venerdì 1 giugno 2012

Quello che devo fare

 Quello che devo fare. Atto, movimento. Contro chi la sovversione la pensa e la immagina, chi la rigira, la trastulla e la teorizza: “I due apprendisti sono furiosamente al lavoro, nella grande stamperia di messer Hergott in Norimberga. Le mani trasformano l’inchiostro sulla semplice carta in caratteri di piombo che moltiplicano le parole. Rapide occhiate e dita agili che ricompongono gli scritti del Magister: proiettili che verranno scagliati in tutte le direzioni dal più potente dei cannoni. Il torchio, nell’angolo, sembra dormire in attesa di imprimere il sugello finale.”
Thomas Müntzer, gli anabattisti di Münster, l’editoria italiana di metà XVI secolo. Così come si potrebbero dire anche Wat Tyler, Jan Hus, György Dózsa, Juan Bravo, Matija Gubec, Ivan Bolotnikov, Masaniello, Sten’ka Razin, Yemelyan Pugachev, José Gabriel Condorcanqui, Christian Benjamin Geißler, Toussaint Louverture, Teodor Avramović, Pasquale Domenico Romano, tanti altri, quanti altri ancora e tutte le lacrime di lotta lasciate in disparte dalla storia. Sotto i colpi della tortura e della privazione.
La storia, storia del potere.
"Noi solchiamo i meandri della storia. Noi siamo ombre di cui le cronache non parleranno. Noi non esistiamo."
Chi li scrive i libri che vengono insegnati, che tradimento diamo alla memoria indicando i buoni e i cattivi. Chi la fa la storia, la storia siamo noi, bella ciao che partiamo? “Nell’affresco sono una delle figure di sfondo. Al centro campeggiano il Papa, l’Imperatore, i cardinali e i principi d’Europa. Ai margini, gli agenti discreti e invisibili, che fanno capolino dietro le tiare e le corone, ma che in realtà reggono l’intera geometria del quadro, lo riempiono e, senza lasciarsi scorgere, consentono a quelle teste di occuparne il centro.”
Parlami di come si scende in strada fuori dalle università, di come gli intelletti incontrano la fede e di come si può essere incuranti di tutto il resto. Dimmi degli schieramenti e le loro ragioni, di chi sceglie la protezione e di chi antepone il rischio del fango e della sconfitta. Raccontami chi non rinnega mai a se stesso ciò per cui ha combattuto perché la sconfitta non rende ingiusta una causa, dell’istituzionalizzazione delle rivoluzioni. “Avete conosciuto le lettere e le armi. Avete combattuto per qualcosa in cui credevate e avete perso la causa, ma non la vita. Capitemi, parlo del senso della vita che accomuna gente come me e come voi, l’incapacità di fermarsi, di accomodarsi in qualche buco, in attesa della fine; l’idea che il mondo non è che una grande piazza su cui si affacciano i popoli e i singoli uomini, dai più scialbi, ai più bizzarri, dai tagliagole ai principi, ciascuno con la sua insostituibile storia, che racconta già la storia di tutti. Voi dovete aver conosciuto la morte, la perdita. Forse c’è stata una famiglia, da qualche parte, lassù nelle terre del Nord. Sicuramente molti amici, persi per la strada e mai dimenticati. E chissà quanti conti da saldare, destinati a rimanere aperti.”
Come fate voi a uscire dal cerchio senza disegnarne un altro, insegnami cos’è l’anarchia.
“In questa vita ho imparato una cosa sola: che l’inferno e il paradiso non esistono. Ce li portiamo dentro dovunque andiamo.”

Liberamente integrato con: Luther Blisset, Q (Einaudi, 2000)

lunedì 28 maggio 2012

Cerveteri

L'età della transizione - V tappa


Alla Banditaccia popolo di scavatori. Vie nel tufo tra tumuli, un altopiano scavato e terra strappata, vegetazione fitta a ricoprire la memoria e consegnare alla pace. Popolo di un metro e qualcosa, in miniatura, dipingevano terracotta alla maniera greca. Poco altro, la pioggia mi ricaccia indietro, un altro buco nell’acqua, cacciatore di respiri che resta con la polvere in mano. Ancora l’ombra di morti di migliaia di anni fa, solo ombra ridata alla natura. Dalla terra alla terra, fin dentro alla terra. Tutt’uno con la terra. Terra e acqua.
...

sabato 12 maggio 2012

Cara è la fine

Ti ho rivista.
Era come ieri, sai. Senza lo sporco che ci siamo lasciati addosso, di lacrime, silenzi e bugie. Eri come allora, ma avevi una casa nuova, grande. Con il tuo compagno di musica e di vita. Chissà, forse in Toscana. Apri la porta, e l’aria è sorpresa, il silenzio imbarazzato. No, non è vero. Apri la porta ed è come se così sempre fosse stato, il sottile piacere di ritrovarsi, il sorriso di chi sa che sarebbe stata la cosa più naturale che potesse accadere, ritrovarsi. Ed è stato naturale parlare, recuperare il tempo perduto e gli anni persi di vista, riscoprirsi gli stessi di sempre. Di quando ascoltavamo serrande alzate (tu), e poi il buio (io), malinconica e –sempre e comunque- Nuotando nell’aria (tutti e due), anche se quella era venuta prima (quando io sentivo quante volte di Claudio Baglioni e tu Mina, Anna Oxa perché la Oxa ha una bella voce). Un album almeno lo abbiamo condiviso. Chissà cosa ascoltiamo ora, in questo tempo insieme senza spazio strappato alla coscienza. Ed è stato naturale baciarti anche se avevi un compagno e io –al di là del tempo senza spazio- fossi già sposato. In un bagno che era riparo di candore. Senza sensi di colpa, come se fosse qualcosa di appartenente al passato. Fare quell’amore che non mi hai mai dato come una passante di De André. Come una visione univoca staccata dalla realtà, come uno strascico, un altro punto di vista a sommarsi in quella storia già intrisa e inzuppata di io e di spazi individuali(sti).
Vorrei riprendere a suonare la tua voce. Lasciare la tua voce prendersi lo spazio. Sulla Riviera di Ponente, dalla Riviera di Ponente in poi. Cercare un’illusione con pezzi di vetro, l’unico pezzo che abbia mai studiato con la chitarra e ci sarà pure un motivo visto che di De Gregori non mi è mai importato un granché. Non saprò mai come è mai possibile riuscire a tradire, mentire, essere tradito, essere ingannato dal primo amore. Così bianchi così sporchi, proprio come i bambini. Non saprò mai come è stato possibile incontrarti a sedici anni, ritrovarti a diciotto e poi ancora a venti o giù di lì in uno scenario decontestualizzato e naturale. Non saprò mai come mai è stato possibile perdersi così. Non tanto perdersi, ma perdersi così e ripensarci dieci anni più vecchio. E in questo spazio senza tempo ricordo quanto ti ho amata e quanto avrei voluto amarti, quanto ti sto amando e quanto non ti ho mai dimenticata. Al punto da non volermi alzare per iniziare il mio non-lavoro.

Soundtrack:
Micah P. Hinson, While My Guitar Gently Weeps, 2009 (cover).
Bon Iver, Michicant, 2011.
Matt Elliott, Dust, Flesh and Bones, 2012.
Fabrizio De André, Vinicio Capossela, Valzer per un amore, 2011.
Franceso Guccini, Canzone delle domande consuete, 1990.
Francesco De Gregori, Pezzi di vetro, 1975.
Claudio Lolli, Io ti racconto, 1973.
Marlene Kuntz, Nuotando nell’aria, 1994.


domenica 22 aprile 2012

Lüxingzhe (旅行者)

Zai lushang (在路上), Yuanfang (远方), Xibei (西北).
Quello dei lüxingzhe non è un gruppo musicale ma un percorso incrociato di musicisti, con un immaginario scarno, essenziale ma ben definito. D’altronde non potrebbe essere altrimenti se si parla di mínyáo (民谣): yáo come rock, mín come condizione di essere tra la gente. Un genere –il neo folk cinese- con pochi punti di riferimento a delineare orizzonte e scenario. Pochi elementi, ad esempio la strada. Quella del viaggio verso luoghi lontani. Fatti di genti diverse, dalla città alla prateria. Di suoni inusuali, di strumenti desueti trasmessi da tradizioni. Viaggio. Nella memoria, verso le origini. Spoglie di elucubrazioni, suppellettili e sovrastrutture. Viaggio. Alle origini dell’uomo e alle origini come individui. Canti di uomini arenati nelle metropoli in cerca di lavoro e caduti nell’emarginazione socio-economica, esiliati a rimpiangere fiumi e stagioni. Viaggio a ritroso, di nostalgia e memoria elevata, innalzata, sublimata. Geografico, verso il Nord-Ovest, praterie deserti di loess montagne altopiani campagne. Mongolia Ningxia Gansu Tibet Turkestan.
Lüxingzhe (旅行者), i Viaggiatori.
Ruotano intorno a Wu Junde, classe ’72, un trascorso tra alcune delle realtà di maggiore spessore della musica cinese (Shetou, IZ, Hanggai) e un progetto attivo dal 2008 che intreccia collaborazioni con diversi artisti: Xiao Zhou, Zhou Laoda, Zhou Shengjun, Wubuli, Zhang Zhi, Wen Feng, Chen Zhipeng, Zhu Fangqiong, Wan Xiaoli, Hugejiletu, Da Song, Wang Xiao, Ciren Yangji, Malika, Xiao Hai, Adili, Zhou Sheng, He Xi, Zha Yang... Toccano corde ed etnie diverse, foggiando forme per società contemporanee. Ci leggo potere evocativo e osservazione della natura umana, rileggo me stesso nella diffusione di un suono nei cieli delle terre alte. O nelle cavità delle metropoli, con echi di uomini alla ricerca di luoghi che forse esistono forse no, forse erano forse non sono più, forse non sono mai stati se non nei sogni e nella cecità. Un misto di esotico e radici sociali, ricordo appassionato e tradimento di se stessi, immagine di libertà e nuvole. Nuvole e strada. Vento lontano di luoghi lontani, ancor più lontano di luoghi lontani (远在远方的风比远方更远).
Non so più se è il canto di un uomo che cerca la sua terra perduta, gli odori e i fiumi; o sono io ad avere perso una terra e le sue voci.

Non ti ho mai conosciuta
E non ho mai conosciuto neppure me stesso
Ho solo un cammino senza sosta
Solo una ricerca senza fine
Il sole si leva e di nuovo discende
L’amante è giunto da lei e di nuovo è andato via
Ho solo un cammino senza sosta
Solo una ricerca senza fine


我从来都不认识你
就像我从来都不认识自己
我只有不停的走啊
我只有不停的找

太阳升起来又落下去
爱人来了她又走了
我只有不停的走啊
我只有不停的找


Mini playlist:
Lüxingzhe 旅行者, Lüxingzhe 旅行者 (2010)
Lüxingzhe 旅行者, Shengming zhi lu 生命之路 (2010)
Xiao Zhou e Lüxingzhe 小舟, 旅行者, Gudu de ren 孤独的人 (2010)
Xiao Zhou e Lüxingzhe 小舟, 旅行者, Fangmu guniang 放牧姑娘 (2010)
Zhang Zhi e Lüxingzhe 张智, 旅行者, Liulangzhe 流浪者 (2010)
Zhang Zhi e Lüxingzhe 张智, 旅行者, Mukulian 木库莲 (2010)

domenica 15 aprile 2012

Cerca nella sabbia i miei reperti, porta alla luce questi fossili ricordi*

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难过 意思是再难也要过去 难受 就是再难也能承受

21 marzo 2012. Ventuno caratteri, sette giorni prima di morire. Parole scritte per chi rimane. Per il lusso e l'assenza, per i giorni da spendere nell'aria e nella polvere. Scuoto ripetutamente la testa per cacciare via l'idea, l'immagine, il pensiero. E' impossibile concepire quanta gente ti ha amato in questi mesi e contemporaneamente quanto sei stato solo. Perché in fondo eri irraggiungibie per tutti noi.
Ovunque tu sia, in qualsiasi forma, qualunque aspetto tu abbia, quale sia la tua essenza in ciò che è senza tempo spazio e dimensioni.
Che ci siano piatti da lavare per contraccambiare un invito.
Che possa persistere in te un pezzo di memoria della vita su questa terra di malattia.
Per gli uomini che siamo, per l'uomo che sei stato, per le vite condivise.
Il significato della difficoltà è che per quanto difficile bisogna andare avanti lo stesso. Quello della sofferenza è che per quanto difficile è pur sempre possibile resistere. Quanta vita può insegnare un uomo vicino alla morte da un letto di un ospedale.

Canzone del mese:
* Acid Folk Alleanza, Fossili (1996)

giovedì 5 aprile 2012

Milano

L'età della transizione - II tappa (a ritroso)


Io ti racconto città in bianco e nero. Di stile come il bianco e nero. Del Nord in bianco e nero. Piazza, bella piazza. Gremita nei due sensi, botteghe su botteghe negli ampii viali dipanati commerci di gusto. Gente abbigliata e truccata, davanti a uno specchio. Con ciglia lunghe. Me la lascio alle spalle mi lascio inghiottire lontano dagli echi di strada tra ombre e vetrate cupamente dense. Gotico, l’apoteosi del sacrificio. Non sono qui per questo. Sono in caccia. Fuori, la strada. Mappe tracce foto palazzi strade odori e fiuto, cazzo quanto tempo è passato. Le stesse vie avevano forme diverse una volta. O sono io, è nella mia mente il problema. Quegli stessi pavimenti rossi, gli stessi tram. Non è rimasto niente, né rose né odori. Siamo stati sommersi, non fumo neanche più ora, di sicuro non ho più grandi ideali. Non sono qui per questo. Sono in fuga, da lei e da Brera. Respiro. I Navigli, terre e acque esilio dei falliti artisti falliti innamorati. Piatto come l’acqua di città. E ponti, sollievo. Sono in fuga, dalle chitarre dalle stazioni da cosa ormai non lo so neppure più. Dai fantasmi.
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giovedì 29 marzo 2012

Matera

L'età della transizione - I tappa (a ritroso)



Vespro. Febbre, dobbiamo fermarci. Luci. Città. Discendiamo la strada che ormai è notte. Città. Spianata sotto gli occhi. Scoscesa su un costone di fiaccole e rocce. Aspra. Austera. Povera. E fuochi oltre la montagna, scavati nelle grotte. Uomini, donne, le loro torce lungo la mulattiera in processione verso una fede proibita. Dimentichi dell’elemosina strappata giorno dopo giorno alla natura e alla vita. Per una notte, in fila per assistere alla nascita. È un luogo d’altro mondo, mondo lontano. Nascosto.



Mattino. Mi reggo ancora sulle gambe. Asino. Polli. Bestiame. Puzzo sudicio. Sospingo i passi oltre la soglia, tutto ha una forma alla luce del giorno. Montagna scavata erba bassa secca lapidata dal vento nuvole nere in successione aprono squarci di sole. Centinaia. Centinaia di buchi nella roccia, riparo per uomini e bestie. Portati via alla roccia. Potrebbero sembrare antri ignoti dove non è consigliabile inoltrarsi. A me sembrano luoghi lasciati in pace dove condurre la propria lotta di vita.



Domani. Hai mai sentito scorrere il vento hai mai camminato su una cresta hai mai visto cielo e terra. Gli asini. I loro occhi d’uomo. I pastori del Sud, pelle ruvida. Eremiti d’un credo d’Oriente. Lì per lì, mi è sembrato quanto di più simile alla libertà potessi immaginare. Un paradosso, non c’è dubbio. Naturale, in realtà sono schiavi della terra. Sì, deve essere così. Eppure...
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lunedì 26 marzo 2012

Ostia antica

L'età della transizione - IV tappa



Brusii. Di un carro. Alle spalle, in avvicinamento. E cavalli, zoccoli, sulle lastre in pietra e tra i silenzi della necropoli. Mi superano e proseguono. Più avanti. Una porta, con mura intorno. Berciare confuso, città di mare, sbraitio e brulicare umano. Come hanno fatto a dominare il mondo, visti da vicino sembrano solo una massa come tante, ignorante. Cammino in cerca di una foresteria. Terme, mercato, i loro dei. Teatro, ne avete costruite di cose. Rimarranno solo rovine e memoria mistificata. Non che sia poi così male, siamo pur sempre uomini, voi imperiali come me. Di passaggio.
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giovedì 8 marzo 2012

Monte Soratte

L'età della transizione - III tappa



Mentre poggio il passo. Montagna empia di soldati, albero cavo pieno di acciaio. Eremi in dimenticanza, su una via oltre le nuvole, alberi fitti e bosco. Respiro fondo di donna madre -dalle interiorità- ansimare di terra e acqua.
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venerdì 24 febbraio 2012

Com'eravamo

È vero che la resistenza, la guerra, la ricostruzione appartengono al passato come fosse un libro di storia a parlarci di echi indistinti.
È vero che non sappiamo cosa ha significato e non ci interessa poi neanche tanto acoltare i vecchi, le rughe i suoni di quell’epoca. Come fossero parte ormai di musica folk.
Che poi ci dicono la memoria, la memoria. Ci coprono di giornate del ricordo usa e getta, da smaltire con il ricordo del giorno dopo in perfetto stile uso consumo.
Mi chiedo se è davvero così tutto diverso, l’Italia del 2012. “E la guerra non c’è più ormai, la guerra è finita”.
È vero che l’anticapitalismo, l’egalitarismo fanno tenerezza ridicolo e malinconia. I sogni sono della gioventù, ci pensa la società a raddrizzarli. E chi è uscito dalla guerra con l’animo rotto, incrinato o scalfito come fosse alba è gioventù. E noi? Noi, i loro figli e nipoti, paradossalmente, gli adulti. Almeno in rapporto all’età dell’essere umano, se si può essere più adulti dei propri genitori.
Il partito sovietico, quello cinese. La sinistra italiana. Sono peggiori del peggior berlusconismo. Ci hanno privato di ideali come il peggiore dei traditori. Costringendo in società che non ammettono immaginari alternativi. Sbilanciando l’alternanza tra sogno e cinismo. Svilendo il valore della terra, della piazza e della strada, abusando del popolo e del suo nome mentre si adagiavano al valore umano dell’arricchimento e dell’accumulo.
Tra idealismo e realtà, dove la distruzione è condizione dell’idealismo, che si fa presupposto del realismo, da cui scaturisce il distacco dal sogno e nuova guerra.
Che forma avrà amore mio, che nome idolatrerà questa esplosione e sopravviveremo per guardare nuovi giovani lambire nuovi sogni come architetture esteticamente appaganti.
Che nessuna guerra è giusta ma ogni guerra è così umana, almeno quanto l’amore.
È vero che in questi momenti vorremmo essere come nomadi.

Ascolti del mese:

Claudio Lolli, Ho visto anche zingari felici (1976)
Claudio Lolli, Donna di fiume (1975)
Claudio Lolli, La giacca (1973)
(e per inevitabile spiazzante contrasto): Baustelle, Il liberismo ha i giorni contati (2008)
(e se questo libro fosse canzone): Luther Blissett – 无名, Q (2000)

martedì 31 gennaio 2012

Storia di un amore

Amure mio, a vita è n'estate lassa stari i corvi lassù
ca nun c'è Dio ma c'è un cantu di streghe
e n'tu lettu c'è un diamante che ho nascosto e u poi pigghiari sulu tu.


Cos’altro dobbiamo dirci, è storia d’amore finita. Cambiata, trasfigurata, recitata da rapporto professionale. No, storia di reincontro tra amici, tra birra e vino. O di una cena spesa a osservare e capire. Merda, non ricordo più. Rabbia? Tenerezza? Di un innamorato abbandonato?
Ansia, quella sì. Da prestazione? Da attesa di giorni sgranati come perle di rosario?
E torno a chiedermi cosa c’entrasse Roma e cosa siano stati quei silenzi e quei giochi di coppia e di complicità, siamo uomini in fondo (“ed è questo che ci salva”?).
Chino il capo.
Ma non ci sto e ritorno su, trastullo, frugo, scompiglio e riordino. Inutilmente. Io, io, io, io, cadute di stile e ricadute nell’io. Così umanamente staccati dal punto di osservazione analitico (ed è questo che ci rovina?).
I giochi d’amore e pena sanno essere sottili, dosano gentili attenzioni e schiaffi amplificati dagli echi delle emotività, difficili da catalogare. E allora bevo e guardo su tutti i balconi, ma non è notte di streghe.

Non so da dove siate usciti fuori alla fine, mi portavo dietro quel respiro pesante da mesi, ed è cresciuto di strada in strada. Muri di carta ricreati ad arte e stelle appese a fili che sbucano dal soffitto a forma di cielo. Mi hai parlato di un treno verso il mare dell’Est, mi hai fatto ricordare di avere scritto un libro e di avere esposto una linea di pensiero davanti qualcuno. Ma chi sei tu, con quel volto indefinito? Che ricordo sei?
Di uno, cento e cento amori. Di quegli amori avvolti dal fumo e dimentichi di Dio; metropoli estranianti e familiari, ridenti incoscienti e scoscesi. Così... giovani. Sogni e delusioni, ascensioni e scenate. Corpo su corpo, piumini inspessiti dagli inverni rigidi, che fuori c’erano neve e calzamaglia. Respiri da odorare a occhi chiusi perché quando li riapro in realtà sono distanti.
Non so quanti giorni mi rimangono da vivere, con questo fisico intatto con il pensiero rivolto alla morte.
Quasi non posso pensare di esserci passato sopra davvero. Così, spalla spalla a un ideale, e vitale senza stremo, sulla strada verso Nord o verso Ovest ai bordi del confine. I minimarket 24 ore su 24 puntualmente di notte ero lì per una mild seven in più o per i gelati o per tutti e due. O solo per le insegne luminose dopo il calore di folk e grappa. Non so come sia riuscito a non tremare quando mi ritrovai con quel registratore in mano, la prima volta. La prima volta che lo abbiamo fatto, avevamo appena litigato fino a non parlarci più per un’ora e mezzo di metro e bus. Non ricordo il motivo, solo il silenzio. Mi sarei potuto innamorare di tutti voi, personaggi di una storia persone reali.
Ed è finito.
Per il silenzio su cui ho sbattuto e che ho scolpito per versare lacrime virtuali in assenza di tempo e percezioni di spalle.
Per amorevole compassione.
Per idiozia.
Per ambizione.
Perché dalle giostre scendo sempre per secondo.
Perché forse torno indietro ma in fondo è impossibile ma non so ancora guardare abbastanza avanti.
E mi cullo, mi cullo nel passato col sapore de sogno. Capace di vederli sbucare a Roma, uno per uno. Non dormirci la notte, non trovare le strade, ostentare self control, odiare et amare, bere insieme un goccio in più.

Amure mio, a vita è n'estate lassa stari i corvi lassù
ca nun c'è Dio ma c'è un cantu di streghe
e n'tu lettu c'è un diamante che ho nascosto e u poi pigghiari sulu tu.


Canzoni del mese:

Fabrizio De André, Il suonatore Jones (1971)
Alessandro Mannarino, La strega e il diamante (2009)
Zhang Zhi e Lüxingzhe 张智, 旅行者, Liulangzhe 流浪者 (2010)
Zhang Zhi e Lüxingzhe 张智, 旅行者, Mukulian 木库莲 (2010)

mercoledì 11 gennaio 2012

Nuvole, zio

Perché quella foto lassù non ci può stare, pensavo. In quella fila di lapidi a schiera su più piani.

Perché disarmonica perché quel dolore disarmonico
incrinatura stonata
tra noi famiglia di buoni valori e sentimenti
aspettative semplici
secolari quanto l’uomo.

Due mesi fa, di già.
Siamo cresiuti protetti, con vestiti puliti e giocattoli nuovi. Con padri e madri, disabituati al significato insito, minimale, essenziale della sofferenza.
Ed ero là, non potevo piangere perché non avrebbe mai accettato di vederci sedere di fianco al suo cadavere inanime così a lungo. “Chissà quante risate si sta facendo lassù”, dice la figlia di un padre per scacciare la paura dell’assenza o per dare un atto di fiducia nella vita. O di fede nel Dio.
Avrei dovuto consolare, forse, ma non potevo neanche parlare, non ho da dire mai nulla davanti alla morte. Ogni conforto è un inganno, ogni frase un appiglio per distogliere la mente dall’unica cosa che desidero di fronte alla morte: il ricordo.
Sono di nuovo due mesi che non fumo, un impegno alla memoria. Tra me e me, da me a me passando per un’ascensione in cerca di destinazione senza arrivare.
Un malessere diffidato e sminuito, controlli, ricovero. Un ospedale che sembra un centro commerciale. Le dimissioni, con bombole d’ossigeno ma con una voglia nuova, priva di paura. Sembravano rinascere insieme, tutti e tre: padre, madre e figlia. Insieme mi sembravano una prova in grado di smentire la credenza secondo cui la famiglia altro non sia che un retaggio cristiano. Di per sé, con il loro solo essere. Lievi peggioramenti, un giorno rimandato e atteso che doveva essere festa e si tramuta nell’esibizione pubblica di un dramma. Sguardi compassionevoli, allarmismi in giacca e cravatta, a mezza bocca sul bordo di una piscina. Da lì in poi neanche due settimane, un nuovo ricovero, la telefonata, due giorni di stazionamento, l’inevitabile.
Mi piaceva immaginarlo, pensarlo senza distogliermi mentre ero in sala di attesa. Avrei evitato l’ultima visita in vita, mi veniva da urlare di darmi indietro mio zio, ma era lì davanti ai miei occhi, era il suo corpo che stava cambiando. Dov’era l’ossigeno, pensavo che il respiro fosse sintomo di vita ma non è così, anche chi non riesce più a respirare ha dentro voglia di vivere in sovrabbondanza.
Che ci fanno questi uomini davanti a una chiesa, che ci fa questo prete davanti a un altare a parlare di uno sconosciuto che amava, odiava a prescindere da Dio e quando poteva manifestava miscredenza. Parole a suscitare indifferenza. Aveva paura della morte ed è morto, che ci fa la sua foto fra tutte quelle degli altri al cimitero.
Perché quella foto lassù non ci può stare, penso. Perché quando sposterò la scala metallica, salirò sui gradini, poserò i miei occhi su quella foto, perché –penserò- che ci sta a fare lì il mio secondo padre.

Canzoni del mese:
Amor Fou, Filemone e Bauci (2010)
Neil Young, Heart of Gold (1971)

mercoledì 7 dicembre 2011

Nomadismi, libertà e felicità

--- Qual’è per voi il segreto della felicità?
--- Noi desideriamo solo quello che abbiamo e ci facciamo guidare più dal cuore che dalla testa.

“Il vecchio detto che viaggiare tra i nomadi nelle zone isolate del Tibet è come fare un viaggio indietro nel tempo, è proprio vero [...] Spostandomi poi al seguito dei nomadi degli altopiani, lontano dalle città invase ormai dall’economia cinese, mi sono trovato immerso in un museo vivente della preistoria. Sembra un’esagerazione ma non lo è. Gli egizi, al tempo dei faraoni, avevano tecnologie, arti, culture e scienze sconosciute ancora oggi a queste popolazioni erranti. Sugli altopiani la vita si riduce all’essenziale senza alcuna interferenza tecnologica.

Insieme ai tuareg e agli eschimesi sono i popoli che ho constatato vivere in equilibrio perfetto con la natura che li circonda e in sintonia con i propri simili. I nomadi che percorrono in lungo e in largo gli altopiani desertici non conoscono violenza o ostentazione di machismo; sono un serbatoio di civiltà per tutti gli uomini. Le lancette dei nostri orologi spezzano i ritmi naturali del vivere, mentre sugli altopiani la vita è fluida e ci si muove secondo le esigenze fisiologiche con ritmi naturali. I nomadi vanno a dormire con la luna, bevono l’acqua dei fiumi, non hanno mai guardato attraverso una lastra di vetro o in uno specchio e la loro tecnologia più avanzata è rappresentata dal coltello.

Girovaghi dalla notte dei tempi, capaci di sopportare disagi e sacrifici indicibili, mai stanchi, sempre allegri, indifferenti alle interperie, sembrano impersonare le virtù fondamentali della religione buddhista: pazienza, rassegnazione e serenità. Molti di quei tipi selvatici, dal sudiciume insopportabile, nascondevano una rara fierezza spirituale.

Il progresso per questa affascinante popolazione non è l’espandersi dell’uomo verso l’esterno ma lo scendere in profondità dentro se stessi [...].

Non sono ricchi ma nemmeno poveri perché possono soddisfare tutti i loro bisogni elementari. Se siano felici non lo so, ma per tutto il periodo che ho vissuto con loro, ho visto solo volti sorridenti e da come giocavano e comunicavano sembravano avere una serenità che non ho mai riscontrato in nessun altra parte del mondo. Non avranno i nostri cinema, i computer, i teatri, le televisioni o i dvd, ma in compenso si divertono con le gare, le danze religiose, i menestrelli e i cantastorie, i picnic sul prato, le ricorrenze e le feste popolari legate allo scorrere delle stagioni.
[...] Noi ci consideriamo liberi, ma lo siamo davvero o lo crediamo? Piano piano ci stiamo consegnando, legati mani e piedi, ai produttori di beni di consumo. Primo tra tutti il grande comunicatore, la televisione, con i suoi programmi spazzatura e la pubblicità sempre più incalzante [...] Quello che conta da noi è l’arrivismo, il conseguire sempre nuove mete di arrampicamento sociale e di lavoro, comprarsi il telefonino, l’auto nuova o l’appartamento. Spesso ci si sente come dentro un frullatore sociale che ci fa girare a suo piacimento. Forse è da questa continua ed esasperata ricerca di desideri e traguardi sempre più difficilmente raggiungibili che dipende la nostra difficoltà a raggiungere la felicità. Non siamo mai contenti di quello che abbiamo. I nomadi sono talmente liberi da permettersi di mantenere la loro povertà materiale a discapito delle tentazioni che li assediano sempre più da vicino. Li si considera primitivi come se fosse una parola degradante senza sapere che loro sono vaccinati contro il progresso, motore della storia di quasi tutto il resto del mondo. Si dice che l’uomo primordiale sia nato nomade per cui l’uomo nomade riscopre la vera natura dell’uomo. Noi cerchiamo di cambiare in continuazione il mondo che ci circonda, assoggettandolo ai nostri bisogni. I nomadi invece dedicno tutta la loro energia mentale e fisica a mantenerlo come era. Perché chiamarli inferiori?
[...]”

da Massimo Di Paola, Tibet Addio, Milano: Mursia editore,2010.

Canzoni del mese:
José González, Heartbeats
José González, Hints
José González, Save Your Day
Bruno Coulais, La Mort de Lhakpa

mercoledì 26 ottobre 2011

Tra le bombe e i film

Tra le bombe e i film è caduta acqua dal cielo, tanta da scorrere come fiume inarrestato, da insinuarsi nelle crepe delle stazioni metro.
Traffico bloccato, linee bloccate. Sul sonno non speso.
Scarpe di pelle intrise, persone che si fanno calca irriguardosa. Ho sentito impotenza nell’impossibilità di spostamento, nell’attesa costretta a scapito di impegni. Ho fumato, fumato ancora e riacceso una sigaretta prima di muovere nella direzione di Testaccio.
Proteggimi dalle tua sopracciglia e dai manganelli.
Proteggimi dagli sguardi spogliati lasciati alla deriva dalla condivisione; dall’esposizione, dai ritorni su notturni affollati e addormentati, che costringono al silenzio le urla dell'animo. Proteggimi dagli amori, proteggimi dalla perdita del controllo.
Le strade erano piene, “aria di festa” avrebbe detto chi era lì. “Questo è il vostro modo di fare politica”, sorride Aamir Bashir, India, davanti a una foto con gente che ride, canta e balla in girotondo durante i disordini di Roma. Rivolta, avrebbero provato a fare credere i media di massa. Macchine bruciate, vetri infranti, uomini mascherati, assalti alle camionette, elicotteri bassi. La società ha dimensioni diverse, non comunicanti. Noi eravamo lì, nella bolla di vetro del cinema. Sigillata dall’esterno, con un pubblico ben vestito e con un tono di voce pacato, a chiedersi se è meglio vedere un documentario sui bambini che praticano boxe in Thailandia o la storia di censura di un regista iraniano condannato a un anno di carcere appena un’ora prima di prendere un volo per l’Italia. Se lo sarebbero chiesto con sguardo lontano, estraneo da quella realtà. Lo avrebbero chiesto da una platea, davanti a uno schermo.
Pochi giorni prima avevo corso. Molto, con fiato corto. Per arrivare per tempo in una copisteria prima della chiusura e foocopiare centinaia di fogli. Me lo aveva chiesto con insistenza Kim Ji-young, regista coreana andata in Giappone per dimostrare la battaglia di un candidato indipendente in corsa per le elezioni di una cittadina vittima di speculatori in collusione con la politica. “Una storia di Don Chischotte de la Mancha”, avrebbe detto nel corso del dibattito a seguire la proiezione. Ho fatto in tempo a copiare le duecento copie che ni aveva chiesto e che a me sembravano di importanza insignificante. Per ringraziarmi ha premuto perché prendessi una copia del suo dvd e le scrivessi le mie impressioni dopo averlo visto. Ho creduto di intuirne le motivazioni.
È stato il primo impatto d’amore con Asiatica, dal di dentro, e i giorni a seguire li avrei amati, pur non amando il contatto con la gente. Non ero lì per soldi ma per uno strascico di ideali lontani dalla vita vera. Un’isola che in termini sociali concreti è fatta di sfruttatamento malpagato e privo di riconoscimenti, ma pur sempre un’isola. Dove potere toccare uomini venuti da terre e percorsi lontani e nutrire, lasciare intendere sentimenti condivisi. E allora tenetevelo il vostro cazzo di giro infinito di soldi e finché bastano a vivere lasciatemi le emozioni. E sti cazzi se ci mangiate sopra, se vi ci incazzate e se ci fate pace, se avete o non avete i soldi, perché tanto parleremo sempre due lingue diverse senza voglia di ascoltarsi.
Ero in una vasca.
Amavo immergere lentamente la testa, dapprima i capelli, poi le orecchie, la bocca, gli occhi e il naso. Amavo il passaggio dalla percezione all’assenza dei sensi. Avevo quindici o sedici anni.
All’uscita del Macro ho creduto di estrarre la testa dalla vasca, e capire che in strada è possibile ancora lottare e sperare nel popolo, ritrovarsi in un malcontento che non appartiene e riprendere ugualmente a sognare qualcosa di meno disgustoso.
Kim Tae-yong, sempre dalla Corea. Racconta storie d’amore non pronunciate, di tardo autunno, in città spoglie, con attori che celano emozioni. Non sa perché lo fa, del resto per lui è molto difficile scrivere una sceneggiatura. È una storia da raccontare e così è uscita fuori. Tang Wei, attrice dalla Cina. Bellissima senza essere primadonna. Una ragazza che sa guardare e capire le persone. Non ama lo star-system e immagina con fare seduttivo un futuro da aiuto regista. Sono legati al mare e alla pesca, conoscono le difficoltà dei propri nonni e dei genitori, sanno che la storia di ognuno potrebbe essere un film.
Forse non sarei essere dovuto essere lì, per il dovere di credere in qualcosa di diverso e lottare per questo. Forse ero nel posto giusto, perché chi dissente è poco propositivo, mentre la cultura e l’amore sono rivoluzione, mentre il cinema coglie le coscienze della gente e sa essere protesta.
Wang Xiaoshuai, Cina, ho scelto di assecondarlo per poterlo ascoltare. Non nasconde disappunto e trasmette concetti reiterati a qualunque tipo di pubblico. Si difende, difende il suo cinema. Legato all’idea-immagine di cinema indipendente. Legato alla storia e all’arte. Lin Yu-hsien, Taiwan, è elegante con i suoi modi impacciatamente e onestamente curiosi. Verso il pubblico e verso l’esterno, ma con la coscienza delle sue origini. L’unico regista a portare dei regali per il pubblico.
Per un attimo ho avuto paura. Di non vedere mia moglie arrivare. Non era una paura realistica, ma da dentro la bolla di vetro non avevo notizie se non frammenti di allarmismo. E il ritardo si aggiungeva allo scorrere del tempo, alla città blindata e alle attese non corrisposte.
Quando ho accompagnato Mark Lee in sala ho sentito un clamore inpensato, il poeta delle luci e delle ombre, che con la fotografia riesce a dare forma alle idee dei registi ha colto nel segno ed è stato acclamato, abbracciato dal pubblico.
Daniele, Tommaso, Asia, Chiara toscana, Mahtab, Anna, Ciro, Italo, Marco, Andrea, Alessandro Vecchi, Serena, Mara Valeria, Chiara, Rossano, Paolo, Martina, Alessandro Papa. Vi ho sentiti tutti vicino, in dosi diverse, ma tutti presenti.

Canzone del mese:
Armando Trovajoli, Tema di Giuditta

lunedì 26 settembre 2011

Le città visibili

Le città dall’alto
non fanno neppure rumore
Sei in equilibrio
sul bordo di una strada provinciale
fitta di tornarti
e non potresti cadere giù
Passo il tempo
a chiedermi che senso ha
questa vita
fatta di lutti e scelte sbagliate
Un porto, una piazza a semicerchio, torri e una chiesa con un tetto a forma di vela
Il sole stagliato sopra il mare in tramonto
Immagini che sono identità dalle sembianze in apparenza innate
Mi chiedi cos’è quel rosso a pelo d’acqua
Mi viene in mente solo una passione esanime
che vive di braci ancora illese
Penso
a cosa possano farci qui genti venute da terre lontane
Sarà l’impossibilità di vivere e persino di lottare
o la voglia di costruire il futuro
tra sogno giovane e umane impossibilità

lunedì 5 settembre 2011

Di questi giorni

Ho i capelli più corti e l’aria stanca. La sveglia replica il suo richiamo, sono in piedi. Per avvicinarmi al bagno e sciacquarmi la faccia. Poi scendo, abitazione e cucina separate, ancora per non so quanto. Il silenzio è immoto e cerco di non svegliare dal sonno. Un ingenuo ritualismo, fatto di una scodella d’acqua, un fornello acceso nel mattino ancora non annunciato e foglie di tè in una tazza; gli occhi contro la serranda, sui fori tra le assi, per vedere il mondo fuori, la libertà al suo risveglio. Ma io no, non sono libero. Reperibilità, via skype. Mando mail su mail, tutti i giorni per organizzare incontri che non interessano a nessuno, incontri di forma, come li chiama il mio capo. Un buon uomo sempre teso, che un minuto prima pensa a quello che farà il minuto successivo e non ti ascolta. Richiamo dei soldi o della megalomania. Chissà, forse anche automatismo acritico. Non ho tempo di respirare, a volte ho crisi di ansia e mi rendo inattivo, mi fermo. Instabile sui tasti e non so che fare, perché ogni azione mi appare inutile. Mando mail per dare uso ai soldi dello stato, faccio telefonate per convincere la gente di ciò a cui non credo. Il tempo scorre e dopo cinque ore sono di là a vestirmi in fretta, mandare giù una qualunque pasta a bocconi troppo grandi e poi alla fermata del bus. Secondo lavoro: altra scrivania altro sistema di rete condiviso. Nel nome della cultura, ovvero: stipendio da fame, ufficio in perenne disordine e ambiente umano. Ma capita di dare per scontato troppo, soprattutto che non lo si fa per soldi ma per il principio. La sera è un respiro di attesa tra due apnee troppo prolungate. Disorientato, una riacquisizione di personalità non prevista dal programma di astrazione dall’essere umano. Il ciclo è troppo breve per abituarsi al nervosismo o alla ripresa d’aria: sette giorni, cinque di tensione, due di stacco perdendo se stessi. Se questa è vita, al di là della fatica e della fame che non mi sono richiesti.
Paolo è un uomo. Irruento, autoritario, poco disposto al confronto. Ormai è seduto da mesi su una poltrona, senza mangiare e senza dormire. La sua vita è un peso sul dolore della gente che lo ama e che lui calpesta. Paolo non è un bastardo, è un uomo che ha paura di morire. Gli è sfuggita di mano la sorella poco tempo fa e il tabacco di mezza vita gli ha fatto più di qualche danno permanente. Quanto basta per credersi sull’orlo della morte, quella morte che non ha mai avuto il coraggio di guardare in faccia e che ora, si rende conto, è vera e inclusa nella vita, addirittura non la si può fuggire. Così si inventa l’imminenza, che si fa peso su chi gli sta intorno. Così dimentica l’accettazione della malattia e dell’essere umano, sembra già morto lui, si priva di qualunque atto vitale per convincersi che in quel momento, quando sarà non avrà nulla da temere, perché con la morte, lui, ormai ha familiarizzato.
Giorgio è un’ombra. Allegra, del passato adolescente. Di quegli amori su una strada, con una chitarra. La Milano di Brera e delle pavimentazioni rossastre all’ombra di un chiostro. Quando avrei potuto scegliere di essere un artista. Anche allora Giorgio fu un contorno, un sorriso dove approdare di ritorno, completamento di un sogno. Che a cinquanta e passa anni mi batteva una sigaretta e riusciva a farmi sentire la dignità di avere un pensiero che in realtà era del tutto informe. Mi mancherà, di sfondo, ma ha lasciato qualcosa oltre al suo cancro. Perche la sua vita è una storia e sono riuscito a esserne partecipe marginale, quanto basta per lasciare un’orma tremolante fino alla mia estinzione.
Bai Lei ha messo tutto su una bicicletta e ha iniziato a pedalare verso il mare, Daniele si appresta a diventare un professore punk nel grigioverde irlandese. Mario e Pablo mi spiegano la distanza tra la gente e gli intellettuali, elastica e ineluttabile. China files è lì, che si appresta a diventare matura nel mercato, appesa a un passato vicino e a uno spazio lontano. E sono sempre io, come mi avevate lasciato: un po’ dentro e un po’ fuori. Un po’ pescatore con le reti trsiti e un po’ poeta in esilio.
Le scelte si svolgono contemporaneamente ai giorni che fanno una vita. Non lasciate tempo perso, ci dice mia madre. E io lì a pensare a qual’è il tempo perso, se quello della condanna o quello dell’edonismo. A pensare se sarei potuto, potrei, essere giornalista o professore. I sogni me li tengo stretti. Perché un giorno, forse, entrerò davvero dentro un forno, dove l’odore del pane ti avvolge fino a carezzarti, e –dopo qualche anno- riuscirò a fare il pane per le genti del Guangxi, come il migliore anarchico che potrei essere.

Quando non mi sento me stesso non sento mai musica nuova, solo note di sottofondo.

mercoledì 17 agosto 2011

Le ansie disorientate dei neolaurati arrivati in ritardo

Che cos’è questa pesantezza, questo respiro raggrinzito? Questo essere tra quotidianità e ansietà, e il trepidare avido, brama di realizzazione. Un disegno tutto società e competitività istillata in giorni di assente coscienza.
Agli occhi degli altri.
Sì, sì perché è anche questione di indole e la mia ha un gran difetto, l’ho esternato così tante volte che sembra un ritornello sgualcito nella testa, dopo aver consumato un mangianastri.
L’altro, nel bene e nel male. L’altro, una ricorrenza che annebbia l’identità. Una cortese attenzione, un interesse per la diversità, una propensione all’ascolto. Me lo ripeti sempre di giorno in giorno, ogni volta con tono sempre più esplicito, perché l’importante è abituarsi ai propri difetti, prenderne coscienza lentamente per non averne paura e avere schiena ritta, occhi negli occhi.
“E tu dove sei?”, ripeti, “tu cosa vuoi?” E io a pensare che no, non è colpa mia se vedere l’altro felice mi felicitava, mi tranquillizzava. È come un benessere acquietato, un’armonia da intendere in lontananza, un fiume e una barca, sole e luna, un cesso e la fine di una giornata di tirato lavoro, cielo e nuvole, foglie e vento. Pensieri spesi, pensieri su pensieri, inazione riflettuta, rigirata, spogliata e masturbata, osservata in ogni piega. Cos’è vivere? Pensare o agire? Estremo o combinazione? Che tipo di principio sei?
***
Quel che so è che io non amo i rapporti sociali,
che se parlo lo dico a un individuo spogliato di ragione sociale perché altrimenti mi imbarazzo. Ed è imbarazzante pensarlo a questa età, difficile accettarsi, ancor più difficile rimettersi in discussione perché la vita potrebbe non essere di puro individuo e sai che il mangiare è pur sempre il mangiare.
Appianare il legno, una pialla un mestiere. O una pala, un forno. Ma cosa vuoi in fondo, tu, dalla vita? Dove dirigi le tue azioni? E cosa vuoi: essere te stesso o degli altri? Da un estremo all’altro per trovare il giusto ingranaggio, né troppo a Ovest, né troppo a Est. Si sa, è solo una questione di posizioni.

Canzone del mese:
Celentano: L’arcobaleno (e pensare che Mogol ai testi non mi è mai venuto da ammirarlo, in tutta onestà. Ma davvero, non posso farne a meno, in fondo sono appena tornato in Italia, in questa Italia).

mercoledì 27 luglio 2011

Ricordo di un poeta. 海子

“La poesia ha ancora uno scopo, la poesia è davanti agli occhi e si respira nell’aria. È possibile portarla e sentirla dentro di sé, basta toccarla per avere pace, è qualcosa che c’è ed è tangibile.”
Con queste parole Zhou Yunpeng, cantautore e poeta cinese, chiudeva un post del suo blog, scritto il 24 marzo di quest’anno.
Il 24 marzo ricorre l’anniversario della nascita di uno dei poeti cinesi più influenti degli ultimi decenni, Haizi. In quella data, ventidue anni fa, Haizi (海子)si allontanò da Pechino per recarsi nell’area di Shanhai guan, dove la Grande muraglia cinese si congiunge con il mare. Solo due giorni dopo pose fine alla sua vita disteso sui binari di una ferrovia, all’età di venticinque anni. Da allora il 26 marzo è divenuta una data a metà tra commemorazione e cultura, un giorno in cui i poeti cinesi si riuniscono in diversi angoli del paese per recitare le loro opere in omaggio di Haizi.
Zhou Yunpeng ha ribadito pochi anni fa il suo omaggio a Haizi, musicando una sua poesia, “Settembre”. Quest’anno, nel suo blog, lo ha ricordato non come un simbolo intangibile, ormai levato sopra la gente comune, ma come un ragazzo normale, che ogni anno viene pianto da una famiglia come tante e che come tanti, fra tanti dava voce alla sua poesia.
“Oggi poeti come Haizi, che spendono la loro vita nel nome del romanticismo, si sono estinti, proprio come quei dinosauri dotati di una statura immensa e che non c’è modo di far rivivere. Un’esistenza romantica è quasi inarrivabile. Ci vorrebbe tutto il petrolio del Medioriente per produrre il carburante necessario a bruciare se stessi; e dopo aver bruciato il proprio corpo raggiungere il Nirvana della fenice. I romantici sono persone che ritornano al passato, affacciate permanentemente sulle epoche dell’infanzia e della freschezza. Così nei versi di Haizi è difficile trovarvi il lessico della quotidianità, era uno di quei talenti ben lontano dalla norma.”

Settembre

Una distesa di fiori selvatici, la prateria dove si assiste alla morte di ogni spirito
E vento, risalente a luoghi lontani, ancor più lontano dei luoghi lontani
Il mio gemito è suono sommesso di corda tesa, senza lacrima alcuna
Lontananza di luoghi lontani che restituisco alla prateria
Uno è chiamato Testa di cavallo, uno è chiamato Coda di cavallo
Il mio gemito è suono sommesso di corda tesa, senza lacrima alcuna

In luoghi lontani una distesa di fiori selvatici, solo nella morte rappresi
Sospesa in alto sulla prateria la luna, come specchio rischiara il tempo millenario
Il mio gemito è suono sommesso di corda tesa, senza lacrima alcuna
Solitario sospingo il cavallo attraverso la prateria

lunedì 13 giugno 2011

Sulla democrazia (in tempi di referendum)

“Sto diventando sempre più anti-democratico”.
L’interlocutore impallidiva, una frase del genere diede forma a spettri su cui l’essere umano (propriamente europeo) non aveva fatto ancora pace con se stesso.
Di mezzo c’era la memoria storica, ancora calda; la follia dei nazionalismi, l’olocausto, Hitler, il male. Uno dei pochi mali sopravvissuti in un’epoca di attenuamento dei bianchi e dei neri.
Per questo motivo l’uomo non riusciva neppure a concepire teoretiche alternative. Poi c’è il calcolo politico, per carità, per cui la democrazia viene dipinta all’opinione pubblica e al resto del mondo come il punto d’arrivo della civiltà, ultimo atto di un eurocentrismo che di danni ne ha fatti, eccome se ne ha fatti.
In Cina non c’è democrazia. Lì il governo è costruito su un partito, il partito si dice di rappresentare il popolo e governa. Chi non è d’accordo generalmente ha pochi mezzi per esprimere un dissenso e quando ci riesce ha ancora meno mezzi per avere un riscontro politico-sociale. Poi: se impatti frontalmente il partito è finita, ti schiacciamo come se non fossi nessuno. Sì, spesso non è che diventi il male, semplicemente e improvvisamente non esisti, la società cinese continua a girare e non sa nulla di te.
In Italia abbiamo tanti partiti e scegliamo il primo ministro, incaricato di governare attraverso l’esecutivo. Noi siamo civili, il popolo non è più massa ma essere responsabilizzato nella società, chiamato a partecipare alla vita politico-sociale del proprio paese. Siamo cittadini, viviamo nella società civile, siamo parte integrante dello Stato.
Il sistema democratico non è la perfezione del vivere in comune. La democrazia è immersa nella storia, come tutto ciò che ha a che fare con l’essere umano e le sue proiezioni terrene. Democrazia. Non esempio perfetto di civiltà, ma ideale che sobbarca difetti restando ancorato a terra. Occorrerebbe concepire e razionalizzare le necessità; esprimere insoddisfazione per allargare la base sociale del dubbio costruttivo, esercitare pressione, negoziare e ottenere riconoscimento dall’alto.
Voto, elezione, feste e lutti a seconda del vincitore, fine del dibattito pubblico. La democrazia rimane spogliata del suo pane: il confronto politico popolare, che si impanna sui colori e su reliquie di immaginari ideologici. Per non parlare dei topos italici, che pure la politica diventa una questione di tette e culi. La massa degli elettori è perennemente insoddisfatta, si perde in qualunquismi di condanna generalizzata e dice in coro che si stava meglio quando si stava peggio. Il nostro sistema ha ridotto al voto il simbolo del volere popolare, è questo che dovrebbe divenire inaccettabile. Perché il voto non è divenuto atto reale di responsabilità e partecipazione civica, perché il voto è un pretesto per lavarsi le coscienze e darsi un’identità politica. Forse tutto ciò poteva avere un senso nel dopoguerra, nell’Italia da ricostruire. Comunisti, monarchici, democristiani, ideologie e modi diversi di concepire la vita sociale. Oggi il liberalismo ha vinto e ci limitiamo a un dibattito su privatizzazione e pubblico privo di anima. Tutti dentro una società borghese che nel bene o nel male rappresenta i soggetti che ci vivono dentro. La scelta di chi governa ha perso di significato, le opposizioni si sono ricondotte a identità di vedute all’interno di un sistema con gli angoli smussati.
Le differenze di vedute permangono, anche nei programmi politici. A volte alcuni toni rievocano anche degli ideali dal sapore antico. Ma la società e i suoi bisogni sono omologati e la politica non può prescindere da ciò. Il vecchio proletario ha accesso ai beni di consumo e i nuovi poveri dalla pelle diversa sono abitanti di cui ancora nessuno si cura veramente, gente senza voce. Tanto quelli non sono italiani perché non ci sono nati nella terra che non c’è, ci vivono solo.
Al di là della vecchia sfida di responsabilizzare le masse, che di tempo e voglia per pensare al bene politico non è che poi ce ne sia così tanta, se pensiamo alla democrazia come un valore in divenire allora potremmo iniziare a pensare che la sovranità popolare non dovrebbe tanto essere rinchiusa nel diritto di scelta, quanto nel diritto di controllo. Elezione-fine dei giochi, assunzione del potere-inizio dei giochi. Suona ben diverso.
L’uomo disse: “Il potere non può essere alla mercè di un volere irrazionale e non calcolato di chi la politica non la fa di mestiere”.
“D’accordo. Ma allo stesso modo i valori di una società non possono essere alla mercè del calcolo politico, altrimenti il risultato è la società che abbiamo sotto gli occhi.”
Può esistere un equilibrio quando ci si trova di fronte al potere? Può esistere nella pratica un incontro tra chi detiene e chi subisce il potere? Democrazia è ideale irrealizzabile perché il potere –al di là dei palliativi- è prerogativa di pochi?
Forse non siamo poi così migliori come pensavamo, forse non siamo più evoluti. Forse non avremo molto da imparare, ma neanche tanto da insegnare in fatto di gestione del potere.
E pensa che all’interno del Partito comunista cinese esistono pure due fazioni politiche. Pensa che si scannano dietro le quinte. E poi ricorrono a uguali ideologie per giustificarsi di fronte al popolo una volta preso il potere. In Cina si scannano tra loro e dietro il sipario, nella terra che non c’è davanti alle telecamere. Ma poi chi sale al potere si glorifica sempre di libertà. Di cambiamento e riformismo, che di questi tempi è una moda sicura. Di democrazia.
Non è che il potere è sempre potere e che crediamo a un mucchio di favole pur portando vestiti da intellettuali?

venerdì 27 maggio 2011

La bolla di vetro

È come uno stato di semi-incoscienza. Un fremito ripetuto che non lascia divagazione e respiro. Solo una sottile pesantezza d’animo, ventuno grammi difficili da sollevare. Almeno quanto tutte queste valigie. Ricolme.
Quanto si compra, quanto si consuma in vita. Ce ne si rende conto solo in occasione dei traslochi. Spontaneo pensare che non sia tutto necessario, tutto questo tessuto, la plastica, la carta, le parole scritte e dette. Forse la mia vita non è così semplice come credevo, così priva di orpelli, di superfluo.
Domani sarà tutto diverso, oggi è già diverso. Fra quattro giorni lo sarà di più, dopo un’ultima chiacchierata nella vecchia università dei primi amori. Da Pechino all’infanzia, da un dottorato di ricerca che è percorso di crescita alla disoccupazione.
Mesi fa correvo dietro a un matrimonio di compromessi tra diverse usanze, alla ricerca di equilibri spersonalizzati ma accettabili ai più. Litigavo spesso, spesso ascoltavo Chūntiān lĭ di Wang Feng, per riconoscermi in qualcosa. Poco importa il revival commerciale del pezzo, e le radio dei taxi che lo trasmettevano, sul percorso da casa alla città.
Penso all’effetto che mi farà rientrare nella casa dell’infanzia dopo avere vissuto nella periferia di Pechino per pochi mesi. Due immaginari che sono ossimoro, lindo quotidiano e luàn abbandonato a se stesso. Ora non litigo più spesso, ma avrei voluto pensare, catturare il momento. Non ne ho avuto il tempo. Ascolto Guānghuī suìyué dei Beyond e Bĕifāng bĕifāng di Wan Xiaoli.
Il giorno che ho mandato in stampa la tesi di dottorato è stato un piccolo trauma. Prima ero abituato ad alzarmi, leggere libri, cambiare una nota, una forma di espressione, aggiustare il tiro, andare in biblioteca... Da un giorno all’altro più nulla. Leggo ugualmente ma non posso migliorare nulla, la forma è divenuta definitiva. Mi torna in mente Camus.
Da un palazzo di Shanghai scrivo queste righe. Nella mia vita Shanghai non significa nulla. Non sono ostile ma neppure attratto. Non mi appartiene. Ancora meno oggi che sono qui, di transito, tra ciò che ho amato e un luogo che avevo lasciato anni fa. Sono solito dire che Roma è un buon posto dove tornare, specie dalla Cina, ma non per viverci. Vedremo. Oggi però penso più a quello che sto lasciando.
La polvere, il vento e la fugace aria primaverile.
La vita di periferia lungo i bordi, tra gente comune. Staccato da loro, in mezzo a loro, uomo distratto che guarda da posizione privilegiata.
Un modo di affrontare la vita che è solo mio e di nessun altro, indipendente.
La musica cinese. So già che ascoltarla in terre lontane sarà diverso, come fosse spogliata del suo più immediato riscontro umano, o della sua condizione di esistenza.
Un luogo che amo, non per fascinazioni irrazionali, ma semplicemente per averci vissuto. Non fino in fondo, pensare di esserne stato capace sarebbe solo arrogante, ma con il bagliore di punti di contatto discontinui. Non serve capire “tutto”, darsi una spiegazione a qualsiasi cosa. Solo passarci attraverso senza farsi troppe domande, intenderne una coerenza. Pechino.
Le persone che ho incontrato e amato in sei anni irregolari di cammino. Dai 25 ai 30, un bel salto. Lascio su questa terra, tra queste persone parte di me. Come sempre avviene quando si appartiene a qualcosa. O a qualcuno.
Non riesco a guardare ciò che ritroverò a breve, non ora non qui. Oggi ci sono per ciò che lascio, finalmente un attimo fuori da quella bolla di vetro che è impedimento mentale, castrazione sentimentale. Sarà dura ricominciare altrove, vedremo cosa ho imparato da tutto questo.
La vita è trasformazione, arrivo che è ripartenza. Al primo albeggiare ho aperto gli occhi da un sonno poco tranquillo: l’ultima notte. Al risveglio ero triste, per la prima volta in questi giorni. La bolla si sta incrinando, percepisco che lascio un posto e delle persone in cui credo.
Wăn’ān Bĕijīng. Non aspettarmi, anche se so che non lo faresti mai per nessuno.