Ma chi cazzo saranno mai i suoi genitori. Ma che cazzo vorranno mai dire i loro discorsi.
D’accordo, contro il sistema, contro il mercato e per la rivoluzione. Io nella mia vita avevo partecipato solo a due autogestioni; quando avevamo fatto finta di occupare, mezz’ora dopo ero già fuori, ancora un’altra mezz’ora e sarebbe arrivata la polizia. Mentre io richiudevo la porta di casa ed entravo in bagno a farmi una sega. Sono cresciuto al confine tra periferia e piccola borghesia cattolica, neanche sapevo chi fossero Ferretti-Zamboni-Canali-Maroccolo, che cazzo si poteva pretendere che ne capissi di Engels. A quei tempi la cosa più simile al comunismo che potevo immaginare era l’amore libero.
I suoi capelli neanche li capivo. Ricci come solo i neri sanno averli. Con la pelle andava già meglio, quel mulatto che sapeva di bellezza anche per uno come me, che studiava solo per arrivare al quieto vivere, ignaro totale dei suoi interessi. Lei, anche lei, non sapevo da dove tirasse fuori tutta questa coscienza di classe a scuola di comunismo. Avrò fatto cinque o sei incontri, un paio di porta a porta per il giornale autofinanziato e mi sono inculato un libro che neanche avrei finito (sempre ‘sta lingua da professori che parla del popolo senza sapere parlare al popolo). Tutto questo perché non avevo avuto le palle di argomentare che non me ne fregava un cazzo di Marx. Meno male che poi ho iniziato a vedere i suoi ricci fuori da quello scantinato da aspiranti cospiratori.
Ci leggevamo le nostre poesie e scoprivo il suo corpo di donna. Non so se sia stato amore, forse a modo suo. A distanza di anni mi disse che ripensava a noi come a qualcosa di puro. Nelle mie rimembranze non l’avevo mai vista in questi termini, io rivedevo solo la voglia di toccarla ovunque e comunque. Era proprio quello che intendeva lei. Nelle porcate alternate a curiosità e poesia si cullava la nostra purezza.
Neanche come aspiranti militanti facemmo molta strada. Lei finì in un MacDonald a friggere patatine e la nostra storia di amore e rivoluzione andò a puttane, lasciando fotografie dagli angoli bruciacchiati nei cassetti richiusi. Mi cercava e non mi lasciavo trovare. Voleva una reazione e io pensavo meno male forse ha capito e me la levo dai coglioni, sotto alla prossima.
In questa storia non feci la figura di un eroe, ma quella del coglione. Sarebbe andata così per altri due tre anni, ma non c’è problema: in amore prima o poi tocca a tutti e presto le avrei prese anch’io di santa ragione.
Passarono anni prima che ricevetti una sua lettera. Una lettera con francobollo. Nella cassetta della posta. Lei. Proprio lei. Cominciammo a vederci da persone mature, ma le mancava qualcosa, credo le dispiacesse per quella purezza andata. Eravamo stonati.
Canzoni del mese:
Rino Gaetano, I miei sogni di anarchia
Alessandro Mannarino, Maddalena
Raffaello Simeoni, Anema e colore
Afterhours canta Area per radio alice, Gioia e rivoluzione
Daniele Silvestri, Le strade di Francia
Unorsominore, Ci hanno preso tutto
...
domenica 24 marzo 2013
giovedì 14 marzo 2013
Zurigo
L'età della transizione - XI tappa
Mastica e crepa. In una landa desolata. Dove c’è solo neve e qualche bosco spoglio. Arrivammo alle cascate nel pomeriggio, seguendo i binari. Stanchi. Affamati non so di che. Le guardammo in silenzio. Un minuto. Due. Tutta quest’acqua che scorre, tanto ardore per cosa. Dopo mezz’ora eravamo di nuovo lungo i binari, zaino in spalla. Neve e qualche bosco spoglio. L’inverno si è inghiottito la gente il mondo i suoni i rumori. Neve. Passammo per Andelfingen e ci accampammo alle porte di Rapperswill, vicino al cimitero del castello e sui bordi del lago. A spaventarmi non erano le anime dei morti, nei loro sepolcri a forma d’arte, ma i vivi. I vivi, senza sorrisi. Che parlavano solo se interrogati e dopo aver risposto se ne andavano. Capo chino. Il giorno dopo ci perdemmo. La nebbia era bassissima e finimmo non so come alle porte di Lucerna, località Kriens. Salimmo. Salimmo. Salimmo. Salimmo fino a non averne più e a riscoprire lo stupore. Dove le nuvole stanno ai tuoi piedi e all’altezza dello sguardo ci sono solo le vette. Levigate dal sole. Limate dal vento. Distese dalla neve. Sopite dal freddo calore di mezzogiorno. Scavai la montagna e girai intorno alla sua cresta per guardare non visto le cime intorno. Seguii il profilo nel ghiaccio e scrutai, fumo alla bocca mani gelate. Ma scrutai. Alle spalle, guidato dall’animo finalmente in pace del quinto prefetto di Giudea. Nei giorni successivi riposammo tra Lucerna e Zurigo. Ai piedi dei campanili smeraldo più sottili e scagliati al cielo che avessi mai visto in vita mia. E le loro chiese. Spoglie di icone, dove non onorano dei con ori, olii e marmi. E le pitture su pallide mura severe, austere e ben disposte, è questa la Riforma che mi hanno raccontato. Di quando più di quattrocento anni fa la cultura convergeva sulle lande di Germania, nelle aule e nei corsi universitari del Nord al centro d’Europa. Seilengraben e dintorni.
domenica 10 marzo 2013
In-amore, in-gioia, in-dolore
给你土上的灰
看怎么样能造成生命的坛
给你海里的盐
让你品尝生命的伤口
你经过远方的边境
看过世界各别的表情
在河的对岸
等你的爱人充满精神
阳光还在看着我
把自己的手放在你手里
叶子上已经起了皱纹
像人们一样娇嫩
从土到云又到天上的月亮
人类的悲剧也是人类的喜剧
寻找回音
渴望平静
落到激情
实现平衡
给你土上的灰
看怎么样能造成生命的坛
给你海里的盐
让你品尝生命的伤口
Ti do’ la cenere che è sulla terra/ per vedere come riesci
a dare forma all’altare della vita/ Ti do’ il sale che è nel mare/ per farti
assaggiare le ferite della vita.
Hai passato confini lontani/ Hai visto l’espressione senza
eguali del mondo/ Sull’altra sponda del fiume/ aspetti che il tuo amato si
riempia di coscienza.
I raggi del sole mi stanno ancora guardando/ mentre metto
la mia mano nella tua/ Sulle foglie sono già cresciute le rughe/ sono come le
persone, fragili allo stesso modo.
Dalla terra alle nuvole, fino ancora alla luna che è
sopra al cielo/ la tragedia umana è anche la commedia umana/ alla ricerca di
echi/ avida di quiete/ in caduta nella passione/ nell’acquisizione di
equilibrio.
Ti
do’ la cenere che è sulla terra/ per vedere come riesci a dare forma all’altare
della vita/ Ti do’ il sale che è nel mare/ per farti assaggiare le ferite della
vita.martedì 26 febbraio 2013
Sul voto
Non credo che il voto sia di per sé lo strumento di governo democratico più efficace a disposizione della popolazione, anzi mi sembra somigli più a un pericolo per la democrazia. Su cui arrovellarsi per esercitare il diritto al nulla. Sembra mangime per piccioni, molto più attiva la partecipazione sociale, o almeno io la vedo così.
La crisi, il grillismo, i discorsi sulla casta, il ritorno di Berlusconi, il decadimento della sinistra... tutti questi fattori mi hanno restituito slancio e 'senso di responsabilità' che in linea di principio -vista la premessa- non avrei dovuto provare prima delle elezioni. Magari di mezzo c'è anche la mia vita da semi disoccupato che mi lascia tempo se non altro per leggere di più. Probabile. E anche il fatto che sono le prime elezioni dopo anni che mi faccio in Italia, da italiano, per quanto potrò mai sentirmi italiano.
Comunque non mi sembra di averle dominate queste elezioni, resto ancora confuso di fronte alle parole propinate, non domino idee ben precise e rimango indietro. Ad esempio, mi piacerebbe capire una volta per tutte di cosa ci ha privato questa sinistra per essere così nulla da non esistere più. Voti alla mano, a prescindere da me. O sapere col senno di poi che fenomeno sia stato e sia ancora -per quanto strascicante- il berlusconismo. Avere quella chiarezza di vedute data dalla distanza. Lontano dai pro e dai contro urlati su carta stampata o nello schermo.
E la comunicazione. Che arma è la comunicazione e perché la gente più onesta spesso non sa comunicare o non riesce a far pervenire la propria comunicazione.
Poi il Movimento, capace di catalizzare le illusioni di tutti. Ma è davvero così "comunicativa" la Casaleggio e associati, o molto ce l'ha messo il contesto? E chi sono quelli del movimento, al di là del blog, dei gruppi di studio per i programmi, dell'incompetenza politica che travisa la purezza incontaminata, della democrazia che rifiuta chi non cade nella rete?
Anche se ero meglio disposto verso queste elezioni, devo rassegnarmi e riconoscere di essere rimasto troppo indietro per potere dare un voto di coscienza piena.
Una cosa che mi rimane è il commento di un utente alla riflessione sul significato di destra e sinistra fatta dal Wu Ming. Il tutto era finalizzato per tastare il grado di fascismo della compagnia grillina. L'utente in questione, tale VecioBaeordo, interviene per rispondere a un elettore del movimento che riconosceva a Grillo di aver interpretato l'alterità della classe politica dalla gente, prendendosi poi il merito -e il rischio- di avvicinare migliaglia di cittadini alla gestione della cosa pubblica. Il buon VecioBeardo conclude il suo commento con una frase per cui lo ringrazio, anche se non so chi sia. Almeno mi ha lasciato qualcosa di duraturo in queste elezioni per me così sfuggenti. Scrive:
«Dov’è la truffa? Nella parola “loro”.
E’ vero che c’è una frontiera, un di qui e un di là, e che la frontiera per il fatto di esistere produce uno o più “loro” da ognuna delle parti. La nostra parte animale funziona così, riflesso automatico. Ma sono convinto che ogni volta che mettiamo nel mirino qualche tipo di “loro” siamo in qualche modo fascisti a nostra insaputa, perché smettiamo di cercare un modo e cominciamo a cercare un colpevole. E così facendo, noi diventiamo colpevoli come “loro”, e i problemi restano dove sono».
Canzoni del mese:
Renzo Rubino, Il postino (amami uomo)
Ilaria Purceddu, In equilibrio
p.s. eh sì, anch'io ho visto sanremo, ma come succede in politica anche lì i miei non vincono mai.
La crisi, il grillismo, i discorsi sulla casta, il ritorno di Berlusconi, il decadimento della sinistra... tutti questi fattori mi hanno restituito slancio e 'senso di responsabilità' che in linea di principio -vista la premessa- non avrei dovuto provare prima delle elezioni. Magari di mezzo c'è anche la mia vita da semi disoccupato che mi lascia tempo se non altro per leggere di più. Probabile. E anche il fatto che sono le prime elezioni dopo anni che mi faccio in Italia, da italiano, per quanto potrò mai sentirmi italiano.
Comunque non mi sembra di averle dominate queste elezioni, resto ancora confuso di fronte alle parole propinate, non domino idee ben precise e rimango indietro. Ad esempio, mi piacerebbe capire una volta per tutte di cosa ci ha privato questa sinistra per essere così nulla da non esistere più. Voti alla mano, a prescindere da me. O sapere col senno di poi che fenomeno sia stato e sia ancora -per quanto strascicante- il berlusconismo. Avere quella chiarezza di vedute data dalla distanza. Lontano dai pro e dai contro urlati su carta stampata o nello schermo.
E la comunicazione. Che arma è la comunicazione e perché la gente più onesta spesso non sa comunicare o non riesce a far pervenire la propria comunicazione.
Poi il Movimento, capace di catalizzare le illusioni di tutti. Ma è davvero così "comunicativa" la Casaleggio e associati, o molto ce l'ha messo il contesto? E chi sono quelli del movimento, al di là del blog, dei gruppi di studio per i programmi, dell'incompetenza politica che travisa la purezza incontaminata, della democrazia che rifiuta chi non cade nella rete?
Anche se ero meglio disposto verso queste elezioni, devo rassegnarmi e riconoscere di essere rimasto troppo indietro per potere dare un voto di coscienza piena.
Una cosa che mi rimane è il commento di un utente alla riflessione sul significato di destra e sinistra fatta dal Wu Ming. Il tutto era finalizzato per tastare il grado di fascismo della compagnia grillina. L'utente in questione, tale VecioBaeordo, interviene per rispondere a un elettore del movimento che riconosceva a Grillo di aver interpretato l'alterità della classe politica dalla gente, prendendosi poi il merito -e il rischio- di avvicinare migliaglia di cittadini alla gestione della cosa pubblica. Il buon VecioBeardo conclude il suo commento con una frase per cui lo ringrazio, anche se non so chi sia. Almeno mi ha lasciato qualcosa di duraturo in queste elezioni per me così sfuggenti. Scrive:
«Dov’è la truffa? Nella parola “loro”.
E’ vero che c’è una frontiera, un di qui e un di là, e che la frontiera per il fatto di esistere produce uno o più “loro” da ognuna delle parti. La nostra parte animale funziona così, riflesso automatico. Ma sono convinto che ogni volta che mettiamo nel mirino qualche tipo di “loro” siamo in qualche modo fascisti a nostra insaputa, perché smettiamo di cercare un modo e cominciamo a cercare un colpevole. E così facendo, noi diventiamo colpevoli come “loro”, e i problemi restano dove sono».
Canzoni del mese:
Renzo Rubino, Il postino (amami uomo)
Ilaria Purceddu, In equilibrio
p.s. eh sì, anch'io ho visto sanremo, ma come succede in politica anche lì i miei non vincono mai.
venerdì 15 febbraio 2013
Lisbona - Porto
L'età della transizione - X tappa
Arrivati l’abbiamo fatto in silenzio. Silenzio senza strusciare ante ciabatte stanza a quattro piazze su una piastrella (blu su sfondo bianco di pescatori preti contadini artigiani) niente più. Qui. Niente condensa. Serrande abbassate. Sabato pomeriggio. Spazio intorno aria da respirare. Per strada. Costruzioni arroccate dal fiume in su. A tinte pastello. Glorie squassate di re e navigatori, neoclassici barocchi diroccati e vetri a pezzi. In bianco e nero. Dammi un’altra pasticceria, ridammi i tram scoscesi dell’Alfama e il pesce, dammi il pesce, un tinto e passo cadenzato al sole che accieca. Resta. Nei silenzi di Belem. Nel fondo vuoto dell’oceano a frantumare patimento, colpo su colpo sui moli di Boavista. Nel canto di chitarra che non è pena e non è gioia colmo ricolmo di sentimento consegnato al bello. Del silenzio fra me e te, soli in due, due anni e colpi di tosse. A rompere il silenzio e a sentirlo ricominciare laggiù, lungo il fiume e in prossimità del mare.
José Fialho Gouveia, Volta a dar.
venerdì 1 febbraio 2013
Il mio nome era Marlene
.
Chissà quanti di loro ho già incrociato sui campi di battaglia. Con quanti di loro mi sono scontrato forse dieci anni fa, spalla contro spalla o ventre al cielo. A correr dietro a foghe passionali. Nell’impeto dell’autoriconoscimento in un gruppo, che parlava di sentimenti con una sola lingua, eccola lì, forbita e alt(è)ra: divine e cervelli bruciati con il vocabolario in mano. “Esisziale secco e disumano scarto di secondo che vale tanto quanto una vita”. Forse il primo verso che ho imparato a sbiascicare, aggrottato sulla mia sedia. Di sera. Mentre gli altri erano davanti alla televisione. Mentre io battevo a macchina e mi sentivo un poeta. Pensando alla beatrice di turno.
Chissà come sono cambiati in tutti questi anni. Quando andavamo ai concerti non facevo caso a loro, si sa, il palco è il palco. Forse oggi non li avrei riconosciuti lo stesso. Eppure ce n’erano tanti tra i trenta e i quaranta, tutti più tranquilli dei ventenni con cui sfogavo le mie pene tanti anni fa. D’altronde anch’io questa volta ho ascoltato in disparte, avviluppato in me stesso, lasciando la platea a chi ha passioni più fresche.
Loro no. Loro tre non sono cambiati. Con un basso in meno. Sempre dignitosi. Algidi. Viscerali. In bilico tra poesia e strada. Mi hanno sciorinato molte delle mie aspettative che non osavo aspettarmi. Mi hanno riportato a galla immagini del passato a cui non pensavo più. È strano, il passato, a volte è solo un pensiero su cui mi concentro ogni tanto per dimostrarmi di avere conservato tutto, senza avere buttato niente. E poi basta un niente, una canzone che sentivo tanti anni fa che me lo ripropone sotto forma di immagini vere. Vissute. Altro che pensieri e teorie. È stato un continuo: api regine, sollievi, comete, naufragi, ineluttabilità, bellezze... Cara è la fine, è davvero la fine. Mia. Con i tuoi versi lascio sognare qualcun’altro, io al mio turno mi sono logorato l’animo a forza di innamorarmi.
Il suo nome è Marlene, in onore a Marlene Dietrich e della figa di qualcun altra –non so chi, e i primi amori non si dimenticano mai. Tutt’al più non ci pensi per un po’.
Come relitto in fondo al suo incanto, affogherò in lei perdutamente.
Perdutamente.
Perdutamente.
Canzoni del mese:
Santo&Johnny, Papillon
Jack White, Love is blindness (cover U2, ovvero: come rendere una canzone qualsiasi una canzone vera. E non mi piace neanche Jack White.)
Lube, Позови меня тихо по имени
Lube, Конь
Benedetto Marcello, Adagio del concerto per oboe (e, credetemi, non c’è finale migliore per la storia di questo mese)
Chissà quanti di loro ho già incrociato sui campi di battaglia. Con quanti di loro mi sono scontrato forse dieci anni fa, spalla contro spalla o ventre al cielo. A correr dietro a foghe passionali. Nell’impeto dell’autoriconoscimento in un gruppo, che parlava di sentimenti con una sola lingua, eccola lì, forbita e alt(è)ra: divine e cervelli bruciati con il vocabolario in mano. “Esisziale secco e disumano scarto di secondo che vale tanto quanto una vita”. Forse il primo verso che ho imparato a sbiascicare, aggrottato sulla mia sedia. Di sera. Mentre gli altri erano davanti alla televisione. Mentre io battevo a macchina e mi sentivo un poeta. Pensando alla beatrice di turno.
Chissà come sono cambiati in tutti questi anni. Quando andavamo ai concerti non facevo caso a loro, si sa, il palco è il palco. Forse oggi non li avrei riconosciuti lo stesso. Eppure ce n’erano tanti tra i trenta e i quaranta, tutti più tranquilli dei ventenni con cui sfogavo le mie pene tanti anni fa. D’altronde anch’io questa volta ho ascoltato in disparte, avviluppato in me stesso, lasciando la platea a chi ha passioni più fresche.
Loro no. Loro tre non sono cambiati. Con un basso in meno. Sempre dignitosi. Algidi. Viscerali. In bilico tra poesia e strada. Mi hanno sciorinato molte delle mie aspettative che non osavo aspettarmi. Mi hanno riportato a galla immagini del passato a cui non pensavo più. È strano, il passato, a volte è solo un pensiero su cui mi concentro ogni tanto per dimostrarmi di avere conservato tutto, senza avere buttato niente. E poi basta un niente, una canzone che sentivo tanti anni fa che me lo ripropone sotto forma di immagini vere. Vissute. Altro che pensieri e teorie. È stato un continuo: api regine, sollievi, comete, naufragi, ineluttabilità, bellezze... Cara è la fine, è davvero la fine. Mia. Con i tuoi versi lascio sognare qualcun’altro, io al mio turno mi sono logorato l’animo a forza di innamorarmi.
Il suo nome è Marlene, in onore a Marlene Dietrich e della figa di qualcun altra –non so chi, e i primi amori non si dimenticano mai. Tutt’al più non ci pensi per un po’.
Come relitto in fondo al suo incanto, affogherò in lei perdutamente.
Perdutamente.
Perdutamente.
Canzoni del mese:
Santo&Johnny, Papillon
Jack White, Love is blindness (cover U2, ovvero: come rendere una canzone qualsiasi una canzone vera. E non mi piace neanche Jack White.)
Lube, Позови меня тихо по имени
Lube, Конь
Benedetto Marcello, Adagio del concerto per oboe (e, credetemi, non c’è finale migliore per la storia di questo mese)
giovedì 27 dicembre 2012
Sembrava ieri
Endofasia, il discorso interiore. Mao Mao riorganizza dati ed esperienze, realizza cosa sia il vissuto, per assimilarlo e dargli un senso. Siede nella penombra, la cui fonte risulta sconosciuta a uno sguardo esterno. Il punto di partenza potrebbe essere il ricordo: si è ritrovato a percorrere i vecchi viali del campus universitario, stavolta non per andare a lezione ma per altri motivi, o per caso. Sembra ieri e invece sono passati una decina di anni. Oppure ha ricordato così, senza storia e senza troppi perché, gli ultimi anni di scuola superiore. Di quando nella sua testa abbozzava una prima versione della propria coscienza sociale e politica. La prima manifestazione a difesa del popolo del Chiapas. Lui, cinese cresciuto in Italia, che sarebbe prima o poi tornato nel suo paese, scoprendo di non sapere più da dove fosse emigrato. Una madeleine tutta sua, dolce come ciò che di caro stringe a sé, amaro come ciò che il tempo gli ha strappato. Dolce-e-amaro come una commedia all’italiana anni Settanta, odio-et-amo come dicevano i classici latini, yin-e-yang come pensavano dall’altra parte dell’emisfero. La vita gli ha giocato un brutto tiro: gli è scappata via dalle mani senza troppe avvisaglie. Si è ritrovato lì, come un qualsiasi uomo di mezza età a chiedersi cosa stia facendo e perché abbia scelto proprio quella vita tra le tante. Nota i contrasti con la vita di quella sua controfigura, che camminava spensierata tra i viali universitari e marciava a pugno levato senza ancora capire che pueblo fosse quello che unito non sarebbe mai stato vinto. Lui, ragazzo di profondi ideali e buoni sentimenti, è oggi un uomo che non sa relazionarsi con l’esterno, che lavora senza avere un vero lavoro, che ha una compagna senza sapere quanto davvero l’ami e quanto invece semplicemente le viva accanto, che di quel popolo di cui aveva intravisto le sembianze ormai quasi sedici anni prima fatica a ritrovare traccia nel presente. Guardando la luna rischiarare la notturna pace celeste china la testa sulla sua inquietudine lambita dal tormento. Tante ombre ha scorto negli anni e neppure lui sa bene perché non abbiamo assunto una forma definita, una presenza distinta nella sua vita. Il punto forse è che non ha saputo dargli un contorno, vuoi per umiltà o mancanza di personalità, per ideale o incapacità. O forse si spiega nel vecchio principio del tutto scorre, tanto vero nella Grecia quanto nell’India del mondo antico. Vita di sfumature, quella di Mao Mao. Oppure l’endofasia che ha intrapreso non è ancora abbastanza lucida. Fatto sta che la vita gli è sfuggita via. A breve avrà un figlio o una figlia, e chiunque lo venga a sapere gli dice che la paternità sarà un’esperienza bellissima.
mercoledì 19 dicembre 2012
La più bella al mondo
Roberto Benigni lo trovo sopravvalutato, non mi ha mai fatto ridere un granché e mi da fastidio la solennità con cui viene considerato il suo contributo artistico-sociale. Ha un perché, un valore, a prescindere da quanto questi mi rappresentino, ma non li trovo più profondi del perché e del valore di tanti altri nel mondo dello spettacolo, anzi. Questo per dire che ho seguito con stizza la macchina di comunicazione per il lancio del suo programma pro-Costituzione, i refrain di pro e contro politici, pro e contro dell’opinione pubblica, l’evento mediatico. Ad ogni modo l’attualità e l’importanza dei temi sollevati dal programma sono evidenti.
La prima parte ha riservato battute sul ritorno di Berlusconi ed è stata efficace. Un commentatore, non ricordo in quale forum, ha scritto che buon comico è colui che sa ridicolizzare il potere e in questo Benigni è stato molto intelligente (o furbo, a seconda dei punti di vista, io li scelgo entrambi) e più bravo di quanto pensassi. Poi il contributo ai padri della Costituzione, partigiani e teorici (non proprio azzeccata la citazione di Andreotti per il tipo di pubblico del programma...), quindi l’ode alla Costituzione.
Ho trovato il programma efficace per aver saputo portare in prima serata ideali e valori che la vita reale mette da parte. Probabilmente, facendo caso a quando Benigni ha fatto ricorso ai suoi soliti, stucchevoli superlativi, era proprio questo il messaggio che voleva lanciare, risvegliando quel desiderio di partecipazione alla vita pubblica, per cui oggi è così immediato lamentarsi. Lamentarsi dalla privazione subita per mano del politico ladrone, traditore del nostro voto. Sarà pure vero, ma chi oggi in questo paese ha una devozione come quella decantata da Benigni per i principi della Costituzione? Ben pochi, tra i quali con ogni probabilità non c’è neppure lo stesso Benigni.
La coscienza politica oggi non è via facile da scegliere, non si insegna a farlo, né è un qualcosa che è molto compatibile con la società di benessere e dei consumi. Non a caso, la Costituzione è stata scritta dopo due guerre mondiali, quando la gente aveva la pancia vuota, aveva visto la distruzione e voleva ricostruire. E in questo emerge il maggior difetto dell’assolo di Benigni: l’invocazione dei bei tempi andati. Esaltare chi ha lottato per la Costituzione, chi ha scritto la Costituzione e i valori racchiusi nella Costituzione è nobile se si limita all’omaggio della memoria storica, ma è ignoranza se si vuole portare tutto ciò a modello da replicare nel presente. La storia è maestra di vita non perché occorre replicare il passato, ma perché essendo esperienza umana ispira il futuro.
Dire che la Costituzione, l’ideale repubblicano e quello democratico sono oggi anacronistici non significa insultare chi per la Costituzione, la Repubblica e la democrazia ha lottato e versato il sangue, ma portare avanti la loro missione di fronte all’incedere dei tempi. Altrimenti si diventa come il Cristianesimo regolato dalla Chiesa: al di là della nobiltà dei valori universali e senza tempo, una summa di norme e regole che per la società di oggi non valgono più non cedono il passo, vedi le posizioni su divorzio, omosessualità, procreazione e via dicendo. La res pubblica non ha fallito, è stato eroico versare il sangue per essa, ma oggi la società è altro. Sfida di chi vuol fare politica non è quella di riscaldare il brodo della partecipazione del popolo alla nazione e allo Stato (rischiosissimo, perché si farebbe il gioco della retorica di stato), ma capire come conciliare l’individualismo –valore sociale su cui il consenso è dominante, che piaccia o no- con la crisi dei sistemi rappresentativi e la diffusa ostilità per i poteri assoluti.
Dire che la Costituzione, l’ideale repubblicano e quello democratico sono oggi anacronistici non significa insultare chi per la Costituzione, la Repubblica e la democrazia ha lottato e versato il sangue, ma portare avanti la loro missione di fronte all’incedere dei tempi. Altrimenti si diventa come il Cristianesimo regolato dalla Chiesa: al di là della nobiltà dei valori universali e senza tempo, una summa di norme e regole che per la società di oggi non valgono più non cedono il passo, vedi le posizioni su divorzio, omosessualità, procreazione e via dicendo. La res pubblica non ha fallito, è stato eroico versare il sangue per essa, ma oggi la società è altro. Sfida di chi vuol fare politica non è quella di riscaldare il brodo della partecipazione del popolo alla nazione e allo Stato (rischiosissimo, perché si farebbe il gioco della retorica di stato), ma capire come conciliare l’individualismo –valore sociale su cui il consenso è dominante, che piaccia o no- con la crisi dei sistemi rappresentativi e la diffusa ostilità per i poteri assoluti.
C’è chi continua a credere che il libero mercato e la libera società si regolino da sé, fortunatamente c’è anche chi dubita di questo e i tempi per ora sembrano dare ragione a questi ultimi (ma la constatazione non conta un granché visto che i tempi si interpretano onestamente solo con il senno di poi).
Tirando le fila: onorare la Costituzione va bene se si vuole onorare la memoria storica, meno se si vuol rendere statica la storia. Il futuro non è nell’imitazione del passato ma nella sua analisi in rapporto alle condizioni presenti e alle tendenze future, e ciò che era valido ieri non è certo che lo sia ancora oggi, di sicuro non lo sarà domani. In quanti, guardando il programma avranno pensato che sia realmente fattibile riportare in vita i valori della Costituzione?
Tirando le fila: onorare la Costituzione va bene se si vuole onorare la memoria storica, meno se si vuol rendere statica la storia. Il futuro non è nell’imitazione del passato ma nella sua analisi in rapporto alle condizioni presenti e alle tendenze future, e ciò che era valido ieri non è certo che lo sia ancora oggi, di sicuro non lo sarà domani. In quanti, guardando il programma avranno pensato che sia realmente fattibile riportare in vita i valori della Costituzione?
sabato 17 novembre 2012
Marmore
L'età della transizione - IX tappa
Ci sono momenti per cercare e altri per fuggire. In su, ho paura di quando sarò arrivato fino su fino in cima risalendo acque scoscese e il rigoglio di alberi a mecchie, avvinghiati, a grumi. Ho paura che per continuare a fuggire dovrò ricominciare a scendere e dimmi che senso ha prima salire poi scendere per fuggire. Io fuggo. Prima o poi tornerò a cercare. Prima o poi. E tornerò qui, per altri scopi con altre aurore e forse allora ci saranno arcobaleni ad accogliermi e non cieli chiusi dal vapore acqueo alla fine della piccola galleria degli innamorati. Tre salti, più di cento metri. Come fosse Amazzonia, l’acqua non cade ma scivola, sesso pena pienezza e amore mio. Ed è tutt’uno con la vegetazione intorno, non c’è sconquasso. Tre salti verso l’alto, compagni di fuga, uno due e tre. E poi riscenderemo. E risaliremo. Scenderemo. Risaliremo...
Ci sono momenti per cercare e altri per fuggire. In su, ho paura di quando sarò arrivato fino su fino in cima risalendo acque scoscese e il rigoglio di alberi a mecchie, avvinghiati, a grumi. Ho paura che per continuare a fuggire dovrò ricominciare a scendere e dimmi che senso ha prima salire poi scendere per fuggire. Io fuggo. Prima o poi tornerò a cercare. Prima o poi. E tornerò qui, per altri scopi con altre aurore e forse allora ci saranno arcobaleni ad accogliermi e non cieli chiusi dal vapore acqueo alla fine della piccola galleria degli innamorati. Tre salti, più di cento metri. Come fosse Amazzonia, l’acqua non cade ma scivola, sesso pena pienezza e amore mio. Ed è tutt’uno con la vegetazione intorno, non c’è sconquasso. Tre salti verso l’alto, compagni di fuga, uno due e tre. E poi riscenderemo. E risaliremo. Scenderemo. Risaliremo...
domenica 11 novembre 2012
Micah P. Hinson
Metropolitana linea B, sulla banchina. Ad aspettare, un treno non so per dove, non ricordo in quale stazione.
Da dietro la voce: “buongiorno”.
Ne era passato di tempo. Lei di ritorno da una delle sue tournée, io nella mia vita fatta di stasi e regolarità, saranno i ritmi di famiglia e le docce del martedìpiùvenerdì. Oggi, a trent’anni e poco più non mi succede più di condividere anima e sentimento come quando di anni ne avevo venti o giù di lì. Non so perché. Allora passavamo i sabati su un letto a cambiare cd e a parlare di incontri e sensazioni, e le parole non erano prosciugate come oggi.
Metropolitana linea B, sulla banchina. Lei mi dice “buongiorno” con l’aria piena di chi viene dal mondo dei vivi, così decido di cambiare programma e accompagnarla a casa, quella di una volta. Prima o dopo un pranzo cinese, tira fuori la sorpresa. Dal lettore esce una voce indolente, che viene non so se dalla trachea o dallo stomaco. Comunque da dentro, come ciò che canta. Stona, dissona e ritorna a suonare calda. Voce e chitarra, melodia che richiama where is my mind? ma con un’anima diversa. Micah P. Hinson canta the possibilities. Da allora saranno passati non so quanti anni, forse cinque o sei, forse di più. Ho accumulato un paio di album e aspettato congiunzioni astrali e incastri giusti per vederlo dal vivo. 5 novembre 2012, circolo degli artisti. Attacca con take off that dress for me, una delle mie preferite, e capisco che quella è proprio la sua voce, una delle migliori voci maschili dell’ultimo decennio. Ma da sola non potrebbe fare niente, se non ci fosse il suo vissuto da sviscerare, da raccontare con parole e con chitarra, con quel modo di suonare e comunicare.
C’è stato sotto, con droghe o con alcool, non ricordo più. Racconta senza freni di sé, d’altronde è un artista. Ha movenze strane, eccentriche; non è un nerd ma a tratti mi fa venire in mente un personaggio di Nathan Never, il mio fumetto preferito di gioventù. A volte assomiglia a Sigmund, nonostante apparentemente il contrasto sia evidente. Parla molto, di sé dell’ispirazione dei pezzi che canta. È di quegli americani alternativi che dicono fuck ogni tre parole, cosa che dovrebbe far riflettere sugli alternativi americani. Il mio inglese non mi permette di andare lontano, ma credo non stimi molto Elvis (“Quale cazzo di ré del rock and roll, come cazzo può essere un ré uno che non scrive le canzoni che canta?”). Si è scordato due, tre volte la seconda strofa di Suzanne (“Fottuti canadesi”), a tratti nel suo non poter soffrire niente e nessuno sembrava triste. Ha ringraziato a più riprese il pubblico romano per avere ascoltato la sua esibizione senza parlare troppo e sembrava sincero. Sul palco, a parte lui, c’era un tavolino. Sopra un succo di frutta, la tracklist, una bottiglietta di birra o acqua, delle pastiglie che di tanto in tanto ingeriva. Dall’altra parte della sera un corvo finto o impagliato.
Mi è sembrato abbastanza indecifrabile, ma forse ho conosciuto troppo pochi americani nella mia vita per farmene un’idea. Però un legame tra come si comportava sul palco e quello che cantava c’era. Ispirazione cantautoriale, sa suonare anche bene, violento di una passione sofferta sulla chitarra e sul suo approccio alla musica. Non è un problema se ogni tanto il finger picking fa cilecca, fa parte di ciò che comunica. Così per la voce: calda, profonda, viscerale e un attimo dopo urlata, steccata, lacerata.
Bello davvero vederlo dal vivo, toccante fino alle ossa.
Ci abbracciavamo
Senza riuscire a vedere
Il futuro che ci pendeva davanti
Il passato ora è troppo lontano per essere visto
Ma non guardavamo e non facevamo caso
C’era qualcosa rimasto tra noi, allora,
Ma ora immagino che semplicemente non sia più lì
Quando ci baciavamo, sai
non potevamo vedere, sai
Il futuro che ci pendeva davanti
Il passato ora è troppo lontano per essere visto
Ma non guardavi e io non facevo caso
C’era qualcosa rimasto tra noi, allora,
Ma ora immagino che semplicemente non sia più lì
Micah P. Hinson, When We Embrace, in Micah P. Hinson and the Red Empire Orchestra (2008).
Da dietro la voce: “buongiorno”.
Ne era passato di tempo. Lei di ritorno da una delle sue tournée, io nella mia vita fatta di stasi e regolarità, saranno i ritmi di famiglia e le docce del martedìpiùvenerdì. Oggi, a trent’anni e poco più non mi succede più di condividere anima e sentimento come quando di anni ne avevo venti o giù di lì. Non so perché. Allora passavamo i sabati su un letto a cambiare cd e a parlare di incontri e sensazioni, e le parole non erano prosciugate come oggi.
Metropolitana linea B, sulla banchina. Lei mi dice “buongiorno” con l’aria piena di chi viene dal mondo dei vivi, così decido di cambiare programma e accompagnarla a casa, quella di una volta. Prima o dopo un pranzo cinese, tira fuori la sorpresa. Dal lettore esce una voce indolente, che viene non so se dalla trachea o dallo stomaco. Comunque da dentro, come ciò che canta. Stona, dissona e ritorna a suonare calda. Voce e chitarra, melodia che richiama where is my mind? ma con un’anima diversa. Micah P. Hinson canta the possibilities. Da allora saranno passati non so quanti anni, forse cinque o sei, forse di più. Ho accumulato un paio di album e aspettato congiunzioni astrali e incastri giusti per vederlo dal vivo. 5 novembre 2012, circolo degli artisti. Attacca con take off that dress for me, una delle mie preferite, e capisco che quella è proprio la sua voce, una delle migliori voci maschili dell’ultimo decennio. Ma da sola non potrebbe fare niente, se non ci fosse il suo vissuto da sviscerare, da raccontare con parole e con chitarra, con quel modo di suonare e comunicare.
C’è stato sotto, con droghe o con alcool, non ricordo più. Racconta senza freni di sé, d’altronde è un artista. Ha movenze strane, eccentriche; non è un nerd ma a tratti mi fa venire in mente un personaggio di Nathan Never, il mio fumetto preferito di gioventù. A volte assomiglia a Sigmund, nonostante apparentemente il contrasto sia evidente. Parla molto, di sé dell’ispirazione dei pezzi che canta. È di quegli americani alternativi che dicono fuck ogni tre parole, cosa che dovrebbe far riflettere sugli alternativi americani. Il mio inglese non mi permette di andare lontano, ma credo non stimi molto Elvis (“Quale cazzo di ré del rock and roll, come cazzo può essere un ré uno che non scrive le canzoni che canta?”). Si è scordato due, tre volte la seconda strofa di Suzanne (“Fottuti canadesi”), a tratti nel suo non poter soffrire niente e nessuno sembrava triste. Ha ringraziato a più riprese il pubblico romano per avere ascoltato la sua esibizione senza parlare troppo e sembrava sincero. Sul palco, a parte lui, c’era un tavolino. Sopra un succo di frutta, la tracklist, una bottiglietta di birra o acqua, delle pastiglie che di tanto in tanto ingeriva. Dall’altra parte della sera un corvo finto o impagliato.
Mi è sembrato abbastanza indecifrabile, ma forse ho conosciuto troppo pochi americani nella mia vita per farmene un’idea. Però un legame tra come si comportava sul palco e quello che cantava c’era. Ispirazione cantautoriale, sa suonare anche bene, violento di una passione sofferta sulla chitarra e sul suo approccio alla musica. Non è un problema se ogni tanto il finger picking fa cilecca, fa parte di ciò che comunica. Così per la voce: calda, profonda, viscerale e un attimo dopo urlata, steccata, lacerata.
Bello davvero vederlo dal vivo, toccante fino alle ossa.
Ci abbracciavamo
Senza riuscire a vedere
Il futuro che ci pendeva davanti
Il passato ora è troppo lontano per essere visto
Ma non guardavamo e non facevamo caso
C’era qualcosa rimasto tra noi, allora,
Ma ora immagino che semplicemente non sia più lì
Quando ci baciavamo, sai
non potevamo vedere, sai
Il futuro che ci pendeva davanti
Il passato ora è troppo lontano per essere visto
Ma non guardavi e io non facevo caso
C’era qualcosa rimasto tra noi, allora,
Ma ora immagino che semplicemente non sia più lì
Micah P. Hinson, When We Embrace, in Micah P. Hinson and the Red Empire Orchestra (2008).
domenica 4 novembre 2012
Il ricordo di quei giorni sempre uniti ci terrà
Ci sono film come C’eravamo tanto amati. Ritraggono la vita per quello che è: esperienza di bellezza e imperfezione umana che lascia il riso nel rimpianto e l’amaro nella speranza. Narrazione di uno slancio abulico, di figura angelica che si scopre umana, ancorata a terra e prigioniera di catene innate. Scola dirige, Trovajoli musica, Satta flores, Gassman e Manfredi recitano un’epoca di cui fanno parte e tutto si filma così, con tale naturalezza, che fa pensare di trovarsi davanti a un film che non poteva non essere girato, perché dentro c’è tutto quello che una generazione ha avuto da dire, confidare e confessare. Sogni, malefatte e disillusioni. Un ritornello umano che assume sembianze diverse a seconda delle epoche e dei palchi ove il vivere riprende forma. Vedere C’eravamo tanto amati è insieme esperienza estatica, esperienza storica ed esperienza umana che lascia spogli.
Nessun momento, come la fine di una guerra, meglio si sposa con l’idealismo. A pensarci superficialmente, se qualcuno chiedesse –a me che guerra non ho vissuto- che cosa succede alla fine di una guerra, risponderei che si fa la conta dei morti. Eppure l’uomo tende alla vita e alla sopravvivenza, a legarlo alla morte ci pensa la natura. Ci sono persone che restano ancorate al dolore di milioni di morti, gente che esce dalla storia. Ma chi accetta il tempo, chi accetta la vita è già lì, crede di sapersi rialzare senza commettere gli errori di chi lo ha preceduto, con la baldanza di chi vuol fare il futuro. Borghesi. Proletari. Intellettuali. Palazzinari. Avvocati. Scribacchini. Portantini. Arrivisti. Attori. Registi. Padri e madri. A ognuno la direzione che sceglie, per la disillusione c’è tempo. Anche se la vita, vista a ritroso, sembra sempre più breve.
Eravam tutti pronti a morire, ma
della morte noi mai parlavam
Parlavamo del futuro
Se il destino ci allontana
il ricordo di quei giorni
sempre uniti ci terrà.
da: Maria Teresa, E io ero Sandokan (musica: A. Trovajoli, testo: E. Scola, 1974)
Nessun momento, come la fine di una guerra, meglio si sposa con l’idealismo. A pensarci superficialmente, se qualcuno chiedesse –a me che guerra non ho vissuto- che cosa succede alla fine di una guerra, risponderei che si fa la conta dei morti. Eppure l’uomo tende alla vita e alla sopravvivenza, a legarlo alla morte ci pensa la natura. Ci sono persone che restano ancorate al dolore di milioni di morti, gente che esce dalla storia. Ma chi accetta il tempo, chi accetta la vita è già lì, crede di sapersi rialzare senza commettere gli errori di chi lo ha preceduto, con la baldanza di chi vuol fare il futuro. Borghesi. Proletari. Intellettuali. Palazzinari. Avvocati. Scribacchini. Portantini. Arrivisti. Attori. Registi. Padri e madri. A ognuno la direzione che sceglie, per la disillusione c’è tempo. Anche se la vita, vista a ritroso, sembra sempre più breve.
Eravam tutti pronti a morire, ma
della morte noi mai parlavam
Parlavamo del futuro
Se il destino ci allontana
il ricordo di quei giorni
sempre uniti ci terrà.
da: Maria Teresa, E io ero Sandokan (musica: A. Trovajoli, testo: E. Scola, 1974)
giovedì 1 novembre 2012
Fin da qundo ero piccolo
Mi è venuto in mente così, pensando al presente, al passato e al futuro. Ho pensato a come le particolarità e i gusti di una persona emergono da cose anche insignificanti, sfiorate da bambino. Ero alle elementari, la prima volta che mi sono imbattuto nei modi e nei tempi verbali. Da piccolo ero abituato a dividere sempre tutto in buoni e cattivi. Mi piacevano i greci e non i romani, i babilonesi e non gli assiri. Mi incuriosivano i persiani e i fenici, era quanto di più lontano potessi immaginare allora. Così, anche i verbi erano simpatici o antipatici. Adoravo il condizionale, mi piaceva per il suono e per la cadenza, ma anche per quel velo di ipotetico che portava sempre con sé come sua condizione; anche se allora ancora ignoravo l’ammirazione per i “se” e per i “ma” che mi sarei portato dentro in futuro. Poi c’era il futuro anteriore, era il tempo che mi intrigava più di tutti, quello che non capivo e che mi affascinava con il suo mistero. Forse sarà stato per l’associazione tra futuro e passato che si porta dentro, per quel futuro che è già un po’ passato. Chissà.
Lunedì 5 concerto di Micah Paul Hinson. Ci sarò.
Lunedì 5 concerto di Micah Paul Hinson. Ci sarò.
venerdì 21 settembre 2012
Via Cassia
L'età della transizione - VI tappa (a ritroso)
Su strada tutta curve rigoglio bagliore di viandanti di direzioni opposte, ignoro la notte guardo dritto in fondo oltre la strada il buio le domande e il sonno dei compagni di tratta. Penso che ci raccontiamo che sì, passiamo il tempo a lasciar credere e immaginare. Che abbiamo mille impegni e cose a cui badare, quando invece è solo l’infelicità a rinchiuderci, e a estenuare la voglia di emergere e incontrarci. Come ai bei tempi. Vita di pause. Al mondo c’è chi cerca l’esperienza della vita e chi soggiace nelle pause interrotte da moti minimi, minuti.
...
Su strada tutta curve rigoglio bagliore di viandanti di direzioni opposte, ignoro la notte guardo dritto in fondo oltre la strada il buio le domande e il sonno dei compagni di tratta. Penso che ci raccontiamo che sì, passiamo il tempo a lasciar credere e immaginare. Che abbiamo mille impegni e cose a cui badare, quando invece è solo l’infelicità a rinchiuderci, e a estenuare la voglia di emergere e incontrarci. Come ai bei tempi. Vita di pause. Al mondo c’è chi cerca l’esperienza della vita e chi soggiace nelle pause interrotte da moti minimi, minuti.
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domenica 16 settembre 2012
Le case degli altri - Ricordo n° 1
Che il giorno dopo, nelle case degli altri, non si può ricominciare da dove si è interrotto la sera prima l’ho trovato scritto in Nirmal Verma. È successo anche a me, studente universitario, tanti anni fa. Allora stavo comodo nella vita, come fosse un pantalone nuovo. Con i miei volumi alti ad amplificare passioni esagitate da interiorizzare. L’avevo incrociata solo sui banchi di università, Anur, era bella, mi colpiva e incurvava la mia schiena costringendomi a guardarla di striscio e occasionalmente al suo saluto di passaggio. Era anche brava, studentessa brillante e curiosa, che aveva visitato continenti lontani sempre con un passo di anticipo.
Per questo non mi spiegavo come quella sera fossi potuto finire a casa sua, senza esserci praticamente mai parlati. Questa non è una storia d’amore, oppure non so, dipende da cosa sia l’amore. Odul era sdraiata sul divano e dormiva a gambe aperte. Ma nessuno le faceva caso, non ricordo neppure quando se ne sia andata. “Se vuoi puoi stare da me stanotte”. Non riuscivo a crederci, avrei voluto chiederle di ripeterlo e ripeterlo ancora, ma non sono stato così stupido e accettai di buon grado senza tradire emozioni. Fra le mie braccia stringevo una chitarra, e mi fece suonare per ore. E poi se la gente sa che sai suonare, suonare ti tocca per tutta la vita e ti piace lasciarti ascoltare. E ti piace ascoltare la voce di lei: suonare con chi sa cantare è un’altra cosa, senti l’arte passarti nelle mani.
“Ho Fame”. E allora cuciniamo di notte, quando c’è il silenzio. “Mi è venuta in mente una cosa”. E allora raccotamela, la ascolterò al riparo dai rumori della città. Ripresi la chitarra e Anur cantò ancora. Dopo le prime luci dell’alba le venne sonno. Poco importa che mi condusse nella stanza degli ospiti. Dopo essere diventati amici mi confessò che quella notte si era chiusa in camera a chiave, ma cos’è l’amore se non un sogno a volte da aspettare e a volte da consumare. Dopo poche ore mi risvegliai e non riuscii a ricominciare dalla sera prima: nulla mi apparteneva, neppure quella notte bugiarda e incosciente, sospesa tra un tramonto e un’alba qualsiasi.
Citazione del mese:
“C’è musica nel seno umano, profumo nel corpo, e sai cosa c’è nel contatto fisico?”
“Fuoco?”
“No, sbagliato, il contatto fisico è come la carezza del loto e del sonno!”
(Gopinath Mohanty, Un letto di spine)
sabato 1 settembre 2012
Montréal
L'età della transizione - VIII tappa
Aurora. Boreale, di ghiacci sciolti al calore del sole città che sorge. Sapiente. Di tendenza. Se stessa. Da McGill a Rue Milton e sempre più a Nord Est ospite di eleganze piene di vita. E quel muovere di musica cinema arte contaminate di etnie ai piedi del duemila, la normalità della lotta quotidiana per creare delle idee. Ne ho sentito solo il richiamo, ma ci giurerei. Studenti in marcia a braccia levate, ci giurerei che è vero e credevano ancora in un percorso alternativo. Grido d’amore a prima vista la coscienza di saperci stare in quella terra allo sbocco del Saint-Laurent, in una di quelle case tutte a punta e scale a coesistere con le nevi invernali e i risvegli estivi di Places des Arts.
Aurora. Boreale, di ghiacci sciolti al calore del sole città che sorge. Sapiente. Di tendenza. Se stessa. Da McGill a Rue Milton e sempre più a Nord Est ospite di eleganze piene di vita. E quel muovere di musica cinema arte contaminate di etnie ai piedi del duemila, la normalità della lotta quotidiana per creare delle idee. Ne ho sentito solo il richiamo, ma ci giurerei. Studenti in marcia a braccia levate, ci giurerei che è vero e credevano ancora in un percorso alternativo. Grido d’amore a prima vista la coscienza di saperci stare in quella terra allo sbocco del Saint-Laurent, in una di quelle case tutte a punta e scale a coesistere con le nevi invernali e i risvegli estivi di Places des Arts.
Imbrunire. Sul bordo di un lago buddhismi di provincia americana fatti a forma di verde rosa giallo blu tonalità rigorosamente pastello legno apparenze e barbecue. Il sorriso giusto è quello a otto denti, nella Val David, e le macchine sono lunghe molto lunghe, o alte molto alte. Sarà davvero quiete la loro? Visti da dentro non mi viene da odiarli. No, davvero. Non l’avrei mai detto.
L’indomani, sole a mezzodì. È la capitale, è normale che risplenda. Di un riflesso ripulito della realtà e per questo ancor più appariscente. Cinta di mura da cavalcare. Lo Château Frontenac, semplicemente il centro monumentale, che non puoi fare a meno di averlo davanti o a sinistra o a destra della vista. Musici e artisti di strada, puoi guardare al fiume come fossi nel Settecento Ottocento mitteleuropeo. Discesa roca nella città bassa, fino al Petit-Champlain, moto di genti giunte da ogni angolo della terra ad affollare botteghe e bistrôt in spazi angusti. Sono solo di passaggio, naturale, non so stare in mezzo a tutto questo bagliore rimesso a nuovo.
Vespro attesa alba nuovo giorno consumato e ancora nuovo giorno. Vorrei che non finisse più. Vorrei fermarmi. La pioggia inonda la mulattiera tra due costoni, mi fermo arranco riprendo alla cerca del numero 12, Montée di non so cosa. Busso alle porte sento respiri tra le fessure delle assi e dei legni nessuno apre potrei crepare qui fuori. L’ultimo sforzo, quello che viene prima di un materasso a dirti che anche tu puoi farcela prima o poi. L’alba di un giorno nuovo, con sole a dare luce ai due crinali e in mezzo il fiume sono già in paradiso e sto sognando. Salgo fin su alle cime guardo all’altezza del mondo passo la mano su tronchi d’acero pini e pioppi su muschi e terra bagnata. Nuoto in acque gelate, le navigo nella quiete e nelle discese rapide. Niente è eccezionale qui, è bellezza ordinaria e per questo vorrei starci sempre un giorno in più e scoprire a ogni aurora che nell’ordinario esiste la bellezza se si è in grado di vederla.
Crepuscolo. Sporco. Altezze di palazzi soffocanti. Strade strette. Rumori e cantieri ovunque macchinari accesi, metropoli odio le metropoli. Qui si è persa la diversità, le persone parlano una lingua sola ma hanno lineamenti diversi, sono tutti di qui, del posto ma tradiscono origini lontane lontanissime, storie da raccontare che forse non conoscono neppure più. Mi chiedo se è questa la direzione dell’uomo, la perdita delle distinzioni la nascita di un essere nuovo che non è più quello di prima che non ha le sembianze dei nuovi venuti e che non ha più confini. Chissà, se saranno tutti nostri simili forse la smetteremo di combattere, ma a quale prezzo, quello della perdita della diversità. Ne ha fatta di strada il vecchio Fort York, dalle sua mura dimenticate la si può vedere tutta a chiare linee. Toronto. C’è chi dice che nella lingua dei nativi significhi ‘crocevia’. Altri –sembra con maggior cognizione di causa- sostengono che significhi ‘nassa’. Tutto torna.
...
giovedì 9 agosto 2012
L'andatura delle onde
È bella la ‘pacienza’ in napoletano perché mette un po’ della parola pace dentro la pazienza.
Non lo mette nero su bianco Erri De Luca, ma seguendo la cadenza della scrittura di Tu, mio sembra volerti dire che guarda alla pazienza come a una virtù, raramente conclamata ma costantemente presente. C’è pazienza nell’imparare a “maneggiare l’arte” della pesca, nell’apprendere l’amore e la virilità, nel godere della giovinezza e nell’ascoltare la storia. Quasi contemporaneamente leggevo Tabucchi, il classico Sostiene Pereira. Distante di lontananze stilistiche, votato alla sintesi e alla semplicità dell’animo umano, mentre De Luca va a frugare nella sua complessità e nelle sfumature. Però sono due libri che si riuniscono altrove, forse anche nella pazienza, voglio dire nell’andamento. Libri di mare, scritti con lentezza. Come un respiro profondo fatto con l’intelletto al sole più che con i polmoni.
Poi nella presenza della storia: da una parte il ricordo immediato della guerra, il giorno dopo; dall’altra l’attesa preparatoria della guerra, il giorno prima. In Tu, mio la guerra è messa da parte (dagli uomini, ben inteso, perché la guerra in sé non vuole essere dimenticata né si lascia dimenticare). Il giovane protagonista che prova a capirla –solo tra tanti ragazzi- non riesce però a conoscerla fino in fondo, finché non ne diviene partecipe in prima persona, seppure con anni di riardo. La memoria può riprodurre l’immagine della guerra su un libro o su una foto, può renderne il suono in un racconto di un sopravvissuto. Ma la guerra chi non l’ha vissuta non sa che cos’è. Rievocazioni, giornate della memoria... è quel che si può fare per ricordare, ma non ci aiuteranno a evitare nuove guerre, perché così è l’uomo di fronte alla storia: le ferite sui corpi si trasmettono sulla pelle dei figli, ma si attenuano su quella dei nipoti e diventano racconto avvincente nell’immaginazione dei pronipoti.
In Tabucchi invece la guerra è nel timore, anzi nella coscienza della tragedia in preparazione. Siamo alla fine degli anni Trenta, a Lisbona gli echi del nazismo sono distanti, meno quelli del franchismo. Il conflitto è nel dilemma della scelta, tra una vita normale sempre più difficile da condurre e l’accettazione della realtà, seguito dall’atto di eroismo destinato al sacrificio. La genesi dell’azione passa per il grottesco, quello di un giornalista che cerca notizie da un prete o da un cameriere (Pereira gli chiese cosa gli era successo e padre António gli disse: ma come, non hai saputo?, hanno massacrato un alentejano sulla sua carretta, ci sono scioperi, qui in città e altrove, ma in che mondo vivi, tu che lavori in un giornale?, senti Pereira, vai un po’ a informarti), ma di fronte alla morte violenta di un figlio –desiderato, mai avuto, sempre immaginato e ricomparso nelle sembianze di un neolaureato in filosofia, innamorato e idealista- di fronte alla morte di un figlio in guerra la scelta non può aspettare: l’abbandono torna a essere vita e atto eroico.
È un bel tipo Pereira, l’ideale di persona che vorrei essere se dovessi mai riuscire a raggiungere i sessanta, davvero un bel tipo. Con o senza atto di eroismo. La sua scelta non è facile: dovrà passare attraverso la privazione della libertà di espressione, una riflessione sul pentimento, confusione interiore e molti incontri. Con due giovani idealisti senza futuro, con ebrei e intellettuali in fuga, o con intellettuali allineati, con dottori a spiegare la complessità dell’inconscio. Ma più che la scelta finale mi intriga il percorso all’interno di una società proto-fascista condotto da uomo qualsiasi, solo, abbandonato alla vita dalla morte della moglie, a suo modo sereno, dotato di gusti semplici e con poche esigenze, di cui si intuisce una gioventù piena, magari anche con predisposizioni “anarchico-individualiste”, ma pur sempre votato alla cultura e non alla politica, un intellettuale poco riconosciuto, a tratti buffo e maldestro, ma aperto al confronto e alla riflessione, a tal punto da capire il dramma incombente e prendere infine posizione.
De Luca e Tabucchi ci dicono che la gente insomma tende a far finta di niente davanti alla guerra, a malcelarla e sminuirla sia prima del suo scoppio, quando cova, sia dopo la sua fine. Prima la si nascondeva dietro a un dito, alla paura o alle manìe di grandezza, a seconda dei casi. Poi dietro alla vergogna: Ero la sola persona cui interessavano quelle storie. Dopo la guerra i vivi avevano indurito il silenzio, un callo sopra la pelle morta della guerra. Volevano abitare in un mondo nuovo.
E chi vuole conoscere la guerra deve imparare prima a non ascoltarla passivamente e poi ad accettare di non averla vissuta, perdendo almeno in parte la possibilità di capirla. Infine la devi accettare senza desiderio di volere ripristinare la giustizia cercando la vendetta. Perché, come scrive Erri De Luca, il passato è così, non si può correggere. Perché i soldati italiani sono stati i nemici di gente comune, perché una volta che i soldati tedeschi sono diventati i nemici anche loro sono caduti gridando aiuto. E dopo averli visti da morti, ll’odio se pure l’hai tenuto in corpo non ci sta più.
venerdì 3 agosto 2012
Tempi di scelte e ribellioni anonime, da uomo qualunque
Mi sono licenziato. Cosa perdo: stipendio. Cosa trovo: sottili libertà. Cosa facevo: per alcuni sarebbe stato più corretto dire cosa ‘non’ facevo. Perché il mio era uno di quei lavori inutili, che ti vergogni a dirlo quando te lo chiedono. Aiutavo delegazioni di enti pubblici cinesi a venire in Italia per brevi visite e incontrarsi con enti pubblici italiani. I cinesi viaggiavano con soldi pubblici e per entrare avevano bisogno di un visto (cioè di una lettera di invito da parte di un ente pubblico italiano) e di un incontro di facciata (al ritorno in Cina avrebbero dovuto portare delle foto a dimostrazione che erano andati in Italia davvero per lavorare). Gli statali cinesi stavano in Italia per 4-5 giorni (Venezia-Milano-Firenze-Pisa-Roma) e incontravano un ente per due ore, il resto vacanza. Gli statali italiani tentennavano prima di firmare le lettere di invito (se poi i delegati cinesi fossero immigrati clandestinamente ci sarebbero state responsabilità penali) ma quando arrivavano le delegazioni potevano perdere una mattinata di lavoro d’ufficio a stringere mani, scattare foto e accumulare racconti da rivendersi la sera a cena. Facevo questo in nero, perché di tutti i curriculum che ho mandato questo è stato l’unico posto con uno stipendio vero offertomi e ora ho una moglie, vorrei affittare casa e fare un figlio. L’ho fatto impegnandomi molto e cercando di vedere se riuscivo a sviluppare contatti più duraturi rispetto ai canoni dell’azienda. L’ho fatto per un anno. Ora ho deciso di finirla qui e di non prendere più in giro nessuno, incluso me stesso. Sono teso per il futuro, forse riuscirò a sentirmi anche liberato una sera di queste. Non riesco ancora a capire, in tutta questa storia, cosa avrei dovuto fare per dimostrare a me e a chi mi gira intorno di avere senso di responsabilità. A breve partirò e al ritorno cercherò di capire. Capire se esiste una strada che potrei percorrere per guadagnarmi da vivere senza fare cose inutili in nero. O se quelli come me non hanno granché da dire nel mercato del lavoro contemporaneo.
Album di giornata:
65daysofstatics, The Destruction of Small Ideas (2007, dall’inizio alla fine tutto d’un fiato)
giovedì 2 agosto 2012
"Luglio suona bene" - Parte III
Cronache dalla cavea, dal laghetto di Villa Ada e dal Circolo degli artisti. Beethoven, Madredeus e Will Oldham più band, tutto in una settimana. Musica e cultura sono tornati nella mia vita, vissute in modo un po’ troppo solitario, ma è pur sempre un punto di ri-partenza.
Si dice che sia stato un attore. Su Will Oldham ho raccolto poche notizie, ma lo ascolto da qualche anno, seguendo alcuni dei suoi tanti, troppi progetti. Il suo nome ritorna, sempre, con costanza, accanto a musicisti che apprezzo e a forme musicali che sento di amare dal 2009-2010 o giù di lì (sempre con i miei ritardi, non sarei un granché come interprete di nuove tendenze musicali di nicchia, ma mi piacerebbe capirne eccome se mi piacerebbe...). La cosa che lascia stupiti è che dietro al 90% dei nomi che sembrano interessanti e in cui uno si imbatte mentre è in cerca di cantautori ci si potrà trovare lui e sempre lui, la sua mano o la sua partecipazione; per il folk dell’ultimo decennio, mi viene da pensare che la sua funzione possa essere vicina a quella di Ben Gibbard per quel filone indietronico-folktronico-glitchpop chi più ne ha più ne metta di inizio Doppio zero: dovunque vai a grattare ci trovi il buon Oldham a cantare in prima persona, a collaborare, a suonare o a produrre... Di lui si parla come di un abile scrittore di liriche, ma finora non ho mai avuto la dovuta pazienza da dedicare ai suoi testi. In realtà non saprei neanche indicare le sue migliori canzoni, però lui nella mia quotidianità c’è, con incisioni ascoltate con abituale costanza, a riecheggiare gran parte degli stati d’animo che mi contraddistinguono da tre quattro anni. Le scelte di Sorrentino hanno consolidato le mie buone convinzioni nei suoi confronti, il suo personaggio di personalità ha continuato a incuriosirmi fino a creare attesa per una sua esibizione in Italia. Ho saputo della sua data romana per caso e con tre giorni di anticipo, dopo aver già speso decine di euro in eterogenee attività concertistiche e con l’impegno -già preso- per andare a vedere di lì a pochi giorni anche il concerto di Anna Calvi. Tant’è che... vabbè, chissenefrega, tiro fuori i miei 15 euro e passa la paura. La sala non è piena, molto meno di quello che avrei potuto pensare considerando frontman e location. Il personaggio c’è, lo stile pure e anche il contatto con il pubblico. Atmosfera gioiosa nonostante la natura introspettiva di molti pezzi. Facile capire di trovarsi di fronte a una persona che sa comporre e rendere sul palco con la dovuta fiducia e la giusta forza demistificatrice. Poi attorno ha cinque buoni musicisti e ottimi controcanti. Sembra quasi che reciti delle movenze goffe sul palco, da buona anti star in grado di trascinare il suo pubblico. Nella sua musica non avevo mai dato troppo peso alle componenti country, che qui invece fanno da padrone con ironia e festosità. All’inizio quasi me ne sono dispiaciuto ma poi ho preso bene il tempo alla reale natura e tutto è rientrato nell’armonia della musica del buon Oldham. Cosicché, al momento del bis, non mi ha per nulla stupito vederelo rientrare con camicia di jeans e sopra stelle e lune rosso fosforescenti per un country in più. Un’ora e mezzo prima, mentre entravo in sala a concerto iniziato, invece sussurrava melodie con fare poetico. Mi ero appoggiato al muro: davanti a me la figura di una donna distesa lungo la parete, un’acconciatura di spalle a forma di casco, un ventaglio che staglia il calore estivo e sullo sfondo la luce verdastra che viene dal palco per riflettersi sul volto di tre quarti della sconosciuta. Un’immagine che sembrava fotografia di Christopher Doyle, forse da scattare a Kyoto o forse a Hong Kong. Chissà se Will Oldham avrebbe potuto scriverci una canzone.
martedì 31 luglio 2012
"Luglio suona bene" - Parte II
Cronache dalla cavea, dal laghetto di Villa Ada e dal Circolo degli artisti. Beethoven, Madredeus e Will Oldham più band, tutto in una settimana. Musica e cultura sono tornati nella mia vita, vissute in modo un po’ troppo solitario, ma è pur sempre un punto di ri-partenza.
Del Portogallo non ho mai saputo granché: Lisbona me la immagino lenta e indolente, ma intellettualmente impegnata. Con porto, calli, caffè un po’ malinconici e gente che guarda agli spazi sterminati degli oceani. Fotografia ben precisa, che ritorna ostinatamente, ma difficile da mettere a fuoco, forse perché in realtà non ci sono mai stato. Mi chiedo anche se il mio Portogallo abbia qualcosa a che vedere con la città vera. Ho letto Saramago, leggo Tabucchi, leggerò Pessoa e forse un giorno anche Pires e Antunes. Penso i grandi navigatori dei secoli andati, ho un’idea vaga della spigolosità di Amália Rodrigues e non sto troppo a pensare se non ho mai visto un film di de Oliveira. Forse a darmi quell’immagine di mare e caffè, intelletto e nostalgia sono i Madredeus. O Paraiso anni fa mi ha squarciato, ha soppiantato Lezioni di Piano di Nyman nei miei momenti di studio, ricerca, di lettura e di profondità condivise. A seguire mi sono procurato Faluas do Tejo e Ainda, creando un contatto con il fado più sul piano della percezione che su quello della ricerca e dello studio. Forse perché sin dal primo ascolto è stato come mare a permeare spiaggia, con così tanta naturalezza da farmelo sentire come fosse stato sempre mio. Forse perché ha accompagnato i momenti in cui mi innamoravo della ragazza che avrei infine sposato. Non mi sono neanche poi interessato granché a come sia cambiata negli anni la formazione, ho scoperto da poco che Teresa Salgueiro ha lasciato il posto a Beatriz Nunez e che le formazione originale è pressoché scomparsa. Si legge di una musica che negli anni ha preso le distanze dal fado per votarsi alla contemporaneità, ma chi li conosce a modo mio non fa caso a queste analisi approfondite, volte a spogliare e decodificare. Sì, saranno pure cambiati nel tempo ma le sensazioni che provo ascoltandoli sono un porto sicuro e caldo. Prima di vederli dal vivo ero davvero emozionato. Nota intonata: l’unione di voce e chitarra con attorno alberi e lago di sera a creare una simbiosi distaccata dalla realtà. Nota stonata: una lieve abbondanza di violini (ma sempre magistralmente suonati) e alcuni suoni staccati dalla tradizione. Ma erano pur sempre i Madredeus e tanto l’animo quanto l’intelletto sono stati colmati.
domenica 29 luglio 2012
"Luglio suona bene" - Parte I
Cronache dalla cavea, dal laghetto di Villa Ada e dal Circolo degli artisti. Beethoven, Madredeus e Will Oldham più band, tutto in una settimana. Musica e cultura sono tornati nella mia vita, vissute in modo un po’ troppo solitario, ma è pur sempre un punto di ri-partenza.
Musica classica. Ho sempre pensato di non avere l’orecchio abituato per godere della musica classica. Ci ho provato poco nella vita finora, ricordo come abbia tentato di avvicinarmici intorno ai 16 anni o giù di lì. Non è mai stato un problema di fascino e di ascendenze. Le sinfonie mi hanno sempre incuriosito anche da bambino, quando ne ascoltavo il volume spropositato straripare dalle pareti dello studio paterno e restavo a contemplarne l’inaccessibilità a discapito delle esplosioni orchestrali. Epica solenne, interiorità, alone di mistero. Mi incuriosiva la musica classica, anche per la strana –e tanto, quanta umana- commistione di regole e passione. A provare a capirla ci provai per la prima volta in età da liceo. Era un periodo strano, di amori tormentati e passioni sfrenate. Il mio approccio fu analitico: estrapolavo dai 33giri ogni passaggio di una musica sinfonica, dandogli un titolo che ne coglieva aria e atmosfere, e registrando ogni variazione e ripresa, i crescendo e le pause, la quiete e l’orchestra. Erano anche gli anni in cui mi commuovevo sentendo i frammenti delle opere più conosciute: Ridi pagliaccio sul tuo amore infranto, ridi del duol che t’avvelena il cor... Vesti la giubba, la tragicità di questo passaggio mi inchiodava alla dignità della sofferenza; Ma il mio mistero è chiuso in me, il nome mio nessun saprà! No, no, sulla tua bocca lo dirò, quando la luce splenderà... Nessun dorma, un inno alla delicatezza unita all’estasi più pura del suono. Così, aveo scelto di confrontarmi anche con le sinfonie. Presi un po’ a caso tra i tanti: Borodin, Tchaikovsky e Wagner (lui sì, volevo farmelo piacere a tutti i costi) e mi misi a catalogare con spirito analitico ogni frammento delle loro opere per provare a memorizzarne le evoluzioni e rintracciare le radici delle esplosioni strumentali. Fu un tentativo razionale che non portò a molto, ma lo accompagnai con una lettura emotiva, non avendo gli strumenti per cogliere tecniche e contesti storico-culturali. Una quindicina di anni dopo non è cambiato molto. Mi ha fatto effetto vedere per la prima volta dal vivo un’orchestra suonare, abbinarla al volo dei gabbiani o a quello degli aerei diretti chissà dove in un cielo volto al crepuscolo. Mi ha toccato, molto, a tratti, ma a volte ero totalmente assente, distaccato da ciò che avveniva sul palco e ho avuto l’impressione, proprio come a quindici anni, che mi siano mancate delle chiavi di accesso. La musica sinfonica continua avere un sapore troppo aristocratico per la mia semplicità nel vivere la musica, forse è per questo che non sono riuscito a farmi scuotere fino in fondo dalla nona di Beethoven. Mi è bastata l’emozione di sentire un’orchestra dal vivo. E ad ogni modo non ero lì solo per me, ma per accompagnare la gioia di un’altra persona: auguri papà, è bello vederti felice come me da bambino e mi portavi a giocare in un parco acquatico in una qualunque giornata d’estate.
Canzoni del mese:
Giacomo Puccini, Nessun dorma
Ruggero Leoncavallo, Vesti la giubba
Madredeus, O Paraiso
Madredeus, A andorhinha da primavera
Madredeus, Coisas pequenas
Bonnie Prince Billy, Strange form of life
Bonnie Prince Billy, Lay and love
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