriori sarà meglio così e, chissà, forse questo mi aiuterà ad essere un uomo migliore.
Il mese scorso mi sono sposato, amo mia moglie.
martedì 11 gennaio 2011
Per rinascere devi prima morire
E’ una storia di ascenzioni e cadute, di aspirazioni obbligate a terra. L’everest ti riduce al silenzio... Ciò che ti ammutolisce, credo, è la visione che hai avuto della perfezione: perché parlare, se non sei in grado di elaborare pensieri perfetti, frasi perfette? Ti sembra un tradimento di quello che hai vissuto. Storia di iceberg e montagne. Un iceberg è acqua che si sforza di essere terra; una montagna è un tentativo della terra di trasformarsi in cielo; è un volo costretto al suolo, la terra mutata –o quasi- in aria, esaltata, nel senso più vero del termine.
Di un inganno, di vicinanza al divino. Il distacco dal reale avvicina all’idea di Dio ma insieme diviene follia staccandosi dall’uomo, diviene fantasma che perseguita durante le cadute. Dove l’uomo, il materiale, l’Occidente sono il reale.
Che idea è Dio? che sovrapposizione si nasconde tra bene e male? Quale tra umano e divino? Perché l’uomo è condizione del divino? Perché la fede, perché l’assenza di fede condizionano il significato di ciò che è considerato vero?
A qualsiasi idea nuova, Mahound, si fanno due domande. La prima la si fa quando è debole: Che specie di idea sei? Sei della specie che scende a compromessi, tratta, si adegua alla società, aspira a trovarsi una nicchia, a sopravvivere; o sei quel tipo di idea cocciuta, intrattabile, inflessibile che preferirebbe spezzarsi che lasciarsi portar via dalla brezza? Quella di questa specie sarà, quasi sicuramente, fatta a pezzi novantanove volte su cento; ma, la centesima, cambierà il mondo.
E’ storia di una religione che scelse il calcolo quando fu abbagliata, che riprese la propria strada quando ritornò sobria e si riscoprì politica e condizionata nel dubbio di chi era stato discepolo e padroneggiava la scrittura. Perché umanizzata, perché il divino è invisibile, perché la rivelazione è chiamata dall’uomo. L’umanizzazione degli angeli. Peccatori gelosi per amore, né bianchi né neri, come gli uomini. Strumento dell’ignoto e ancor più della fede. Esiste più la volontà di credere che l’oggetto creduto. Incondizionata, retta, rivolta a Dio, da Jahilia all’esilio. Esule è il sogno di un ritorno glorioso. Esule è la visione di una rivoluzione: l’Elba, non Sant’Elena. E’ un paradosso senza fine: guardare avanti guardandosi sempre indietro.
Il dubbio. Il sacro nel sacrilego. Il sacrilego che imita il sacro e trascende la bellezza in un bordello con puttane, che lentamente assumono le sembianze delle mogli del profeta. Malato, morente, cieco, eunuco. Il sacro corroso dal dubbio, che contamina la purezza e la costringe a poggiare i piedi a terra. Dalla rivoluzione di un’idea all’istituzione. E’ storia della guerra tra parola e Scrittura. Puttane e scrittori, Mahound. Siamo noi quelli che non puoi perdonare. Mahound replicò: “Scrittori e puttane. Non vedo nessuna differenza”.
C’era una volta un movimento di folla. Verso il mare. C’era una volta Titlipur, il villaggio delle farfalle, con al centro un enorme albero di baniano che adombrava i tetti di ogni casa offrendo protezione coi suoi rami. E’ la storia di un amore, due, tre, quattro. Di dolore e vendetta. Di una lotta per amore che fu anche egoismo. La fede contro la miscredenza, lo spirito contro la materia. Del senso umiliato di un pellegrinaggio nel mondo del benessere. Del non-senso della superstizione e di una morte che fu salvezza.
L’angelo rivela mentre sogna: Tutt’intorno, pensa tra il sogno e la veglia, ci sono persone che odono voci, che si fanno sedurre dalle parole. Ma non sono sue; non sono farina del suo sacco. –Allora di chi sono? Chi sussurra nelle loro orecchie, mettendoli in grado di smuovere montagne, fermare orologi, diagnosticare malattie?
Uomo o Dio?
Perché ciò che uno crede dipende da ciò che ha visto –non solo da ciò che è visibile ma da ciò che si è disposti a guardare in faccia.
Saladin, il demone. Gibreel, l’angelo. Il male geloso del bene, vendicativo. Il male che non accetta se stesso e si maschera; il bene che vive compiaciuto la sua imperfezione e seduce. Il bene che impazzisce, il male che diviene equilibrio. Sullo sfondo storie di ordinaria discriminazione.
Il mondo è inconciliabile, non dimenticarlo mai.
E’ storia di fragilità umana, di imperfezione inconsolabile anche dall’idea di Dio.
Autore: Salman Rushdie
Titolo: I versi satanici, 1988
Di un inganno, di vicinanza al divino. Il distacco dal reale avvicina all’idea di Dio ma insieme diviene follia staccandosi dall’uomo, diviene fantasma che perseguita durante le cadute. Dove l’uomo, il materiale, l’Occidente sono il reale.
Che idea è Dio? che sovrapposizione si nasconde tra bene e male? Quale tra umano e divino? Perché l’uomo è condizione del divino? Perché la fede, perché l’assenza di fede condizionano il significato di ciò che è considerato vero?
A qualsiasi idea nuova, Mahound, si fanno due domande. La prima la si fa quando è debole: Che specie di idea sei? Sei della specie che scende a compromessi, tratta, si adegua alla società, aspira a trovarsi una nicchia, a sopravvivere; o sei quel tipo di idea cocciuta, intrattabile, inflessibile che preferirebbe spezzarsi che lasciarsi portar via dalla brezza? Quella di questa specie sarà, quasi sicuramente, fatta a pezzi novantanove volte su cento; ma, la centesima, cambierà il mondo.
E’ storia di una religione che scelse il calcolo quando fu abbagliata, che riprese la propria strada quando ritornò sobria e si riscoprì politica e condizionata nel dubbio di chi era stato discepolo e padroneggiava la scrittura. Perché umanizzata, perché il divino è invisibile, perché la rivelazione è chiamata dall’uomo. L’umanizzazione degli angeli. Peccatori gelosi per amore, né bianchi né neri, come gli uomini. Strumento dell’ignoto e ancor più della fede. Esiste più la volontà di credere che l’oggetto creduto. Incondizionata, retta, rivolta a Dio, da Jahilia all’esilio. Esule è il sogno di un ritorno glorioso. Esule è la visione di una rivoluzione: l’Elba, non Sant’Elena. E’ un paradosso senza fine: guardare avanti guardandosi sempre indietro.
Il dubbio. Il sacro nel sacrilego. Il sacrilego che imita il sacro e trascende la bellezza in un bordello con puttane, che lentamente assumono le sembianze delle mogli del profeta. Malato, morente, cieco, eunuco. Il sacro corroso dal dubbio, che contamina la purezza e la costringe a poggiare i piedi a terra. Dalla rivoluzione di un’idea all’istituzione. E’ storia della guerra tra parola e Scrittura. Puttane e scrittori, Mahound. Siamo noi quelli che non puoi perdonare. Mahound replicò: “Scrittori e puttane. Non vedo nessuna differenza”.
C’era una volta un movimento di folla. Verso il mare. C’era una volta Titlipur, il villaggio delle farfalle, con al centro un enorme albero di baniano che adombrava i tetti di ogni casa offrendo protezione coi suoi rami. E’ la storia di un amore, due, tre, quattro. Di dolore e vendetta. Di una lotta per amore che fu anche egoismo. La fede contro la miscredenza, lo spirito contro la materia. Del senso umiliato di un pellegrinaggio nel mondo del benessere. Del non-senso della superstizione e di una morte che fu salvezza.
L’angelo rivela mentre sogna: Tutt’intorno, pensa tra il sogno e la veglia, ci sono persone che odono voci, che si fanno sedurre dalle parole. Ma non sono sue; non sono farina del suo sacco. –Allora di chi sono? Chi sussurra nelle loro orecchie, mettendoli in grado di smuovere montagne, fermare orologi, diagnosticare malattie?
Uomo o Dio?
Perché ciò che uno crede dipende da ciò che ha visto –non solo da ciò che è visibile ma da ciò che si è disposti a guardare in faccia.
Saladin, il demone. Gibreel, l’angelo. Il male geloso del bene, vendicativo. Il male che non accetta se stesso e si maschera; il bene che vive compiaciuto la sua imperfezione e seduce. Il bene che impazzisce, il male che diviene equilibrio. Sullo sfondo storie di ordinaria discriminazione.
Il mondo è inconciliabile, non dimenticarlo mai.
E’ storia di fragilità umana, di imperfezione inconsolabile anche dall’idea di Dio.
Autore: Salman Rushdie
Titolo: I versi satanici, 1988
domenica 12 dicembre 2010
Giorni di provincia dai vetri di un regionale
Che cosa significa distendersi su un letto senza capacità, svuotato. In un appartamento di altri, che sembra casa da villeggiatura.
Con un odore di
mare.
Non riesco neanche ad alzarmi.
Il giorno prima avevo visto Chūnfēng chénzuì de yèwăn (春风沉醉的夜晚), che non saprei neanche tradurre. Senza capirlo. Rimanendo scosso. Abbracciando. Aspettando un notturno.
In uno stato di impermeabilità.
Il giorno dopo sarei rimasto ad ascoltare. Solo suoni per l’occasione, con voce che non è parola. E avrei sentito il peso della leggerezza, un soffio da avvertire, il significato dell’anima.
E avrei speso i soldi che non ho.
Ma
che importa, era necessario per rendere giustizia.
La dimensione delle cose. La giusta statura. E’ questo che non riesco ad afferrare, e mi squilibra. La tensione mi si aggroviglia intorno e mi divora. Adrenalina. Semplice parlare che diviene guerra e insulto il dolore vero. Soffocamento. Responsabilità fraintese. Sollevamento da terra. Deformazione della realtà. Perdita della prospettiva. Cecità. Ansia. Era solo una presentazione di un libro che ho scritto io, neanche da solo. Ora è tutto chiaro, sdraiato su un letto di un’altra. Vuoto e leggero, nel bene nel male nella gioia e nel clamore nel lutto nel dolore nel freddo nel sole nel sonno nell’amore. Solo, nel nulla.
E pensieri da scrivere, il giorno dopo.
E ancora
la morte che ricompare nei pensieri. Sempre lei, con l’aspetto di libro: cosa significa avere un padre sul letto di morte. Com’è che la vita ti insegna lentamente a morire. Ti abitua pian piano, nei momenti di stasi, di vuoto. Privazione di legami, di azioni. Un assaggio di vecchiaia, cucchiaio dopo cucchiaio, si inizia così: una volta ogni tanto. E ancora: se tutto va bene ti butta un cadavere davanti a distanza costante. Messaggi a cui sei libero di non far caso, che puoi seppellire sotto pile di vita, basta iniziare sin da piccolo. Nonni, zone di guerra, compagni sfortunati, genitori. E allora puoi avvertire di non essere diverso.
Sento il mio respiro
nel ventre
tutt’altro che materno.
Ascolti del mese:
Electric president: Violent Blue
Le luci della centrale elettrica: Quando tornerai dall’estero
Anthony & the Johnsons: The Great White Ocean
Shannon Wright: Dim Rider
Con un odore di
mare.
Non riesco neanche ad alzarmi.
Il giorno prima avevo visto Chūnfēng chénzuì de yèwăn (春风沉醉的夜晚), che non saprei neanche tradurre. Senza capirlo. Rimanendo scosso. Abbracciando. Aspettando un notturno.
In uno stato di impermeabilità.
Il giorno dopo sarei rimasto ad ascoltare. Solo suoni per l’occasione, con voce che non è parola. E avrei sentito il peso della leggerezza, un soffio da avvertire, il significato dell’anima.
E avrei speso i soldi che non ho.
Ma
che importa, era necessario per rendere giustizia.
La dimensione delle cose. La giusta statura. E’ questo che non riesco ad afferrare, e mi squilibra. La tensione mi si aggroviglia intorno e mi divora. Adrenalina. Semplice parlare che diviene guerra e insulto il dolore vero. Soffocamento. Responsabilità fraintese. Sollevamento da terra. Deformazione della realtà. Perdita della prospettiva. Cecità. Ansia. Era solo una presentazione di un libro che ho scritto io, neanche da solo. Ora è tutto chiaro, sdraiato su un letto di un’altra. Vuoto e leggero, nel bene nel male nella gioia e nel clamore nel lutto nel dolore nel freddo nel sole nel sonno nell’amore. Solo, nel nulla.
E pensieri da scrivere, il giorno dopo.
E ancora
la morte che ricompare nei pensieri. Sempre lei, con l’aspetto di libro: cosa significa avere un padre sul letto di morte. Com’è che la vita ti insegna lentamente a morire. Ti abitua pian piano, nei momenti di stasi, di vuoto. Privazione di legami, di azioni. Un assaggio di vecchiaia, cucchiaio dopo cucchiaio, si inizia così: una volta ogni tanto. E ancora: se tutto va bene ti butta un cadavere davanti a distanza costante. Messaggi a cui sei libero di non far caso, che puoi seppellire sotto pile di vita, basta iniziare sin da piccolo. Nonni, zone di guerra, compagni sfortunati, genitori. E allora puoi avvertire di non essere diverso.
Sento il mio respiro
nel ventre
tutt’altro che materno.
Ascolti del mese:
Electric president: Violent Blue
Le luci della centrale elettrica: Quando tornerai dall’estero
Anthony & the Johnsons: The Great White Ocean
Shannon Wright: Dim Rider
sabato 2 ottobre 2010
Cina, musica, folk. Sentirsi in Cina.
Non so il perché. Proprio per non essere riuscito a capirlo ho rimandato questo post di giorno in giorno. Attendere ancora, però, significherebbe perdere un pezzo di quello che sento; non potere rendere qualcosa che ha assunto i contorni sbiaditi dei ricordi in via di allontanamento, divenire storia da raccontare.
E allora eccomi a parlare di qualcosa senza sapere come. Questa è una storia che potrebbe iniziare con l’immagine di una radura come tante. Nel verde e tra due costoni, come fosse un nascondiglio dei piatti pascoli mongoli. C’è fango a terra, piove da giorni ed è apparso il primo freddo, ma oggi brilla il sole, senza esitazioni. Oppure potrebbe cominciare con un commento che mi è rimasto nella mente: appena arrivato in Cina, desideroso di capire e conoscerne la musica. Una mia amica ben più esperta, ottima ascoltatrice, mi disse che sì se ne parla tanto ma il neo-folk cinese non è poi tutta questa cosa, nulla di nuovo. Ed io a provarci, ascoltandolo, a farmelo piacere ma non mi lasciava nulla. Quattro anni fa.
Non so cosa sia cambiato, non c’è stata illuminazione, piuttosto un vissuto senza prestarci attenzione, un giorno dopo l’altro. Ed oggi sono prigioniero di quelle voci, degli strumenti, dei suoni tradizionali e di un’atmosfera. Perché come dice Xue Yugang, fare musica è tratteggiare un’atmosfera, condurci dentro l’ascoltatore e lasciarlo lì, in balia di una forza del tutto staccata dal mondo reale.
Neo-folk, mínyáo (民摇). Forse non è proprio così. Perché quando sento un cd di folk cinese è vero, magari sento un’atmosfera. Ma quando lo vedo dal vivo io sento la Cina scorrermi nelle vene, o almeno –la Cina è tante cose, belle e brutte- sento un’essenza che si manifesta, quello che dei cinesi e della Cina amo. Sento un modo di fare e vivere l’arte, anche se sì, è vero, cazzo in fondo suonano solo una chitarra e delle percussioni, spesso con musiche scarne, e cantano. Ma quel modo di cantare e di fare musica. Quei testi. Di più non so spiegare, solo suggerire.
Nel quadro c’è da immaginare un pullman di due ore, un verde che cresce allontanando frustrazioni metropolitane, un sentiero di alberi e ragni. Intorno. Al centro quella radura, lo scrigno dei pascoli. Zero sponsor, un palco piccolo. Gli organizzatori sono una band mongola che gira da un decennio, si dice che prima facessero metal o punk. Oggi sono la band più famosa di mínyáo negli States, a parimerito con quel fenomeno da baraccone di Sa Dingding e dei suoi fottuti canti alla Ricky Martin in sanscrito e tibetano. Poco pubblico, metà cinese metà non (ma ben selezionato).
Ci sono anche la donna che amo e le persone giuste per condividere.
Non so come nasce il mínyáo. Potrebbero esistere almeno un paio di versioni al riguardo. Potrebbe significare, come dice Zhou Yunpeng, un cantastorie sospeso tra arte (poesia) e popolo, quell’essere tra la gente e l’esserci come cantore. Quel mínjiān (民间) che troppo spesso oggi viene associato all’idea di società civile, per me un’idealizzazione un po’ intellettuale. Questa spiegazione credo sia vera, ma a me sembra un qualcosa che si è aggiunto solo in un certo tipo di mínyáo e solo in un secondo momento. Un’altra versione è quella di un mínyáo ancora non riconoscibile in una scena. Veniva cantata dai primi gruppi, rigorosamente provenienti dal sottosviluppato Nord-Ovest cinese, convogliati nella centripeta Bĕijīng che si apprestava a divenire metropoli. Parlavano di una terra lasciata alle spalle, di alienazione dell’artista in una Cina ufficiale che guardava altrove, di idealizzazioni del passato, dell’origine, di tradizioni e di un fiume. Il fiume.
Convogliarono in un locale, il The River. Fondato dai membri degli Yiě háizi (Wild children), fu il posto dove Xiao He e Wan Xiaoli registrarono i loro primi album. Poi Xiao Suo, il cantante degli Yiě háizi, morì e il The River fallì. Ma qualcosa era sorto e la scena aveva assunto una forma. Hanggai, Mamuer e gli IZ, Zhou Yunpeng, Suyang, Wang Juan, Zhang Muyang, Wu Junde ed i Lüxíngzhě, Song Yuzhe, Li Zhi, Měihăo Yàodiàn. Tutti diversi ma con simili vibrazioni in moto.
Ero lì, fra terra e odore di erba. Per una volta posso pensare che c’ero anch’io. Un pezzo di una storia anche se intorno non c’erano sponsor, televisioni, critici, esperti. Anche se di questo festival non se ne è accorto nessuno e nessuno se ne ricorderà se non i (troppo pochi) presenti. Lontani i cocktails ed i vestiti da serata, solo musica e lo spirito di chi fa quella musica, artisti veri riuniti solo per suonare. Era ormai sera quando Urcha, voce degli Hanggai, è salito sul palco per la seconda volta, prima che le luci si spegnessero sulle emozioni spese. Ubriaco, si è commosso ringraziando il pubblico, senza di cui ha detto loro non potrebbero esistere. Poi ha preso il microfono e iniziato a cantare, solo voce e di un canto che insieme usciva dalla terra, dalla gola, dal cielo e dalla luna. Prima fila, un vecchio (ce ne erano due in tutto) ha iniziato ad applaudire in modo forsennato e urlare la sua approvazione. Lì per lì ho pensato avesse bevuto pure lui, ma guarda se questo qui non si sta zitto. Ma An Xin mi ha detto poco dopo che quell’uomo, una vita alle spalle, una camicia d’altri tempi, stava piangendo per l’eccitazione ed era tutt’altro che ubriaco. Andando a dormire ho sentito che quella notte tutti i presenti avrebbero sognato, risognato e dormito di un sonno tranquillo.
Ascolti, a questo punto fin troppo scontati, del mese:
Lüxíngzhě, Lüxíngzhě (旅行者, I viaggiatori)
Zhou Yunpeng, Jiŭ Yuè (九月, Settembre)
Zhou Yunpeng (o Wang Juan, o Wu Junde, meravigliosa in tutte le versioni), Yŏng gé yījiāng shuĭ (永隔一江水, Un corso d’acqua per sempre diviso)
Song Yuzhe, Lièrén (猎人, Il cacciatore)
Zhang Weiwei e Guo Long, Yăn wàng zhe běifāng (眼望着北方, Guardare verso nord)
Zhang Quan, Sì jì gē (四季歌, Il canto delle quattro stagioni, canto tradizionale giapponese)
Hanggai, Hăilā hăilā (海拉海拉)
IZ, Êdil-jayeҚ
Wang Juan, Zuìhòu de tàngē (最后的探戈, L’ultimo tango)
E allora eccomi a parlare di qualcosa senza sapere come. Questa è una storia che potrebbe iniziare con l’immagine di una radura come tante. Nel verde e tra due costoni, come fosse un nascondiglio dei piatti pascoli mongoli. C’è fango a terra, piove da giorni ed è apparso il primo freddo, ma oggi brilla il sole, senza esitazioni. Oppure potrebbe cominciare con un commento che mi è rimasto nella mente: appena arrivato in Cina, desideroso di capire e conoscerne la musica. Una mia amica ben più esperta, ottima ascoltatrice, mi disse che sì se ne parla tanto ma il neo-folk cinese non è poi tutta questa cosa, nulla di nuovo. Ed io a provarci, ascoltandolo, a farmelo piacere ma non mi lasciava nulla. Quattro anni fa.
Non so cosa sia cambiato, non c’è stata illuminazione, piuttosto un vissuto senza prestarci attenzione, un giorno dopo l’altro. Ed oggi sono prigioniero di quelle voci, degli strumenti, dei suoni tradizionali e di un’atmosfera. Perché come dice Xue Yugang, fare musica è tratteggiare un’atmosfera, condurci dentro l’ascoltatore e lasciarlo lì, in balia di una forza del tutto staccata dal mondo reale.
Neo-folk, mínyáo (民摇). Forse non è proprio così. Perché quando sento un cd di folk cinese è vero, magari sento un’atmosfera. Ma quando lo vedo dal vivo io sento la Cina scorrermi nelle vene, o almeno –la Cina è tante cose, belle e brutte- sento un’essenza che si manifesta, quello che dei cinesi e della Cina amo. Sento un modo di fare e vivere l’arte, anche se sì, è vero, cazzo in fondo suonano solo una chitarra e delle percussioni, spesso con musiche scarne, e cantano. Ma quel modo di cantare e di fare musica. Quei testi. Di più non so spiegare, solo suggerire.
Nel quadro c’è da immaginare un pullman di due ore, un verde che cresce allontanando frustrazioni metropolitane, un sentiero di alberi e ragni. Intorno. Al centro quella radura, lo scrigno dei pascoli. Zero sponsor, un palco piccolo. Gli organizzatori sono una band mongola che gira da un decennio, si dice che prima facessero metal o punk. Oggi sono la band più famosa di mínyáo negli States, a parimerito con quel fenomeno da baraccone di Sa Dingding e dei suoi fottuti canti alla Ricky Martin in sanscrito e tibetano. Poco pubblico, metà cinese metà non (ma ben selezionato).
Ci sono anche la donna che amo e le persone giuste per condividere.
Non so come nasce il mínyáo. Potrebbero esistere almeno un paio di versioni al riguardo. Potrebbe significare, come dice Zhou Yunpeng, un cantastorie sospeso tra arte (poesia) e popolo, quell’essere tra la gente e l’esserci come cantore. Quel mínjiān (民间) che troppo spesso oggi viene associato all’idea di società civile, per me un’idealizzazione un po’ intellettuale. Questa spiegazione credo sia vera, ma a me sembra un qualcosa che si è aggiunto solo in un certo tipo di mínyáo e solo in un secondo momento. Un’altra versione è quella di un mínyáo ancora non riconoscibile in una scena. Veniva cantata dai primi gruppi, rigorosamente provenienti dal sottosviluppato Nord-Ovest cinese, convogliati nella centripeta Bĕijīng che si apprestava a divenire metropoli. Parlavano di una terra lasciata alle spalle, di alienazione dell’artista in una Cina ufficiale che guardava altrove, di idealizzazioni del passato, dell’origine, di tradizioni e di un fiume. Il fiume.
Convogliarono in un locale, il The River. Fondato dai membri degli Yiě háizi (Wild children), fu il posto dove Xiao He e Wan Xiaoli registrarono i loro primi album. Poi Xiao Suo, il cantante degli Yiě háizi, morì e il The River fallì. Ma qualcosa era sorto e la scena aveva assunto una forma. Hanggai, Mamuer e gli IZ, Zhou Yunpeng, Suyang, Wang Juan, Zhang Muyang, Wu Junde ed i Lüxíngzhě, Song Yuzhe, Li Zhi, Měihăo Yàodiàn. Tutti diversi ma con simili vibrazioni in moto.
Ero lì, fra terra e odore di erba. Per una volta posso pensare che c’ero anch’io. Un pezzo di una storia anche se intorno non c’erano sponsor, televisioni, critici, esperti. Anche se di questo festival non se ne è accorto nessuno e nessuno se ne ricorderà se non i (troppo pochi) presenti. Lontani i cocktails ed i vestiti da serata, solo musica e lo spirito di chi fa quella musica, artisti veri riuniti solo per suonare. Era ormai sera quando Urcha, voce degli Hanggai, è salito sul palco per la seconda volta, prima che le luci si spegnessero sulle emozioni spese. Ubriaco, si è commosso ringraziando il pubblico, senza di cui ha detto loro non potrebbero esistere. Poi ha preso il microfono e iniziato a cantare, solo voce e di un canto che insieme usciva dalla terra, dalla gola, dal cielo e dalla luna. Prima fila, un vecchio (ce ne erano due in tutto) ha iniziato ad applaudire in modo forsennato e urlare la sua approvazione. Lì per lì ho pensato avesse bevuto pure lui, ma guarda se questo qui non si sta zitto. Ma An Xin mi ha detto poco dopo che quell’uomo, una vita alle spalle, una camicia d’altri tempi, stava piangendo per l’eccitazione ed era tutt’altro che ubriaco. Andando a dormire ho sentito che quella notte tutti i presenti avrebbero sognato, risognato e dormito di un sonno tranquillo.
Ascolti, a questo punto fin troppo scontati, del mese:
Lüxíngzhě, Lüxíngzhě (旅行者, I viaggiatori)
Zhou Yunpeng, Jiŭ Yuè (九月, Settembre)
Zhou Yunpeng (o Wang Juan, o Wu Junde, meravigliosa in tutte le versioni), Yŏng gé yījiāng shuĭ (永隔一江水, Un corso d’acqua per sempre diviso)
Song Yuzhe, Lièrén (猎人, Il cacciatore)
Zhang Weiwei e Guo Long, Yăn wàng zhe běifāng (眼望着北方, Guardare verso nord)
Zhang Quan, Sì jì gē (四季歌, Il canto delle quattro stagioni, canto tradizionale giapponese)
Hanggai, Hăilā hăilā (海拉海拉)
IZ, Êdil-jayeҚ
Wang Juan, Zuìhòu de tàngē (最后的探戈, L’ultimo tango)
domenica 19 settembre 2010
La divina (prostituta)...
...si muove con una mimica all’eccesso in un mondo in bianco e nero che è la Shanghai degli anni trenta.
Spazi angusti e le prime torri ad insegna luminosa. Il futuro nel sangue di una prostituta che con il proprio sacrificio porge al figlio un futuro già nella pelle della città: imitazione in via di costruzione, a metà tra la Shanghai di successo di Jia Zhangke o quella invisibile di Lou Ye. La semplicità del bene e del male è stata sotterrata dalla coscienza contemporanea. Quasi c’è bisogno di sognarla ancora. Mi viene da guardare i film muti come ascolto le favole, esemplicazioni ingenue di una vita che sembrava semplice perché si era trovata una strada che sembrava capire tutto. Era facile educare, allora, nella Nuova Cina piena di certezze d’importazione. Non come oggi, dove ormai non c’è più nulla di completamente bianco o nero, noi compresi.
Ruan Lingyu si uccise a 25 anni, all’apice del successo. Si imbottì di medicinali di ritorno da una festa organizzata dallo studio cinematografico dove operava. Colpita a morte da quella società in bianco e nero che sapeva recitare con la sua espressività. Una società dove tutto era giusto o sbagliato, dove le attrici potevano essere o puttane o modelli virtuosi in grado di sopportare il dolore della loro condizione. Ruan Lingyu aveva già rischiato una volta di essere additata, lasciando il marito. Quando la violenza e i tradimenti del suo nuovo compagno la resero nuovamente sofferente e le diffamazioni dell’ex marito ne minacciarono l’immagine pubblica non seppe scegliere l’anonimato ed una nuova vita. Uscì di scena da star qual’era, rifiutando i mali di una società ancora maschilista nel suo progressismo urbano di facciata. E fece il gioco di quella stessa società incarnando per l’ultima volta il mito del sacrificio, della donna oppressa e vittima in una Cina che sarebbe cambiata, prima o poi.
A Ruan Lingyu resta l’immortalità degli artisti: sono passati più di settant’anni dal suo suicidio, ma c’è ancora chi la ricorda e chi ne scopre la bellezza. Ascoltando quella musica sembra di vederla addormentare il figlio e gettarsi nella notte di Shanghai tra il vociare dei vicini e gli sguardi avidi degli uomini, mentre cerca solo di essere una madre tra le tante. Chissà com’era difendere la prostituzione contro l’ipocrisia sociale nella Cina degli anni venti e trenta, quando il sogno del futuro migliore era stato appena concepiti ed era possibile credere nel bene e nel progresso. Ci pensavamo qualche giorno fa, in una sala dove è stata proiettata la versione restaurata di una delle pellicole più importanti del cinema muto cinese, Shénnü, musicata da un gruppo di artisti belgi e cinesi.
Eccola, Ruan Lingyu, ancora oggi entra nei locali recitando la parte di una prostituta sublime. Ogni volta che percussioni, archi, tastiere e chitarre crescono come incedere. Una pulsazione che unisce artisti e spettatori di paesi e culture diverse; da ieri a oggi un ricordo che presta il volto all’universalismo dell’arte.
Titolo:
Shénnü (神女, 1934)
Musicisti:
Matthieu Ha (voce, fisarmonica)
Song Yuzhe (bānzhuólíng)
Xiao He (chitarra)
Yannick Dupont (percussioni, chitarra)
Eric Barbosa (tastiere)
Quentin Manfroy (flauto)
Spazi angusti e le prime torri ad insegna luminosa. Il futuro nel sangue di una prostituta che con il proprio sacrificio porge al figlio un futuro già nella pelle della città: imitazione in via di costruzione, a metà tra la Shanghai di successo di Jia Zhangke o quella invisibile di Lou Ye. La semplicità del bene e del male è stata sotterrata dalla coscienza contemporanea. Quasi c’è bisogno di sognarla ancora. Mi viene da guardare i film muti come ascolto le favole, esemplicazioni ingenue di una vita che sembrava semplice perché si era trovata una strada che sembrava capire tutto. Era facile educare, allora, nella Nuova Cina piena di certezze d’importazione. Non come oggi, dove ormai non c’è più nulla di completamente bianco o nero, noi compresi.
Ruan Lingyu si uccise a 25 anni, all’apice del successo. Si imbottì di medicinali di ritorno da una festa organizzata dallo studio cinematografico dove operava. Colpita a morte da quella società in bianco e nero che sapeva recitare con la sua espressività. Una società dove tutto era giusto o sbagliato, dove le attrici potevano essere o puttane o modelli virtuosi in grado di sopportare il dolore della loro condizione. Ruan Lingyu aveva già rischiato una volta di essere additata, lasciando il marito. Quando la violenza e i tradimenti del suo nuovo compagno la resero nuovamente sofferente e le diffamazioni dell’ex marito ne minacciarono l’immagine pubblica non seppe scegliere l’anonimato ed una nuova vita. Uscì di scena da star qual’era, rifiutando i mali di una società ancora maschilista nel suo progressismo urbano di facciata. E fece il gioco di quella stessa società incarnando per l’ultima volta il mito del sacrificio, della donna oppressa e vittima in una Cina che sarebbe cambiata, prima o poi.
A Ruan Lingyu resta l’immortalità degli artisti: sono passati più di settant’anni dal suo suicidio, ma c’è ancora chi la ricorda e chi ne scopre la bellezza. Ascoltando quella musica sembra di vederla addormentare il figlio e gettarsi nella notte di Shanghai tra il vociare dei vicini e gli sguardi avidi degli uomini, mentre cerca solo di essere una madre tra le tante. Chissà com’era difendere la prostituzione contro l’ipocrisia sociale nella Cina degli anni venti e trenta, quando il sogno del futuro migliore era stato appena concepiti ed era possibile credere nel bene e nel progresso. Ci pensavamo qualche giorno fa, in una sala dove è stata proiettata la versione restaurata di una delle pellicole più importanti del cinema muto cinese, Shénnü, musicata da un gruppo di artisti belgi e cinesi.
Eccola, Ruan Lingyu, ancora oggi entra nei locali recitando la parte di una prostituta sublime. Ogni volta che percussioni, archi, tastiere e chitarre crescono come incedere. Una pulsazione che unisce artisti e spettatori di paesi e culture diverse; da ieri a oggi un ricordo che presta il volto all’universalismo dell’arte.
Titolo:
Shénnü (神女, 1934)
Musicisti:
Matthieu Ha (voce, fisarmonica)
Song Yuzhe (bānzhuólíng)
Xiao He (chitarra)
Yannick Dupont (percussioni, chitarra)
Eric Barbosa (tastiere)
Quentin Manfroy (flauto)
venerdì 17 settembre 2010
Vederti, rivederti e perderti una volta di più
Se tutto questo fosse veglia immota. Di un soldato che alle luci dell’alba sogna mondi diversi a pochi passi da un accampamento di carne e ossa. E il respiro della caccia tra alberi e tropici, un ansimare che si avvicina senza volto. Se fosse solo immaginazione di chi vuole fuggire dalla violenza di una guerra. Allora capirei. Sentirmi come una di quelle espressioni che potrebbero rovesciare addosso parole su parole, per questo sono seduto sul divano senza parlare.
L’ho chiamata folk plays perché aiuta a distendermi. Tunng, matt elliott, patrick watson, zhou yunpeng, lhasa, cat power, soap & skin, emily jane white, autumn shade, alela diane. Gli ascolti di un anno potrei dire. Possibilmente donne, un certo tipo di attitudine femminile all’arte. Chissà perché. È difficile capire, però nelle migliori storie i personaggi vivono di vita altra e staccata dallo scrittore. Poi le chitarre crescono nei minuti: le luci della centrale, xie tianxiao, electrelane e, apoteosi, 65days. E non è più possibile pensare a nulla.
Ero fuggito da un bacio e da possibili risvolti d’amore. Come un ribelle fallito mi rinchiusi in un altro aereo con il suo catering asettico che sa di ospedale. Mi sono mascherato con i panni del sogno appena sceso all’aeroporto del circo delle illusioni. A volte mi chiedo se il marchio Beijing non sia perfetto per chi vuole passioni, in fondo non c’è differenza tra il credere in qualcosa e che ti facciano credere in qualcosa di prefabbricato. Almeno non per chi crede.
E poi, e poi e poi... cantava un vecchio pezzo che finiva mormorando sconfitto “...l’importante è... è finire”. Avevo aspettato questo momento da un sacco di tempo, ne avevo lambito i contorni, immaginato le atmosfere e le colonne sonore. Lo avevo avvicinato ai migliori amori intrisi di pellicola che conoscessi. Un ricordo atteso per quattro anni. Gli anni passati si erano avvicinati ad essere ricordo soffuso e confuso, una certezza coperta di dimenticanze compensate di particolari leggendari. Non mi interessa la realtà, preferisco il sogno e l’arte, adoro big fish.
Dove eri finita? La tua casa nascosta dalle luci. Non riuscivo neanche più a trovarla. Secondi di vita strappati al fumo, sguardi rubati a persone felici. Albe e notti, attese e assopimenti. Altro, perché amo vivere. In fondo era solo una delle parti di eterno infinito della mia vita, sapevo staccarmici, sognare altro e viverci senza. Ma è di un bagliore che non so dire, uno di quegli stati d’animo che non sanno esprimersi a parole.
“Ho fatto un sogno, la scorsa notte: un pesce sulla terra avido di respiro”.
Poi è scesa a terra e tutto andò diversamente da come mi aspettavo. Sempre il suo respiro caldo e la sua pelle splendida. Sempre quel parlare a due che è racconto e poesia, quell’intorno che non c’entra niente, quel senso di pace familiare. Sempre abbondanza di pensieri e strade vuote alla ricerca di casa, anelli da percorrere in solitaria a piedi e in piena notte chiedendomi perché. Sempre quella sensazione di vita, anelito pulsante. “Una volta pensavo di essere la migliore”. Potenzialmente sarei un gran rivoluzionario, un perfetto antagonista. Un anti-eroe di culto da mantenere all’ombra per fedeltà alla linea. Potenzialmente. Vorrei iniziare di nuovo a fumare. Tutto è andato diversamente da come mi aspettavo: due persone diverse in un posto diverso, vale a dire: una storia nuova.
Perché creare arte è così doloroso? Perché tessere sofferenze da aggiungere alle cicche sparse a terra? Perché continuare a violentare? E perché è così sublime? Cosa facciamo dei nostri sogni quando veniamo sognati e quando sogniamo. Non siamo poi così dissimili da Dio nel caso in cui esista.
L’alba è alle porte, l’ansimare è vicino. Solo il tempo di rendersene conto e voltarsi, nulla più. Un sibilo, una bomba e fine. Chi immaginava quella guerra si è portato via le storie di un soldato lontano da casa, me incluso. Chissà come sono morto nel suo immaginare. E come è svanita facilmente la mia attesa dopo tanta disillusione ed emozione distaccata. Sarebbe potuto essere questo, o quello. Gli incastri sarebbero potuti essere altri, sarei potuto essere immaginato in modo diverso e avrei potuto immaginare storie di vite diverse. Ma non c’è più tempo, ad ogni modo; non mi resta che essere il personaggio di altre storie pensate da altri scrittori. Da personaggio divenire autore e seminare lacrime da leggere. Eppure, è stato ugualmente un grande amore.
Fine.
L’ho chiamata folk plays perché aiuta a distendermi. Tunng, matt elliott, patrick watson, zhou yunpeng, lhasa, cat power, soap & skin, emily jane white, autumn shade, alela diane. Gli ascolti di un anno potrei dire. Possibilmente donne, un certo tipo di attitudine femminile all’arte. Chissà perché. È difficile capire, però nelle migliori storie i personaggi vivono di vita altra e staccata dallo scrittore. Poi le chitarre crescono nei minuti: le luci della centrale, xie tianxiao, electrelane e, apoteosi, 65days. E non è più possibile pensare a nulla.
Ero fuggito da un bacio e da possibili risvolti d’amore. Come un ribelle fallito mi rinchiusi in un altro aereo con il suo catering asettico che sa di ospedale. Mi sono mascherato con i panni del sogno appena sceso all’aeroporto del circo delle illusioni. A volte mi chiedo se il marchio Beijing non sia perfetto per chi vuole passioni, in fondo non c’è differenza tra il credere in qualcosa e che ti facciano credere in qualcosa di prefabbricato. Almeno non per chi crede.
E poi, e poi e poi... cantava un vecchio pezzo che finiva mormorando sconfitto “...l’importante è... è finire”. Avevo aspettato questo momento da un sacco di tempo, ne avevo lambito i contorni, immaginato le atmosfere e le colonne sonore. Lo avevo avvicinato ai migliori amori intrisi di pellicola che conoscessi. Un ricordo atteso per quattro anni. Gli anni passati si erano avvicinati ad essere ricordo soffuso e confuso, una certezza coperta di dimenticanze compensate di particolari leggendari. Non mi interessa la realtà, preferisco il sogno e l’arte, adoro big fish.
Dove eri finita? La tua casa nascosta dalle luci. Non riuscivo neanche più a trovarla. Secondi di vita strappati al fumo, sguardi rubati a persone felici. Albe e notti, attese e assopimenti. Altro, perché amo vivere. In fondo era solo una delle parti di eterno infinito della mia vita, sapevo staccarmici, sognare altro e viverci senza. Ma è di un bagliore che non so dire, uno di quegli stati d’animo che non sanno esprimersi a parole.
“Ho fatto un sogno, la scorsa notte: un pesce sulla terra avido di respiro”.
Poi è scesa a terra e tutto andò diversamente da come mi aspettavo. Sempre il suo respiro caldo e la sua pelle splendida. Sempre quel parlare a due che è racconto e poesia, quell’intorno che non c’entra niente, quel senso di pace familiare. Sempre abbondanza di pensieri e strade vuote alla ricerca di casa, anelli da percorrere in solitaria a piedi e in piena notte chiedendomi perché. Sempre quella sensazione di vita, anelito pulsante. “Una volta pensavo di essere la migliore”. Potenzialmente sarei un gran rivoluzionario, un perfetto antagonista. Un anti-eroe di culto da mantenere all’ombra per fedeltà alla linea. Potenzialmente. Vorrei iniziare di nuovo a fumare. Tutto è andato diversamente da come mi aspettavo: due persone diverse in un posto diverso, vale a dire: una storia nuova.
Perché creare arte è così doloroso? Perché tessere sofferenze da aggiungere alle cicche sparse a terra? Perché continuare a violentare? E perché è così sublime? Cosa facciamo dei nostri sogni quando veniamo sognati e quando sogniamo. Non siamo poi così dissimili da Dio nel caso in cui esista.
L’alba è alle porte, l’ansimare è vicino. Solo il tempo di rendersene conto e voltarsi, nulla più. Un sibilo, una bomba e fine. Chi immaginava quella guerra si è portato via le storie di un soldato lontano da casa, me incluso. Chissà come sono morto nel suo immaginare. E come è svanita facilmente la mia attesa dopo tanta disillusione ed emozione distaccata. Sarebbe potuto essere questo, o quello. Gli incastri sarebbero potuti essere altri, sarei potuto essere immaginato in modo diverso e avrei potuto immaginare storie di vite diverse. Ma non c’è più tempo, ad ogni modo; non mi resta che essere il personaggio di altre storie pensate da altri scrittori. Da personaggio divenire autore e seminare lacrime da leggere. Eppure, è stato ugualmente un grande amore.
Fine.
mercoledì 8 settembre 2010
Sulla scrittura
Mi accade di scrivere ultimamente, non per me ma per altri. Mi capita di parlare, di non riscontrare ideali artistici dati per scontati, sempre con maggiore coscienza, nel tempo. Mi capita di infastidirmi nel vedermi cambiare una forma, suggerire una parola al posto di un’altra, e di non capire perché dovrebbe essere meglio così che in un altro modo, come l’avevo pensata io. Per me era tutto ovvio, prima, meno per altre persone: quando si scrive la prima cosa non è il significato, non la chiarezza, non la linearità. E a sentire che molta gente la pensa diversamente mi lascia in un angolo. Non ho mai pensato di scrivere in modo irrazionale o ermetico. Contorto, quello sì perché ho preso un’abitudine pesante nel tempo, di pensare le cose da ogni angolazione e infilare ogni ombra e ogni riflesso ad ogni costo. Dire (scrivere) ogni passaggio di ogni pensiero. Quello sì, non mi è mai piaciuto in quello che scrivo. Ma criticare perché una cosa è poco chiara...
Come se si potesse comunicare solo un’idea e non un’estetica, un suono, un’immagine, un moto d’animo in ciò che uno scrive. Tra l’altro: la comunicazione per capirsi è sempre stato un ideale estenuante, avvicinabile come ogni ideale, per carità, ma mai raggiungibile (come ogni ideale). Si può intuire e in una certa misura anche capire. Ma quante volte quello che dico arriva a te come l’ho detto io. Quante volte quello che sostieni con tutte le forze lo ritrovi nelle mie orecchie. Per non parlare di quando si hanno opinioni diverse e si inizia a difendere se stessi prima di capire l’altro. Che poi, quando ti capita di dire o sentirti dire “ho capito” non ci crede nessuno e si è solo stanchi di discutere/lottare per convincere/difendere le proprie torri di certezze. L’arte, il vecchio interrogativo sempre buono per smarrirsi e ritrovarsi: ascoltatori, osservatori, critici avranno recepito proprio quello che l’artista voleva dire? No, ma il bello è proprio lì: trasmettere attraverso un’emozione o un’idea propria per far sì che l’altro ci ritrovi proprio quell’emozione di cui aveva bisogno per riconoscersi. È questa l’arte dell’arte, creare e ritrovarsi nelle creazioni altrui per rassicurare il proprio essere.
(Sto scrivendo per estremi e questo non piace neanche a me).
Il problema è che quando uno non capisce gli stati d’animo di un cantante o di un poeta e li legge con la propria lingua, pace. Quando ci si scambia idee bisogna capirsi però, altrimenti o si spreca tempo o si effettua un percorso di crescita troppo personale, in cui l’altro non viene recepito o respinto ma è solo un referente su cui costruire, smontare e accettare potenziali approvazioni e opposizioni al proprio discorso. Un alter-ego immaginato più che vissuto. Poi ci si può pure illudere di capire, magari si può anche avere la sensazione o intuire (livelli ben più alti della sapienza) l’altro. Si può persino sentire di capirlo. Ma non lo si capirà mai fino in fondo, altrimenti smetteremmo di parlare, scrivere, litigare, discutere, sorprenderci, fare la guerra, urlare, stupirsi, dare per scontato, fare la pace. Tutto sarebbe superfluo.
E allora? Ho pensato a lungo di nutrire una sfiducia implacabile verso la comunicazione, parlata o scritta. Ma non era così. E l’ho visto quando ho iniziato a infastidirmi perché le persone per cui scrivo hanno cercato di cambiarmi proprio quella parola che mi piaceva tanto. C’è sempre da imparare da chi fa un mestiere da più tempo di te, che sia un giornalista, uno scrittore o una professoressa. C’è sempre da migliorarsi. Non ho mai avuto un ego troppo pieno e neppure troppo vuoto: a volte lascio andare troppo facilmente, altre mi blocco su dettagli, altre ancora difendo un mio modo di essere. Così, a volte posso migliorare nello scrivere, altre avrei potuto intestardirmi, altre difendo il mio modo di essere nella scrittura.
Scrivere implica una trasmissione, anche se da rimodellare almeno in parte. Se non amo trasmettere idee è perché non mi piace che le idee siano fraintese e mi uccide pensare che viviamo in un mondo di riscrittura di significati secondo l’essere di ognuno. Però amo scrivere. Perché oltre al significato c’è qualcosa di più alto nella scrittura: il suono di due parole accostate, la bellezza estetica di una frase, come se si potesse sfiorarne la forma, il contorno e la consistenza. L’immagine. Perché se non so spiegarmi posso sempre dipingere per dare un’impressione. Per dare impressioni non bisogna sviscerare riflessioni e significati, basta rendere una sensazione con delle parole. Un pensiero non deve essere inattaccabile ma intuibile nello spirito per essere una base su cui aiutare l’altro ad esprimere se stesso. E per far sì che tu possa cogliere un’impressione di quell’espressione per aggiungere una nuova immagine in te stesso, da trasmettere infinitamente e mutevolmente.
I significati non sono inutili. Ogni volta che si sceglie una parola lo si fa perché se ne coglie un aspetto. Ignorando i significati si priva la parola di ogni valore. Ma a dovere essere negata è la comprensione completa del significato di una parola, non una delle sue ombre o delle sue luci, dei suoi riflessi. Cogliere una luce, renderla attraverso una pittura per dare la possibilità ad uno spettatore di trarne un aspetto, da imprimere in una nuova immagine e rendere in un testo lirico da cui assorbire lo spirito di un passaggio... Non amo lo slancio del realismo, la volonta di narrare i fatti. La scrittura è impressione, descrizione soggettiva e, perché no?, creazione. Arte. Anche quando si scrive un articolo per parlare della Cina. Anche quando si scrive una tesi di dottorato. (Con i dovuti compromessi perché non si vive da soli ma in un’entità pluralista, la società, dove esistono delle norme). Per non parlare di quando si scrive una poesia, una canzone, si gira un film, si scatta una fotografia, si scrive un libro.
Anni fa una persona (poco dopo avermi soffiato la mia ex ragazza per un po’), leggendo una poesia che avevo scritto, mi disse che ero un pittore e non un poeta. Mi ha sempre fatto piacere ripensare a quelle parole, perché mi sono sentito compreso nella mia attitudine di non volere comprendere né far comprendere. Una dimensione che non fa troppo caso alla coerenza e all’inattaccabilità di una posizione.
Contro ogni sistematicismo, sempre. Scrittura, arte, rivoluzione e sogno.
Come se si potesse comunicare solo un’idea e non un’estetica, un suono, un’immagine, un moto d’animo in ciò che uno scrive. Tra l’altro: la comunicazione per capirsi è sempre stato un ideale estenuante, avvicinabile come ogni ideale, per carità, ma mai raggiungibile (come ogni ideale). Si può intuire e in una certa misura anche capire. Ma quante volte quello che dico arriva a te come l’ho detto io. Quante volte quello che sostieni con tutte le forze lo ritrovi nelle mie orecchie. Per non parlare di quando si hanno opinioni diverse e si inizia a difendere se stessi prima di capire l’altro. Che poi, quando ti capita di dire o sentirti dire “ho capito” non ci crede nessuno e si è solo stanchi di discutere/lottare per convincere/difendere le proprie torri di certezze. L’arte, il vecchio interrogativo sempre buono per smarrirsi e ritrovarsi: ascoltatori, osservatori, critici avranno recepito proprio quello che l’artista voleva dire? No, ma il bello è proprio lì: trasmettere attraverso un’emozione o un’idea propria per far sì che l’altro ci ritrovi proprio quell’emozione di cui aveva bisogno per riconoscersi. È questa l’arte dell’arte, creare e ritrovarsi nelle creazioni altrui per rassicurare il proprio essere.
(Sto scrivendo per estremi e questo non piace neanche a me).
Il problema è che quando uno non capisce gli stati d’animo di un cantante o di un poeta e li legge con la propria lingua, pace. Quando ci si scambia idee bisogna capirsi però, altrimenti o si spreca tempo o si effettua un percorso di crescita troppo personale, in cui l’altro non viene recepito o respinto ma è solo un referente su cui costruire, smontare e accettare potenziali approvazioni e opposizioni al proprio discorso. Un alter-ego immaginato più che vissuto. Poi ci si può pure illudere di capire, magari si può anche avere la sensazione o intuire (livelli ben più alti della sapienza) l’altro. Si può persino sentire di capirlo. Ma non lo si capirà mai fino in fondo, altrimenti smetteremmo di parlare, scrivere, litigare, discutere, sorprenderci, fare la guerra, urlare, stupirsi, dare per scontato, fare la pace. Tutto sarebbe superfluo.
E allora? Ho pensato a lungo di nutrire una sfiducia implacabile verso la comunicazione, parlata o scritta. Ma non era così. E l’ho visto quando ho iniziato a infastidirmi perché le persone per cui scrivo hanno cercato di cambiarmi proprio quella parola che mi piaceva tanto. C’è sempre da imparare da chi fa un mestiere da più tempo di te, che sia un giornalista, uno scrittore o una professoressa. C’è sempre da migliorarsi. Non ho mai avuto un ego troppo pieno e neppure troppo vuoto: a volte lascio andare troppo facilmente, altre mi blocco su dettagli, altre ancora difendo un mio modo di essere. Così, a volte posso migliorare nello scrivere, altre avrei potuto intestardirmi, altre difendo il mio modo di essere nella scrittura.
Scrivere implica una trasmissione, anche se da rimodellare almeno in parte. Se non amo trasmettere idee è perché non mi piace che le idee siano fraintese e mi uccide pensare che viviamo in un mondo di riscrittura di significati secondo l’essere di ognuno. Però amo scrivere. Perché oltre al significato c’è qualcosa di più alto nella scrittura: il suono di due parole accostate, la bellezza estetica di una frase, come se si potesse sfiorarne la forma, il contorno e la consistenza. L’immagine. Perché se non so spiegarmi posso sempre dipingere per dare un’impressione. Per dare impressioni non bisogna sviscerare riflessioni e significati, basta rendere una sensazione con delle parole. Un pensiero non deve essere inattaccabile ma intuibile nello spirito per essere una base su cui aiutare l’altro ad esprimere se stesso. E per far sì che tu possa cogliere un’impressione di quell’espressione per aggiungere una nuova immagine in te stesso, da trasmettere infinitamente e mutevolmente.
I significati non sono inutili. Ogni volta che si sceglie una parola lo si fa perché se ne coglie un aspetto. Ignorando i significati si priva la parola di ogni valore. Ma a dovere essere negata è la comprensione completa del significato di una parola, non una delle sue ombre o delle sue luci, dei suoi riflessi. Cogliere una luce, renderla attraverso una pittura per dare la possibilità ad uno spettatore di trarne un aspetto, da imprimere in una nuova immagine e rendere in un testo lirico da cui assorbire lo spirito di un passaggio... Non amo lo slancio del realismo, la volonta di narrare i fatti. La scrittura è impressione, descrizione soggettiva e, perché no?, creazione. Arte. Anche quando si scrive un articolo per parlare della Cina. Anche quando si scrive una tesi di dottorato. (Con i dovuti compromessi perché non si vive da soli ma in un’entità pluralista, la società, dove esistono delle norme). Per non parlare di quando si scrive una poesia, una canzone, si gira un film, si scatta una fotografia, si scrive un libro.
Anni fa una persona (poco dopo avermi soffiato la mia ex ragazza per un po’), leggendo una poesia che avevo scritto, mi disse che ero un pittore e non un poeta. Mi ha sempre fatto piacere ripensare a quelle parole, perché mi sono sentito compreso nella mia attitudine di non volere comprendere né far comprendere. Una dimensione che non fa troppo caso alla coerenza e all’inattaccabilità di una posizione.
Contro ogni sistematicismo, sempre. Scrittura, arte, rivoluzione e sogno.
martedì 20 luglio 2010
颐和园 (The Summer Palace)
Alba e tramonto di una pagina di storia. Gente che ci ha versato il sangue e quella spinta che ti senti crescere dentro senza pensare a quello che potrebbe accadere. Incazzato e sognante. Quasi una sublimazione della condizione umana. Perché protesta è ideale e condivisione.
Il giorno dopo ero nel letto a pensare e ripensare alla morte delle ideologie. Senza averle mai amate troppo. Ma le ideologie mettevano sogni e carne dentro la politica. Alla faccia del parlamentarismo e dei dibattiti esanimi, civili, disumanizzati. Se solo fossimo veramente liberi e non controllati da politica e mercato. A volte so con certezza che sto semplicemente aspettando una causa per morire felice in un mondo che non mi appartiene. E mentre vedevo tutto ciò, steso sul letto, al mio fianco una suoneria di cellulare ne seguiva un’altra. Già, la scelta della suoneria, uno dei momenti cruciali dopo l’acquisto di un cellulare. Avrei voluto urlare, riscoprirmi in una piazza, credere qualcosa con qualcun’altro, lottare per questo. Ho fatto finta di niente e mi sono addormentato.
“La quarta cosa è che
oggi ho passato tutto il giorno alla piscina e una cosa spaventosa è accaduta di nuovo: non potevo stare seduta né rimanere calma. Volevo continuare a scrivere, ma non ci riuscivo. Allora ho fatto quello che faccio normalmente: ho chiuso gli occhi stretti, ero in un sudore freddo. Volevo sdraiarmi, solo sdraiarmi. Mi avrebbe fatto bene. Poi sono entrata nella piscina e mi sono seduta al limite tra la parte profonda e quella bassa. Il mio respiro è cresciuto debolmente, non ero sicura che sarei riemersa. Ho perso conoscenza.
La quinta cosa è che gli studenti di Beida andarono a Piazza Tian’an Men.”
Amore e rivoluzione. Individuo e storia collettiva, di sfondo. Un film, un palazzo d’estate nelle sale universitarie e quella luce che ti lasci alle spalle entrando nel mondo degli sfruttati e degli sfruttatori per viverci dentro. Dolore, tormento, gioia naive. Inespressi, a tratti. Poi basta la miccia per illuminare tutto a prescindere. Una scena magnifica, che ti fa sentire il sangue nelle vene: note in crescendo, parole semplici, ad uno ad uno salgono su un furgone, università-piazza solo andata. Ridono, non si sa bene perché ma in fondo anche sì. Tian’an men come lo specchio di un sogno che è la giovinezza. L’amore di due persone per spiegare cos’è stato Tian’an men. Riconoscere l’amore nella rivoluzione e la rivoluzione nell’amore. Con l’entusiasmo che si spegne sulla via del ritorno, che è ritorno alla realtà, alla vita. Tormento e dolore nella nuova incomunicabilità della luce che si spegne su uno degli anelli pechinesi. Gioia naive alle spalle.
E poi quello scorrere di tempo e di persone, fino a ieri. Sembra una vita fa, Tian’an men, per quanto è cambiata la Cina. A volte mi dimentico di essere nello stesso paese dove c’è stata Tian’an men. Sembra impossibile che un ventenne di allora oggi abbia solo quarant’anni. Dove hanno messa la memoria? Dove sono finiti tutti i sogni? La frustrazione e la pesantezza che si trascinano per una vita.
Fino a nuovo incontro, solo per capire che ti hanno portato via tutto e tu hai lasciato che ti portassero via tutto. Senza neanche rendertene conto. Ammettere che la vita può essere anche questo. Nello sguardo di uno specchietto retrovisore di un Suv.
Ma verranno altri sogni, verranno altri amori. E altre rivoluzioni. E altri risvegli. La vita, la morte.
Regia: Lou Ye
Titolo: Yiheyuan (The Summer Palace).
Ascolto del mese: Hao Lei, Yangqi (Ossigeno)
Il giorno dopo ero nel letto a pensare e ripensare alla morte delle ideologie. Senza averle mai amate troppo. Ma le ideologie mettevano sogni e carne dentro la politica. Alla faccia del parlamentarismo e dei dibattiti esanimi, civili, disumanizzati. Se solo fossimo veramente liberi e non controllati da politica e mercato. A volte so con certezza che sto semplicemente aspettando una causa per morire felice in un mondo che non mi appartiene. E mentre vedevo tutto ciò, steso sul letto, al mio fianco una suoneria di cellulare ne seguiva un’altra. Già, la scelta della suoneria, uno dei momenti cruciali dopo l’acquisto di un cellulare. Avrei voluto urlare, riscoprirmi in una piazza, credere qualcosa con qualcun’altro, lottare per questo. Ho fatto finta di niente e mi sono addormentato.
“La quarta cosa è che
oggi ho passato tutto il giorno alla piscina e una cosa spaventosa è accaduta di nuovo: non potevo stare seduta né rimanere calma. Volevo continuare a scrivere, ma non ci riuscivo. Allora ho fatto quello che faccio normalmente: ho chiuso gli occhi stretti, ero in un sudore freddo. Volevo sdraiarmi, solo sdraiarmi. Mi avrebbe fatto bene. Poi sono entrata nella piscina e mi sono seduta al limite tra la parte profonda e quella bassa. Il mio respiro è cresciuto debolmente, non ero sicura che sarei riemersa. Ho perso conoscenza.
La quinta cosa è che gli studenti di Beida andarono a Piazza Tian’an Men.”
Amore e rivoluzione. Individuo e storia collettiva, di sfondo. Un film, un palazzo d’estate nelle sale universitarie e quella luce che ti lasci alle spalle entrando nel mondo degli sfruttati e degli sfruttatori per viverci dentro. Dolore, tormento, gioia naive. Inespressi, a tratti. Poi basta la miccia per illuminare tutto a prescindere. Una scena magnifica, che ti fa sentire il sangue nelle vene: note in crescendo, parole semplici, ad uno ad uno salgono su un furgone, università-piazza solo andata. Ridono, non si sa bene perché ma in fondo anche sì. Tian’an men come lo specchio di un sogno che è la giovinezza. L’amore di due persone per spiegare cos’è stato Tian’an men. Riconoscere l’amore nella rivoluzione e la rivoluzione nell’amore. Con l’entusiasmo che si spegne sulla via del ritorno, che è ritorno alla realtà, alla vita. Tormento e dolore nella nuova incomunicabilità della luce che si spegne su uno degli anelli pechinesi. Gioia naive alle spalle.
E poi quello scorrere di tempo e di persone, fino a ieri. Sembra una vita fa, Tian’an men, per quanto è cambiata la Cina. A volte mi dimentico di essere nello stesso paese dove c’è stata Tian’an men. Sembra impossibile che un ventenne di allora oggi abbia solo quarant’anni. Dove hanno messa la memoria? Dove sono finiti tutti i sogni? La frustrazione e la pesantezza che si trascinano per una vita.
Fino a nuovo incontro, solo per capire che ti hanno portato via tutto e tu hai lasciato che ti portassero via tutto. Senza neanche rendertene conto. Ammettere che la vita può essere anche questo. Nello sguardo di uno specchietto retrovisore di un Suv.
Ma verranno altri sogni, verranno altri amori. E altre rivoluzioni. E altri risvegli. La vita, la morte.
Regia: Lou Ye
Titolo: Yiheyuan (The Summer Palace).
Ascolto del mese: Hao Lei, Yangqi (Ossigeno)
venerdì 11 giugno 2010
Guerra, pace, Tolstoj e umanità
La storia come movimento. Sono rimasto ad ascoltarlo, riga dopo riga. Contro la genialità degli eroi, contro il fatalismo divino. La storia siamo noi, diceva De Gregori pensando a guerre e resistenze ormai lontane. La storia restituita alle masse in quel secolo indimenticabile che fu l’Ottocento. Quando in molti devono aver sentito di fare la storia. E quando si pensa che a decidere siano singoli individui, capaci di segnare il cammino dell’umanità portandola alla distruzione o alla gloria, ecco la risposta del dettaglio: infiniti movimenti frammentati, casuali, sospesi tra libero arbitrio e necessità, incondizionati e prigionieri allo stesso tempo. Un insieme che non è razionalizzabile e neppure concepibile di fianco al movimento che ne scaturisce, alla direzione intrapresa da un popolo o dall’umanità. Un percorso fatto di condizioni e contesti, in cui l’immagine unitaria che ci appare o che ci viene descritta come iniziativa politica, militare, sociale... altro non è che l’insieme di una moltitudine, spesso eterogenea, contraddittoria e piena di collisioni, dove gli “eroi” danno indicazioni non seguite universalmente dalle “masse”, dove gli uni e gli altri sono ugualmente imprescindibili ed il destino del mondo non è dato né dalla decisione dei capi né dal consenso delle masse, ma dal loro confronto. Da ciò che ne scaturisce, il movimento. E tutto questo è spezzato dalla vita e dalla morte quotidiana, la vita di tutti i giorni di figure immaginarie che si possono toccare, sentire, capire o disprezzare perché di mezzo c’è l’arte.
Guerra e pace non è cronaca storica, dice Tolstoj, non è romanzo, non è poema. “Guerra e pace è ciò che l’autore ha voluto e potuto esprimere in quella forma in cui è venuto a prendere espressione”. Avere qualcosa da dire e scriverlo fregandosene dei dettagli che ruotano intorno al contenuto. Qualcosa che può far riflettere anche oggi, in un’epoca divisa, ma unita a pensare che a fare l’Italia sia solo un uomo di nome Berlusconi, nel bene o nel male. Un uomo solo, uno come tanti che ne esistono al mondo. Non lo furono Alessandro, Napoleone, Hitler, Gengis Khan, Qianlong. Questo dovrebbe bastare.
Tutto si può negare. Che ci siano di mezzo le scelte, che tutto abbia una spiegazione che prescinda da noi. Ma è nelle mancate affermazioni di personalità o impersonalità assolute che l’io e l’altro emergono più vivi che mai e reclamano un ruolo; come condizioni di un risultato in cui l’umanità, ciò che “è” diviene a poco a poco riconoscibile. Un moto di cui non si intravedono fine ed inizio, da cantare e incantare come piccole storie da raccontare e grandi romanzi da scrivere.
“... E poi la gente, perché è la gente che fa la storia,
quando si tratta di scegliere e di andare
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare.
Quelli che hanno letto un milione di libri
e quelli che non sanno nemmeno parlare
Ed è per questo che la storia da’ i brividi,
perché nessuno la può cambiare...”
Ascolti del mese:
Marlene Kuntz, Siberia (cover Diaframma)
Tunng, With Wiskey
Micah Paul Hinson, Take off that dress for me
Asaf Avidan and the Mojos, Her Lies
Lhasa de Sela, A fish on land
Soap & Skin, Mr. Gaunt PT 1000
John Grant, Queen of Denmark
Electric President, Mr. Gone
Le luci della centrale elettrica, Produzioni seriali di cieli stellati
Guerra e pace non è cronaca storica, dice Tolstoj, non è romanzo, non è poema. “Guerra e pace è ciò che l’autore ha voluto e potuto esprimere in quella forma in cui è venuto a prendere espressione”. Avere qualcosa da dire e scriverlo fregandosene dei dettagli che ruotano intorno al contenuto. Qualcosa che può far riflettere anche oggi, in un’epoca divisa, ma unita a pensare che a fare l’Italia sia solo un uomo di nome Berlusconi, nel bene o nel male. Un uomo solo, uno come tanti che ne esistono al mondo. Non lo furono Alessandro, Napoleone, Hitler, Gengis Khan, Qianlong. Questo dovrebbe bastare.
Tutto si può negare. Che ci siano di mezzo le scelte, che tutto abbia una spiegazione che prescinda da noi. Ma è nelle mancate affermazioni di personalità o impersonalità assolute che l’io e l’altro emergono più vivi che mai e reclamano un ruolo; come condizioni di un risultato in cui l’umanità, ciò che “è” diviene a poco a poco riconoscibile. Un moto di cui non si intravedono fine ed inizio, da cantare e incantare come piccole storie da raccontare e grandi romanzi da scrivere.
“... E poi la gente, perché è la gente che fa la storia,
quando si tratta di scegliere e di andare
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare.
Quelli che hanno letto un milione di libri
e quelli che non sanno nemmeno parlare
Ed è per questo che la storia da’ i brividi,
perché nessuno la può cambiare...”
Ascolti del mese:
Marlene Kuntz, Siberia (cover Diaframma)
Tunng, With Wiskey
Micah Paul Hinson, Take off that dress for me
Asaf Avidan and the Mojos, Her Lies
Lhasa de Sela, A fish on land
Soap & Skin, Mr. Gaunt PT 1000
John Grant, Queen of Denmark
Electric President, Mr. Gone
Le luci della centrale elettrica, Produzioni seriali di cieli stellati
Iscriviti a:
Post (Atom)
