venerdì 11 giugno 2010

Guerra, pace, Tolstoj e umanità

La storia come movimento. Sono rimasto ad ascoltarlo, riga dopo riga. Contro la genialità degli eroi, contro il fatalismo divino. La storia siamo noi, diceva De Gregori pensando a guerre e resistenze ormai lontane. La storia restituita alle masse in quel secolo indimenticabile che fu l’Ottocento. Quando in molti devono aver sentito di fare la storia. E quando si pensa che a decidere siano singoli individui, capaci di segnare il cammino dell’umanità portandola alla distruzione o alla gloria, ecco la risposta del dettaglio: infiniti movimenti frammentati, casuali, sospesi tra libero arbitrio e necessità, incondizionati e prigionieri allo stesso tempo. Un insieme che non è razionalizzabile e neppure concepibile di fianco al movimento che ne scaturisce, alla direzione intrapresa da un popolo o dall’umanità. Un percorso fatto di condizioni e contesti, in cui l’immagine unitaria che ci appare o che ci viene descritta come iniziativa politica, militare, sociale... altro non è che l’insieme di una moltitudine, spesso eterogenea, contraddittoria e piena di collisioni, dove gli “eroi” danno indicazioni non seguite universalmente dalle “masse”, dove gli uni e gli altri sono ugualmente imprescindibili ed il destino del mondo non è dato né dalla decisione dei capi né dal consenso delle masse, ma dal loro confronto. Da ciò che ne scaturisce, il movimento. E tutto questo è spezzato dalla vita e dalla morte quotidiana, la vita di tutti i giorni di figure immaginarie che si possono toccare, sentire, capire o disprezzare perché di mezzo c’è l’arte.

Guerra e pace non è cronaca storica, dice Tolstoj, non è romanzo, non è poema. “Guerra e pace è ciò che l’autore ha voluto e potuto esprimere in quella forma in cui è venuto a prendere espressione”. Avere qualcosa da dire e scriverlo fregandosene dei dettagli che ruotano intorno al contenuto. Qualcosa che può far riflettere anche oggi, in un’epoca divisa, ma unita a pensare che a fare l’Italia sia solo un uomo di nome Berlusconi, nel bene o nel male. Un uomo solo, uno come tanti che ne esistono al mondo. Non lo furono Alessandro, Napoleone, Hitler, Gengis Khan, Qianlong. Questo dovrebbe bastare.

Tutto si può negare. Che ci siano di mezzo le scelte, che tutto abbia una spiegazione che prescinda da noi. Ma è nelle mancate affermazioni di personalità o impersonalità assolute che l’io e l’altro emergono più vivi che mai e reclamano un ruolo; come condizioni di un risultato in cui l’umanità, ciò che “è” diviene a poco a poco riconoscibile. Un moto di cui non si intravedono fine ed inizio, da cantare e incantare come piccole storie da raccontare e grandi romanzi da scrivere.

“... E poi la gente, perché è la gente che fa la storia,
quando si tratta di scegliere e di andare
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare.
Quelli che hanno letto un milione di libri
e quelli che non sanno nemmeno parlare
Ed è per questo che la storia da’ i brividi,
perché nessuno la può cambiare
...”


Ascolti del mese:

Marlene Kuntz, Siberia (cover Diaframma)
Tunng, With Wiskey
Micah Paul Hinson, Take off that dress for me
Asaf Avidan and the Mojos, Her Lies
Lhasa de Sela, A fish on land
Soap & Skin, Mr. Gaunt PT 1000
John Grant, Queen of Denmark
Electric President, Mr. Gone
Le luci della centrale elettrica, Produzioni seriali di cieli stellati

venerdì 7 maggio 2010

Ritorni

Sulle sigarette accese e spente
sulla pena che strazio masticando ricordi
sul passaggio da oggi a ieri,
ritorno puntuale a ritroso
E non posso bruciare, e mi vedo ansimare
serio, in volo
e poi terra
cinese, in transito. Tutto scorre “ancora di più” quando i porti lambiti e abbandonati
con suono di onde inseguite
sono eco di urlo ineffabile
“esiziale, lento, disumano”
in cerca di un nuovo nome e di due occhi in più.
Dicono che la gente deve fissarsi negli occhi
perché non sanno della vita che c’è dentro
Una volta ci nuotavo, nei ricordi,
ora sono solo una stazione in più
da consumare sotto le suole in attesa di un’altra sigaretta.
Senza voltarsi
quanti abbracci ho alle spalle
che non so più pregare
E se rincorro quelle maree pacate
riesco solo ad essere
ramo alla deriva
fra le mani, un po’ di sabbia in più.

martedì 20 aprile 2010

In bilico, sul vuoto di un'aria che sembra acqua

Se camminando all’indietro riuscissi a contare i passi che mi separano dal suono di una chitarra, saprei arrivare lì, ad un respiro dal muro e con le mie spalle intatte. Al finire delle parole. Tra Tibet, Mongolia, Taiwan e dissidenza; tutte sedute al sole di un cielo che si voleva piovoso, o su una terrazza sospesa da terra. Le montagne in lontananza ed una cresta solitaria che ne indurisce la cima.
Abbiamo passato una piscina, salito alcuni gradini, passeggiato in un cortile di ingresso. Le forme di una vita, inseguite per una vita senza ambizione di vederle infine definite. Ma solo assecondate nel tempo per dare loro espressione, ricordando che nulla è statico e tutto è ciclico. Tutto è costruzione ma anche disfacimento, e per questo la fine non è mai motore di un movimento. Tutto questo è una casa in costruzione, o almeno il sogno di quella casa fatto da un ascoltatore intento a recepire messaggi non descritti e pronuniciati in una lingua straniera.
Tra una moltitudine di persone, isolato. Artisti e derivati, con i loro pro ed i loro contro. Stanze a tema, arredate ad arte tibetana. Che non è realtà tibetana e neanche cinese, che si mescola all’avanguardia artistica contemporanea ritornando alla new age. Assieme a pupazzi giganti, mao e artisti armonizzati. Repressi. Se in Cina repressione significa ancora minoranza, allora tutto ciò è ancora più distante dalla realtà. E lo si vede da queste pareti, dai tetti, dai vestiti e dagli argomenti. Se non fosse tutto così esteticamente bello. Come rendere il vizio aristocratico in armonia con la natura in un paese socialista convertito al capitalismo. Sempre che l’aristocrazia sia una condizione e non più una classe.
Mi muovo leggero e privo di pensiero in tutto questo, d’altronde vivo tra spazzi minimi, ultimamente. Margini di pensiero ristretti. Non so quello che sto facendo, ma lo faccio in tempo reale. Contro la pianificazione ed il controllo, in antitesi a me stesso e sento che non basta. Per questo ho accettato. Per questo sono di fronte a questa casa, che forse è stato solo un sogno. Finalmente compreso in un arco di tempo che dura una giornata. Di nuovo con il vento in faccia e non nella claustrofobia della vita sociale, dove spostamenti, relazioni e contatti sono pareti sempre più ravvicinate.
E vedo un uomo camminare all’indietro, chitarra in mano e voce persa nelle valli. Artista contro ciò che egli stesso percepisce, se stesso in un modo che solo gli artisti sanno essere; senza paura di esserlo perché non ne hanno coscienza, semplicemente sono. Uno dopo l’altro, una proposizione di destini incrociati con poche connessioni interne e me in ascolto, fin dove l’orecchio cinese può arrivare. E non è che vada molto in là. Sigarette da momenti morti, attese. La salita è un protrarre di incoscienza per ciò che mi aspetta.
Ed ecco la vetta dal basso: un muro a gradoni alti con pochi appigli per le mie vertigini. La muraglia non è più solo un luogo di memoria, il posto che finora ha saputo darmi più di ogni altro in Cina l’odore della storia. Ora la muraglia è una sfida umana astratta all’infinito, dove è impossibile immaginarsi xià e xiōngnú allontanarsi e riavvicinarsi ad un confine immaginario. Un’ambizione tutta umana, è quello che ne resta. Niente trenini e funivie qui, ma solo un cartello arruginito dove è scritto che l’accesso non è autorizzato. Ci credo: la salita è uno spiovente sotto forma di parete verticale con pochi appoggi, sassi che rotolano e muscoli non allenati che tremano nervosamente. Però ci siamo arrivati lassù, in sei su non so quanti: io, An Xin, un taiwanese, un mongolo e due ragazzini, di cui uno con un’aria adulta ed un modo di fare che sa delineare un immaginario. Nell’andatura, nelle frasi, nello stare ritto in bilico sul vuoto. Uomo piccolo, ma non misero, in spazi immensi. Uomo parte infinitesima del tutto. È un ragazzo che finora mi ha saputo dimostrare più di altri lama che il mito della spiritualità tibetana non è solo rappresentazione (e poco importa che non sia neanche un tibetano).
Dalla muraglia niente è uguale ad altre prospettive, inutile provare a vedere con gli occhi delle società metropolitane. Dalla muraglia si riesce ancora a vedere con gli occhi di un impero che era civilizzazione e non società moderna; di un luogo che era un modo di essere nello spazio e nel tempo e non una semplice unità politica fondata su vncoli sociali, integrazioni economiche e culturali. Immaginari che oggi posso solo percepire e quasi nemmeno descrivere. Sempre che non si voglia raccontare una storia o un sogno di tanti anni fa, ormai cancellato.
Mi immaginerei che tutto finisse lì, ma tra le foto c’è ancora una macchina, colore smorto, tutt’altro che bella. Ho fatto in tempo a buttare la frase lì: “Mi sembra strano che abbia detto di non conoscere Hu Jia”... Si è acceso un confronto che si è protratto dal sesto al secondo anello. Trafficato. Non ho capito tutto quello che avrei voluto capire. Sarebbe stato un articolo perfetto. Un articolo cinematografico, sulla linea di Kiarostami (Dieci) ma con più contenuti. È stato il mio primo contatto vero con quello che in lidi americani chiamerebbero un dissidente, uno per cui si parlerebbe dello sviluppo di una società civile in Cina. Un uomo che sarebbe posto a monte di teorie socio-politiche tutte astratte e staccate da lui stesso, se solo finisse in prigione. A me è parso solo un uomo con la sua vita, tutto quello che ruoterebbe intorno a lui sarebbero solo chiacchiere e discussioni, forse come quelle che facciamo noi, osservaori della realtà contemporanea. Solo un uomo con la sua vita. Sarebbe stata un’ottima intervista e forse anche qualcosa di più, perché in quella macchina oltre a lui c’erano un artista e una ragazza di cultura cinesi, un giovane taiwanese e un occidentale che avrebbe voluto avere un cinese migliore di quello che ha. Uno scambio vero tra il sesto ed il secondo anello, tra traffico, clacson e semafori.

sabato 20 marzo 2010

Ubriaco canta amore alla luna (che non c’è)

O almeno c’era. Quando sono uscito, un filo sottile come per sorridermi in una giornata senza sorrisi, dopo che ieri, prima di cedere al sonno, mi sono chiesto senza risposta cosa sia questo essere tra società individuo.
Cosa vuol dire camminare nella nebbia di Pechino alle quattro e mezza di notte mentre gli altri sono in taxi sulla via di casa. Nebbia finta, inquinata. A sanlitun. Dopo mesi (un anno?). Sanlitun è per Pechino una via di locali, uno dopo l’altro, in fila, ognuno uguale a quello che segue. Musica “da ballare”, alcool, ragazze cinesi in mini per tutte le quattro stagioni, marciapiedi pieni, e occidentali turisti-diplomatici-inquilini/lavoratori di giorno e febbre del sabato sera la notte. Pechino trendy. Per una vita, perché la jiuba jie (“la via dei pub”, che in cinese si chiamano i “bar dell’acool”, quindi la “via dei bar dell’alcool”) ha un continuo ricambio di turisti e di gente che vive a Pechino al massimo per un anno e poi se ne va. Magari anche qualche affezionato, ma non troppi, almeno mi piace pensarla così.
È iniziato tutto da un concerto, i Secret Machine a Pechino, nome nuovo dell’indie-rock americano. Dal my space sembravano interessanti, dal vivo invece spaccano, soprattutto il batterista che picchia anche per quell’altro gruppo che ha suonato venerdì scorso e si è presentato, come qualcuno a fatto notare, senza batterista. E la differenza si è sentita tutta. Gran bel concerto. Con facce nuove, semi-nuove e amiche, un buon mix. A seguire parole, le nostre, a segnare un altro bel ricordo per farmi scordare il problema dell’incomunicabilità linguistica. Forse perché poco prima, la musica aveva compiuto la sua solita magia, rendendoci consapevoli di aver provato tutti qualcosa in quella sala. Poi non so come, non so dove, ma si è deciso di accompagnare il gruppo alla via dei “bar dell’alcool”, in un locale modaiolo dal prezzo, almeno per me, esagerato. Nemmeno un secondo dopo aver visto il costo del biglietto ero già sulle scale d’uscita. Subito dopo mi vedo sfilare sotto gli occhi i ragazzi del gruppo, anche loro in fuga. Poi le due facce nuove e semi-nuove, con cui mi incammino verso un fish & nations palesemente falso, un buco grande quanto uno sgabuzzino dove fanno patate e pesce fritto nello stesso olio, dentro la stessa friggitrice, dentro una cucina improbabile. Stona nell’insieme dei pub, ma neanche troppo, col suo tocco spazzatura-americano che attira gli yankees e quella compresenza di vecchio postaccio anti-igienico e asettici mega-center dal bianco smagliante con luce accese giorno-notte che è Pechino. Anche i ragazzi della band si sono infilati lì. Guarda caso. Neanche dieci minuti e la comitiva si è ricompattata al completo. Seduto ad un tavolino un inglese dalla parrucca rossa e un look improbabile a cui chiedo se lavora in ambasciata e lui mi risponde di no. Ma conosce Gordon Brown e gli dico che lo conosco anch’io, di averlo incontrato la settimana scorsa proprio al Fish & Nations. Poi alcuni cinesi, e alcuni stranieri, tutti in uno spazio 3x3 a consumare birra, patatine e pesce. Col batterista dei Secret Machines che stacca il lettore cd dei propietari e dice di voler fare il DJ. Attacca il suo mp3 ai cavi, sfilano i Clash, David Bowie (suo amico) e altri classici a me sconosciuti in uno scenario surreale.
Poi c’è l’uscita: di nuovo sulla strada, quel vento che annuncia la fine di qualcosa, il ritorno alle case. Ma la Pechino da bere è anche questo. Sulla strada si sovrappone gente ubriaca, cazzi in cerca di figa cinese e figa in cerca di cazzi occidentali. E vecchietti vestiti di abiti lisi con bambini che chiedono l’elemosina. Sono apposta lì perché è lì che c’è gente che tira fuori banconote senza pensarci troppo tra drink e drink. C’è chi dice che siano finti poveri, almeno in parte. Un bambino ci ha seguito per un po’, ci ha aspettato fuori da un negozio dove ci siamo infilati e da dove siamo usciti con almeno un dvd a testa. E la percezione di quel bambino è stata imbarazzata, ma comune. Eccoci qui: alternativi perché amanti di buona musica e perché parliamo di cinema e letteratura scambiandoci sogni. Non mi interessa sapere se queste persone siano poveri veri o finti. Alle quattro di notte loro sono per strada a chiedere e noi alla stessa ora ridiamo e scherziamo, compriamo e beviamo. Si sta comodi nella società di consumi da alternativi consumisti, perché ce n’è da consumare. E sto comodo io nel mio letto ad aggiungere un nuovo post al mio blog, collegandomi ad internet per far conoscere idee ed esperienze. Il buonismo è ad un passo, dietro l’angolo. Ma io continuo a sentirmi a disagio nella disuguaglianza sociale, specialmente quando mi trovo ad esserne parte attiva e, purtroppo, quando mi trovo a passeggiarci di fianco.
Anche per questo, e non solo per la musica e per l’ambiente, non mi piace passeggiare per Sanlitun. Per questo alle quattro e mezza di notte cammino nella finta nebbia di Pechino mentre gli altri sono già in taxi sulla via di casa. E alla fine, l’ho preso anch’io il mio taxi per tornare a casa.

lunedì 8 marzo 2010

Sull'idea del vero

Vivere in Cina e, forse ancor più, leggere testi sul Tibet pre-post colonialismo mi ha spinto a interrogarmi su una definizione della validità del pensiero scientifico. Il pensiero scientifico è figlio della rivoluzione contro l’autorità, ha avuto i suoi martiri e un ideale per cui delle persone hanno sacrificato la propria vita. Quell’ideale è la conoscenza. Oggi leggevo di un intellettuale tibetano vissuto nella prima metà dello scorso secolo, il lama buddhista dGe-‘dun Chos-‘phel, un convinto sostenitore del modernismo occidentale e del sapere scientifico. In un suo articolo del 1938 si sforzava di spiegare ai tibetani che la terra era rotonda e non piatta come il Buddha avrebbe detto, verità di cui i tibetani erano rimasti convinti nei secoli. Nel mondo scientifico occidentale lo stesso anno la prima fissione nucleare veniva effettuata e, contemporaneamente, Biancaneve diveniva un cartone animato coi suoi sette nani. dGe-‘dun Chos-‘phel non amava gli occidentali incondizionatamente, ne notava le barbarie senza esitare, ma la scienza sì, quella era degna di ammirazione. Quella forma di sapere che in principio fu repressa ma che di fronte alla propria evidenza risultò infine inarrestabile ovunque, tranne, ahimé, che nel suo Tibet.
Oggi nel mondo esistono ancora dei lama tibetani che sostengono che la terra sia piatta, come disse il Buddha; e che il nostro mondo altro non è che un monte, a Sud del monte Meru, sede divina, in mezzo ad un oceano. Piatto. E se le fotografie via satellite mostrano un mondo sferico non è perché la terra ha effettivamente queste sembianze. Siamo noi a vedere male, con questi occhi gravati da karma negativo. Un’illusione frutto delle nostro bagaglio di esperienze passate, legate alla cattiva condotta nelle vite precedenti e non realtà. I sapienti quando guardano il mondo lo fanno con sguardo puro e non offuscato. Ai loro occhi non sfugge che in realtà la terra è piatta, sotto forma di oceano e con delle montagne che si ergono ai punti cardinali.
Di esempi sulla relatività del vero, per chi vive fuori da casa, ce ne sono milioni, quasi un’esperienza quotidiana quando ci si confronta con l’altro e non con un ambiente ristretto e familiare come quello che si erge intorno al binomio genitori-scuola. La mia convinzione di base è che il vero sorge dal consenso e non da una realtà interna all’oggetto considerato. Che la terra sia piatta o rotonda, essa non lo è di per sé, ma perché noi la vediamo così, chi attraverso gli occhi delle scritture del Buddha e chi con quelli della scienza. Il problema dell’indagine scientifica è che, dopo aver versato sangue per ottenere un riconoscimento ufficiale, ha poggiato sulla sua efficacia e sulla verosomiglianza per escludere tutto il resto. Chi, a parte pochi lama e la società della terra piatta del monopoli, oggi non pensa che la terra sia rotonda. Chi non crede che questo sia evidente, vero di per sé. Il problema della ricerca scientifica non è la validità, ma la sua universalizzazione, che storicamente ha reinterpretato –razionalizzando- modelli di osservazione del mondo culturalmente alternativi. Convinzioni che non possono essere giudicate infondate in quanto non comprovabili scientificamente; semplicemente perché fanno uso di categorie proprie. Assolutizzante, esclusiva.
Si dirà, ognuno è libero di vederla come vuole. Forse questo avviene a livello individuale ma, allargando il discorso a veri e propri sistemi culturali, chi non si è adattato è scomparso o è in via di estinzione. Sviluppo è anche questo, perché non esiste sviluppo autonomamente da un confronto e una negoziazione; ma in presenza di antitesi marcate la legge è quella del più forte e lo sviluppo è assimilazione al sistema più forte. Non che i sistemi più deboli esistessero prima dei tempi e non si fossero nutriti di identità ancor più locali. Incontro, confronto-scontro con l’altro, vittoria del più forte, assimilazione del più debole con mantenimento di alcuni tratti dell’identità originaria da entrambi i soggetti. Forse un tantino evoluzionista.
Eppure a me il relativismo sembra una gran cosa, forse solo perché da la possibilità di sognare mondi alternativi, perché lascia credere che tutto sia possibile a seconda del punto di osservazione. Il relativismo sa vestire di atteggiamento intellettuale un sogno socialmente immaturo. Il non volere crescere perché non si vuole capire che al mondo non c’è spazio per la diversità. Un atto di ribellione verso il punto di vista ufficiale, “in direzione ostinata e contraria”.

martedì 23 febbraio 2010

Dopo la vacca venne la tigre

Sei: sveglia. Sei e mezzo: stazione. Nove: apertura botteghini. Nove e dieci: biglietti finiti. Ero il nono in fila, niente da fare. Tutti a casa, anche le decine di persone dietro di me in tutti e cento gli sportelli della stazione sud di Pechino, neanche la più grande della città. Funziona così a capodanno: mettono in vendita i biglietti per le varie destinazioni solo cinque o dieci giorni (a seconda dei casi) prima della partenza. Peccato il giro di corruzione che fa sì che solo una persona su mille riesca a trovare il suo biglietto. Gli altri finiscono venduti a chi ha buone conoscenze, che a loro volta rivendono a prezzo più o meno maggiorato. In barba a chi senza uno yuan in tasca vede sfumare l’unica opportunità che in un anno ha di tornare a casa. L’anno scorso le persone bloccate furono così tante da portare il Primo Ministro cinese alla stazione per calmare la gente infuriata. Ne parlarono persino i telegiornali italiani... Più di due ore in fila all'alba a ibernare immobile. Ma almeno mi sono sentito un po’ più dentro alla Cina, in mezzo a loro e con i loro stessi problemi.
Dentro la Cina. Lo sogni durante le tue giornate, ti lamenti nel non riuscire a entrarci dentro ai cinesi e poi, quando succede, puoi anche non vedere l’ora di uscirne. Perché alla fine in un modo o nell’altro siamo riusciti a partire e tornare al villaggio natìo, a un passo dall’esercito di terracotta, in una città anonima fatta di shopping-mall e disordine. Come tanti posti in Cina, completamente spersonalizzati. Però una volta questa era la capitale di un impero. Quindici ore di treno (abbiamo trovato posto solo su un treno lento), ma almeno avevamo la cuccetta.
Non è la prima volta che mi ritrovo con i parenti dopo l'esperienza dell’anno scorso: tutto nuovo, sia per me che per loro. E ricordo che dopo dieci giorni non volevo andare via. Quest’anno invece ho pensato più volte al momento della ripartenza ed è innegabile che il mio umore appena sceso a Pechino era ottimo. Non sono stato male, tutti molto gentili con me e ho conosciuto meglio i miei futuri suoceri, nella loro quotidiana naturalezza e spontaneità. Ho bevuto e fumato con loro, mi sono sentito felice nel vederli felici. Tutti sorridenti in quella tavolata da decine di persone per il pranzo del primo dell’anno e io a guardali più dall’esterno e contento per vederli contenti, tutti insieme.
La lingua è foriera di incomprensioni già quando a parlarla sono due persone dello stesso paese. Figurati tra un italiano e un cinese. Poi se di fronte siedono un italiano e un qualunque cinese che parla il suo dialetto si arriva all’incomunicabilità senza margine di compromesso. È bello guardare, ma non ogni giorno ad ogni pranzo e cena. Ancor meno se quando torni a casa non trovi riscaldamento e acqua calda.
Ma lo straniero vive di momenti. Attimi di bellezza, nel respirare i gesti che gli altri non notano. Le sfumature a cui chi è familiare è oramai abituato. E così si innescano altre forme di conoscenza, tutt’altro che scientifiche ma intuitive; per nulla approfondite ma evidenti. Guardandomi indietro di qualche giorno mi ricordo osservatore esterno ma anche partecipe. Ero lì, semplicemente a bere, ad offrire e ricevere sigarette, tenere in braccio neonati, accompagnare i suoceri all’ospedale per un controllo, condividere pasti. Ma sempre lì ero e ben accetto. Ho intravisto con frustrazione discussioni interessanti a cui non ho saputo partecipare, ma non è ciò a cui ora posso aspirare. Ero lì per le silenti emozioni. Per inginocchiarmi di fronte alla tomba dei nonni della persona che amo, a rendergli omaggio dopo che i suoi zii e sua madre avevano fatto lo stesso. Per ritrovarmi in una casa di contadini come tanti nel mondo, due a caso a migliaia e migliaia di chilometri da casa mia, due contadini che mi offrivano da mangiare ad oltranza perché era il solo modo per accogliermi. Completamente fuori posto ma dentro un pezzo del mio futuro. A tratti un film comico anche se con vita reale sullo sfondo, un film che avrebbe fatto ridere in molti e che tuttora non riuscirei ad immaginare.

lunedì 22 febbraio 2010

Anelli

Ho continuato a fissarlo almeno per un’ora interrogandomi sul meglio, sul peggio e sul senso della scelta. Pressioni reiterate, implosioni sentimentali, voglia di porgere. Un portafogli troppo vuoto. La scelta è stata fatta: passeggio nei locali di uno di quei mega centri a tema, stavolta con oro e argento. Anelli come simboli di un legame, vincoli sociali, impegni per il futuro, pegni d’amore, segno di status, pro-forma. Ho scelto la prima definizione e mi sono messo alla ricerca di qualcosa che assomigliasse a due rami incrociati uniti da una roccia. Due sottili braccia e al centro una pietra preziosa, vera o falsa che sia. Non mi interessa. Non mi interessa neppure capire quelle spiegazioni sulla differenza tra l’oro bianco bajin e bojin, neppure ricordo bene quello che hanno provato a dirmi. Semplicità e linearità, come il nostro amore. Oro bianco, odio il giallo. È perfetto (se non fosse che costi più del budget fissato, che devo partire e i soldi mancano soprattutto in prospettiva futura, che non riuscirò a mettere da parte quello che avevo preventivato alla fine del mese e poi e poi...). Maledetto il risparmiatore borghesizzato o troppo socialmente inserito nel vivere in società che sono.
Rieccomi in camera. Dopo aver accennato a un pensiero da commedia sentimentale americana. Regalarlo alla prima passante (carina) che avrei intravisto in metropolitana. Infilarglielo in una borsa o in una tasca e scomparire anonimamente. Seduto sul sofà, il notebook di lato, una sigaretta già accesa. Sul tavolino una scatolina rossa aperta e quell’oro bianco che scintilla, così macchiato di società a deturpare la spontaneità di un sentimento. Sarà davvero così? I nostri amori possono esistere di per sé e a prescindere del vivere sociale? Penso di non avere neppure il coraggio di darglielo. Nel tardo pomeriggio ci intravediamo, a casa di un’amica per il mio taglio di capelli di buon auspicio per il nuovo anno. (Mal)celo, ma lei non sa, non può sapere e perciò non capisce. Faccio in tempo a fuggire dal taxi sulla strada del ritorno, in cerca di amici in un pub o per il gelo di Beijing, bere, scambiare pensieri e riflessioni, fumare, di nuovo bere. Come fosse un addio al celibato. Faccio in modo di tardare in modo di trovarla con la luce spenta, distesa sul letto e gli occhi chiusi.
Salgo le scale, mi lavo al buio con cautela, in camera la porta è chiusa. Buon segno. Entro lentamente con le scarpe in mano. Non era mai successo: alle tre è ancora lì ad aspettarmi sorridendo, occhi spalancati e luci accese. Decido che non posso aspettare e che quella convergenza di segnali in cui speravo è arrivata. Mi infilo nel letto, lascio intendere di avere qualcosa per lei, quanto basta per incuriosire. La magia è pronta: dalla mia mano appare una scatola rossa, con dentro due rami (le nostre braccia) appoggiati su una roccia (le nostre speranze). Si infila gli occhiali per capire se è vero, mi abbraccia e sento le sue lacrime. Viene da piangere anche a me per il nostro amore e per aver potuto incontrarla, forse escono una o due lacrime spezzate, forse. Finalmente la società è lontana, nel nostro letto, solo noi senza pressioni e seconde intenzioni.

sabato 6 febbraio 2010

Tra i Mono e Patrick Watson...

...c’è stato un mese d’Italia. L’Italia sembra ferma, uguale a sé stessa, coi suoi vantaggi e le voglie di (ri)fughe. Se penso all’Italia penso alla stasi. Per chi vive a lungo fuori casa come me significa ritrovare ciò che si è lasciato, con carichi di malinconie e retrogusti dolci-amari a cui si legano i miei istinti in modo abbastanza innata, direi. Stesse atmosfere, stessi discorsi, stessi politici di ieri. Mi riconsola dandomi l’idea di non essermi perso niente; d’altronde non ho abbastanza spirito nazionalista-patriottico per compiangermi sulle condizioni della mia terra. La mia terra è la mia casa, la mia famiglia, i miei amici e via via vari livelli di conoscenze e a darmi pensieri sono le loro condizioni, non quelle del povero bel paese.
Quella stessa stasi che mi rassicura mi spinge via dopo due o tre settimane. Nella vita mi sono ripromesso di andare avanti, non indietro e il tornare in Italia per tanti versi mi rimanda nel passato, vuoi per il vivere in famiglia, per il Natale o per l’assenza di lavoro, vuoi per quella stasi che tanto contrasta col fermento pechinese e cinese. Voglio dire, va bene per le vacanze ma non per viverci, non ora almeno.
La fine dei primi due mesi pechinesi 2009-2010 e l’inizio del nuovo soggiorno sono coincisi con due concerti diversissimi. Si dice che una ragazza in Giappone, dopo aver ascoltato la prima traccia dell’ultimo dei mono, abbia ucciso il suo ex. Forse la storia sensazionalistica non era proprio così, ma qualcuno è morto. I mono dal vivo sono come te li immagini, mono-espressivi, su un palco lanciano impassibilmente allo spettatore quell’alternanza di silenzi contemplativi e fragori emotivi coscienti di colpire nel segno ma senza godere per questo. Almeno non lo danno a vedere. Sembrano vuoti, sviscerati da quelle stesse emozioni che lasciano ricadere sul pubblico sotto forma di musica. Japanese style: puoi fissarli in faccia per ore pensando che non stiano provando alcunché ma dentro soffrono come cani. Suonano come in un cd. Solo che lo fanno dal vivo e tutto, ma proprio tutto, si moltiplica: dal rumore allo sconvolgimento alle reazioni del pubblico. Complice un po’ d’alcool c’è chi si è lasciato andare a qualcosa di più vicino a una scopata che a una paccata. Notando la scena penso che sì, effettivamente i mono si adattano a un rapporto sessuale, in una storia d’amore passionale e senza futuro, rassegnata, colma di sigarette e non di alcool, logora di se stessa e dipendente da se stessa. Uno dei più bei concerti degli ultimi anni. Tutta la scaletta dell’ultimo album dalla prima all’ultima traccia (avevo ragione, è un concept album anche se senza concetti a parole) ed io amo il loro ultimo album. Tanto mi basta.
Patrick Watson è arrivato in sordina. Appena arrivato a Pechino faceva un freddo che non so immaginare, due giorni prima i Pet’s conspiracy (due italiani e tre cinesi, band di punta e cool del momento dell’indie locale, una cantante che fa impazzire la platea e musica di qualità) e D.J. Krush avevano riempito le notti di Pechino all’inverosimile. E la gente la domenica non ha retto, se ne è stata a casa. Meglio così, perché io invece ho retto come pianificato le sette ore di fuso orario ed ero lì. Beh, anch’io finalmente posso dire di aver trovato il mio nuovo jeff buckley (tutti quelli che pensano che jeff buckley non è il cantante più sopravvalutato degli ultimi vent’anni hanno cercato la sua anima in qualcuno di vivo). Sì, la voce d’accordo. Ma non solo quello. La musica non c’entra niente, da intendersi, niente di rock e molto di indie come life-style, poche propensioni verso il passato e un suono contemporaneo. La somiglianza è nella concezione della musica, nella capacità innata di fare musica, sentirla mentre scorre nel sangue. Poi l’ironia è come mi immaginavo fosse quella di jeff, e anche lo show: palchi abbattuti, interazione col pubblico, improvvisazioni. Tante belle emozioni, una brutta: Lhasa de la sela se n’é andata. L’avevo scoperta da poco e ne ero già innamorato, 36 anni e un tumore esploso il primo dell’anno.

Ascolti del mese:
A Singer of Songs and Tiny Ruins- Road to nowhere
Liu 2- Lao caifeng
Corrado Nuccini- Famous blue raincoat (cover)
Matt Elliott- Something about ghost
Patrick Watson- where the wild things are
Haoyun- Zhe ge chengshi
Lhasa de sela- Rising

Ah già, fingevo di dimenticare: Brand Tibet sembra in uscita davvero, questa volta, 15 febbraio. Dieci anni fa non avrei mai pensato di finire su uno scaffale di libreria. Andate e comprate.

giovedì 17 dicembre 2009

Aerei

Usualmente rifuggo le affiliazioni: dividono, schierano e rinchiudono. Non mi sembra così indispensabile come viene troppo spesso affermato che uno schieramento netto ed inequivocabile sia dovuto. L'osservazione dell'altro è una forma di conoscenza che vale molto di più di un castello logico inattaccabile dall'idea avversa. Se vuoi si può pure ricondurre alla nota filosofia -mascherata di bambino- che sostiene non esista un problema così grande da non poter essere evitato. Se vuoi. Altrimenti ci si può fidare di un punto di vista, per quello che è e quello che vale: pensiero.

Per questo, ogni volta che mi capita di preferire abbastanza nettamente un nero su un bianco o viceversa non posso che sentirmi a disagio. Penso ai treni e alle stazioni contro gli aerei e gli aeroporti. Vivi e confortanti i primi, asettici e spersonalizzati non-luoghi i secondi. Una volta sedevo tanti treni, e rimanevo appeso alla veridicità degli stereotipi sulle stazioni che uniscono moti passionali a indifferente quotidianità, status sociali a dialetti. Oggi sono spesso sugli aerei. Riesco a non averne più paura, ad astrarmi per undici ore e non pensare a quello che sono e che sto facendo. Come accadeva una volta. I treni sono adolescenti, gli aerei adulti.

In aeroporto nessuno si aspetta niente da me, il che risulta anche confortante per alcuni risvolti caratteriali. Poi c'è il battere del tempo, auricolari infilati, pellicole scorse che rivelano lacrime prefabbricate, simili a se stesse o a me stesso a seconda delle vicinanze emotive. Nuvole e tramonti, cieli neri.

Smuovono nella solitudine di chi ascolta, in quella solitudine che deve rimanere inespressa perché non ci si perda in manifestazioni incomprensibili a gente non conosciuta. Mi innamoro sempre sugli aerei. Dalle uscite agli interni: hostess, ragazze che siedono accanto per ore e che mai sarebbero spinte a conoscermi altrimenti. Ragazze che aiuto nel posizionare le pesanti valigie. Ragazze che dormono e si aprono agli sguardi di uno degli atti più intimi che esistano. Perché assistere al sonno di una donna è sempre un privilegio. Tra privilegio dettato dal caso e imbarazzo-senso di colpa per rubare le immagini di gente che scompare. E si aggiunge a ciò che lascio e ciò che ritrovo. Di nostalgia in nostalgia, da pellicola a pellicola, di suono-in-suono. Inespresso. Meglio i treni, pieni di chiacchiere, lacrime e indifferenza. Meglio i treni, ma la Cina è lontana.

mercoledì 9 dicembre 2009

Incidenti

E' stato scritto che la vita è un periodo di tempo.
E che il tempo è un incidente.
La vita è incidente.

Rappresentare non è essere

A completare incidentalmente un chiodo fisso degli ultimi mesi, riporto:

Si agitò nella poltrona, il viso rivolto alla luce grigia proveniente dal giardino ombroso e all'improvviso mi chiese se parlavo tedesco. Senza aspettare la risposta disse: -Schachmatt, scacco matto-. Poi mi spiegò che questa parola era un ibrido europeo composto dalla parola persiana shah per shah per "re" e la parola araba mate per "morto". Avevamo insegnato noi il gioco degli scacchi agli occidentali. Nell'arena terrena della guerra, i bianchi e i neri si combattono come il bene e il male nella nostra anima. E cosa avevano fatto loro? Avevano ricavato una regina dal nostro visir e un alfiere dal nostro elefante, ma questo non era poi così importante. L'importante era che ci avevano rimesso sul tavolo da gioco degli scacchi come una vittoria della loro intelligenza e del loro razionalismo. Noi, oggi, con il loro razionalismo cerchiamo di comprendere la nostra sensibilità e pensiamo che questo voglia essere civili.

Orhan Pamuk, La Nuova Vita, 1994.

sabato 26 settembre 2009

What is the breath of you?
Grasping the absence of bloomed carpets I spread petals of fragmentary memory on my soul to keep alive What else could be this breath Between love and hate spent in this soil from the descent of men and women It's just time and thinking It's just hope and trembling, shudder and distance It's just a breath And you I will hold you tight to keep warm the light during the cold breeze we will smile, we will cry but there will always be a new day to whisper love What is the peace in the sky and who are those old people waiting for and staring for the air A soldier, a child A worker, a monk Two lovers It's just my breath, It's just the breath of you