lunedì 29 luglio 2013

Hanno tutti ragione


Oltre a star dietro a una macchina da presa scrive pure, Paolo Sorrentino. Con gli stessi limiti che gli si attribuiscono da regista: un certo squilibrio nel dosare le parole, a sovraccaricare con esuberanza riflessiva. E un certo eccesso nel gusto del pathos, dell’emotività –trattenuta, sviscerata o manifesta che sia. È vero, son limiti che mi sembrano condivisibili, con tutto l’amore che provo per i suoi lavori. Ma chissenfrega della perfezione, quando ci si trova di fronte a una riflessione di tale onestà e intelligenza umana. Guardarlo al cinema ti astrae dal mondo (“È per questo che non vado mai al cinema. Quando lo spettacolo finisce, fuori c’è la caducità della normalità. E questa escalation brutale, violenta, mi fa soffrire come un povero uomo tra i poveri uomini. Mi fa sentire fuori dalla vita alla quale vorrei appartenere per sempre. Quella del film. Fuori, è tutto uno stupro”), leggerlo è un tuffo nella profondità che la percezione dell’animo umano può raggiungere di fronte alla vita, alla natura e alla coscienza. Eccolo qui un pezzo di Sorrentino, un passaggio tra i più rappresentativi di quel presupposto de La grande bellezza che è stato Hanno tutti ragione sotto forma di libro:

“... E tutti lì a tormentarsi su queste quattro lettere che toglie loro il respiro: figa, figa, figa, figa, figa.
Non dormono tutta la notte, l’appetito se ne va, si bombardano di schifezze da tutte le parti per avere la cosiddetta erezione (che brutta parola, erezione!) per introdurre, introdurre, introdurre.
Questo l’obiettivo, lo scopo, la ragione di vita. Cosa c’è attorno? Niente. Non sentite odore di morte? La morte non è la scomparsa del desiderio, quella alla mia età si fa irreversibile e fisiologica. Che cazzo ci vuoi fare? Macché! La morte sta nella semplificazione del desiderio. Così come l’altra morte sta nella semplificazione del linguaggio. D’altronde, il desiderio è stato sempre perennemente appeso ad un’articolazione spettacolare e variopinta del linguaggio. Vanno a braccetto , come le commarelle.
Ma non è sempre stato così. Sessantasei anni fa, mia moglie si è voltata e mi ha guardato come non mi aveva mai guardato. Mi ha guardato come il sentiero s’illumina d’incanto, mi ha guardato come il bambino divertito dagli schizzi d’acqua. Così mi ha guardato ed è stata la rivoluzione di me stesso. Non sto dicendo che mi sono innamorato. Sto dicendo che mi sono eccitato l’anima per una torsione del collo. Vero Carla? Te lo ricordi, Carla? Eravamo ragazzi, Carla. Tutta l’incredulità del mondo ci cadeva addosso senza pudore. E quelle vampate nella scoperta della tenerezza, Carla, ma non valevamo più della vita stessa? Io penso di sì, Carla. Annuiscimi ancora una volta, Carla. Lo hai fatto per tutta la vita, non me lo negare adesso. Adesso che trascorro le giornate a salutare il mondo perché ogni giornata si preannncia come l’ultima. Annuiscimi ancora. Abbiamo sudato le nostre ascelle con lacrime di commossa partecipazione mentre ci baciavamo a Capri. Dentro i labirintiti dell’estate perenne. E un attimo dopo progettavamo la grandezza della famiglia. Progettavamo la responsabilità, come antidoto a tutti i mali esterni che pure ci sono stati. La responsabilità, l’unico rimedio scientifico contro l’horror vacui. La partecipazione emotiva a tutte le sfumature uno dell’altro. Una morbosità indispensabile, Carla. Sentire le proprie spalle accarezzate dalla mano libera, Carla.
Ma dove stavamo? Sospesi e galleggianti nell’istante. Se solo un dio avesse potuto cristallizzare il nostro sentire. Farci stalattiti umane per tutto il tempo. Non avremmo trascorso i successivi sessant’anni ad acchiappare disperatamente l’istante andato e che non è tornato mai più, perché corrotto dal nostro sapere, dal nostro aver provato, Carla. Abbiamo vagato in coppia, come i barboni all’angolo della strada, alla ricerca non del Tavernello, ma dell’istante e degli istanti amabili. Ma come è stato bello, Carla, il tempo in cui l’ingenuità era una risorsa e l’ignoranza un concentrato di saperi. E i fiori dell’estate che opprimevano i nostri cuori, anche questo ci dicevamo, addensati dentro una retorica possibile e dannunziana, perché esclusiva e condivisa dentro i nostri occhi tristi e felici, l’unica retorica possibile, Carla. Vivere insieme, Carla, come noi abbiamo scelto, ierofanici, ossidionali, ineffabili, ha voluto significare anche cogliere il senso del ridicolo di tutti e due, da soli e insieme, e ammirare, con forza e perseveranza straordinarie, quel senso del ridicolo che scappa via dalle gonne e dai pantaloni, come la vipera che vedemmo a Maratea sotto brutti fuochi d’artificio. Estenuati dalle nostre stesse, infinite parole, fluttuati nei rigurgiti rumorosi della noia e delle noie reciproche, eppure estaticamente assuefatti a quell’idea di unicità, di insostituibilità che non ci ha reso unici, dal momento che nessuno è unico, ma insostituibili sì.
Ecco, questo siamo stati, insostituibili.
L’amore è l’insostituibilità...

Paolo Sorrentino, Hanno tutti ragione, Milano: Feltrinelli, 2010.


martedì 28 maggio 2013

Per sempre insieme, dieci minuti e poco più - Ricordo n° 3


Lei è in vita. Io no. Lei ama esternare, condividere, ridere, emozionarsi, provare, comunicare, conoscere, intraprendere, andare un po’ più in là per vedere cosa succede. Io ritaglio stasi, punti di osservazione, scavo rifugi, guardo non visto passanti e personaggi di fantasia, moderno Soares non acclamato. Per un esercizio estetico che implode e si esaurisce in se stesso, un orgasmo controllato con i guanti, che scorre sensi e intelletto.
Ma allora perché camminiamo sulla stessa strada, stesso marciapiede, stessa direzione, stessa andatura uno di fianco all’altro? E parliamo, ridi e ti appoggi al mio braccio. Pensa, sorrido anch’io. 2006. Uno, due, tre... sette anni. Probabilmente a luglio, seconda decade. Dopo non so quanti anni è stato il giorno in cui una donna mi ha abbracciato e io mi sono ritratto, ma non sono riuscito a evitarla. L’ho sentita su di me. Ho avvertito le braccia che mi cingevano, il volto sul mio petto, respiro, occhi spenti e capelli che scivolavano lentamente sulla mia pelle.
Apprezzo il tuo coraggio d’essere, sei la copia del mio immaginario ideale, se solo non fossi così contenuto, con emozioni involute e ritratte. Ho passato gli ultimi giorni a pensare ai nostri passi sovrapposti. Passi senza scarpe e con piedi nascosti, perché per tutti e due (ma per motivi diversi) i piedi rendono vulnerabili. Porta d’accesso discreta sull’animo degli estranei. Non gli occhi, non i gesti, ma i piedi. Poi, per carità, dopo un’ora le nostre impronte non erano più sovrapposte e già prendevano strade diverse.

Citazione del mese:
"Mi domando come facciano le coppie che devono convivere giorno dopo giorno. Non hanno intervalli in cui recuperare lo stupore per il corpo dell’altro" (Nirmal Verma, Weekend)
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mercoledì 22 maggio 2013

Cose di questo mondo – Esploratori d’altri tempi


C’erano una volta Giovanni da Pian del Carpine, Ibn Battuta, Zheng He, Niccolò da Conti, Ferdinando Magellano, Richard F. Burton, Sven Hedin e tanti altri.
Questa volta invece c’è Jamal. Anzi, c’è Jamal e c’era Enayatullah.
Un viaggio al contrario, non per esplorare ma per implorare una vita a Londra. I giochini americani dalle parti del petrolio vanno avanti da più di mezzo secolo. Gli aerei si sono schiantati da meno di un anno e i rifugiati afghani affollano i campi pakistani di Peshawar. Iran. Turchia. Italia. Francia. Gran Bretagna. Il traffico umano si riflette in un giro di soldi fatto di truffe e stenti, fino a perderci la vita. Perché un essere umano deve scegliere tutto questo. Perché non può semplicemente cercare di strappare alla sua terra una lurida esistenza, fatta di senso del vivere e di attesa della morte.
Le distanze sono incolmabili. Per quanto potrà mai provarci, uno che sguazza nella società dei consumi non saprà mai chi è un profugo. Non ne capirà mai niente, perché mentre è lì in un pub di San Lorenzo a scolarsi birre e bottiglie di vino con lo stipendio che non ha, il clandestino è coperto di luci in testa come un pagliaccio travestito a lutto. Non consuma. Lampadine, grattaschiena, allarmi e aeroplanini come un albero di natale con le gambe, per fare qualche chilometro in più e arrivare dove? Più lontano del pub sotto casa, perché guarda alla vita da un’altra angolatura, quella di chi nasce nelle privazioni, dall’altra parte della sera.

Canzoni (+video) del mese:
Riccardo Sinigallia: Solo per te
Spiral 69, Love is for losers
Tiromancino, Blu
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sabato 11 maggio 2013

Siena

L'età della transizione - XII tappa 
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Hanno tutto. Prati. Colline. Città. Mercanti. Banche. Arti. Le vigne sono filari e venature, gli uliveti macchie cadenzate a misura d’uomo. Quando le nuvole si fanno terse all’altezza dei prati irridescenti, gli umani caduci hanno accesso alle trame incavate della natura. Assistono staccati appassiti: estremo che si riflette nel suo opposto, di cui ha fame e si nutre come bestia condannata all’esistenza. Non è un caso che qui convergano coloro che scavano nello spirito, ritratti nei loro anfratti e sfiorati dai pellegrini. Santi e peccatori. Ancora oggi, ancora oggi che l’uomo entra nel secolo della Rinascita. Oggi si rinasce dal dogma dell’uomo creatura di Dio, che aspira e decade. Oggi le parole sono stampate sui libri, le prospettive fanno reali tele e affreschi. Mercanti da ogni dove e ogni razza entrano nelle cinte murarie delle signorie con lettere di cambio. È l’avvento del capitale, che innalza la vita umana al movimento, al riflusso delle genti. Dalle terre papali ho traversato i colli senesi fino al borgo delle ventitre contrade, affollato di ligrittieri e speziali, vasai e artisti, battilana e setaioli, tessitori e cuoiai, falegnami e fabbri, e ancora tintori, calzolai, fornai, notai, orafi e banchieri. Qui nasce qualcosa di nuovo, qui si leva la città.


lunedì 29 aprile 2013

Sulla crisi

Riflessione incidentale, una volta tanto che accendo la tv. Enrico Lucci non è nessuno, fa il suo lavoro, viene pagato e al mondo esistono una miriade di lavori più utili, più coraggiosi, meno visibili e più impegnativi. Enrico Lucci non è un eroe. Ma mi piace da morire.
Così succede che si trova nelle condizioni di poter recapitare dei messaggi che, con un minimo di curiosità in più, molte persone avrebbero potuto acquisire per conto proprio; messaggi che in molti prima di lui hanno provato a diffondere senza però possedere le dovute ascendenze. La società è complessa e composta da moltitudini di individui, è difficile trovarsi e talvolta anche cercarsi o semplicemente ascoltarsi. Per cui anche i Lucci hanno il loro perché.
Ieri sera ha proposto una serie di persone che hanno sviluppato delle idee ritagliandosi un proprio spazio nella società, a prescindere dalla crisi. "Non c'è mai l'idea buona, l'idea buona viene facendola" e mettendo in gioco quel che si ha.
Per vari motivi, io sono tra quelli che non credo potranno mai agire solo sulla forza delle proprie idee e non so come attraverserò la crisi di questi anni. Ma anche a uno come me quei sette minuti hanno dato forza e fiducia.
Einstein è facile citarlo, più difficile è maturare per conto proprio certe prospettive sulla vita:

Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose.
La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E' nella crisi che sorgono l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie.
Chi supera la crisi supera se stesso senza essere 'superato'. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni.
La vera crisi, è la crisi dell'incompetenza. L'inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c'è merito. E' nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l'unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla".

(Albert Einstein, Il mondo come io lo vedo, 1931)

Canzone del mese (nel nome della Liberazione):

Bandajorona, Roma città persa
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giovedì 11 aprile 2013

Er poeta se n'è annato

Il mio regalo sarà quello di andarmene in silenzio.
Ho smesso di generare affetti da anni, lo considero un atto d’amore, l’ultimo che ho scelto nella mia esistenza.
Da giovane non ero così, facevo della passione la mia sostanza di vita, carne e sangue da fendere e lasciar fluire. Ho avuto anche un periodo di vita normale, oh, sì! Con moglie, con figli.
Dopo però la schiena si è incurvata. Non ricordo esattamente quando è iniziato, ma è normale. Dai semplici indizi arriva l’accusa, dalla complessità dei sentimenti umani prendono forma pieghe, e da lì grovigli che sono inestricabili. Poi mi sono svegliato. Era mattino, come al solito, ma non capivo più dove mi trovassi, perché ero lì, in quel punto tra i tanti. E comparve la morte, quella vera, così diversa dalla morte decantata in versi. Proprio lì, al mio fianco. Prendeva le facce delle persone che mi erano vicine. Le storpiava.
Sbattei la testa contro il muro, sedici volte. Non era cambiato nulla intorno.
Così me ne sono andato: sguardi, sguardi alle cose che più ho amato e poi via. La gente poco a poco dimenticò, solo di tanto in tanto qualcuno si chiedeva “chissà dove sarà finito il vecchio”. Il tempo di uno sguardo distolto e poi di nuovo tutti lì, a ridere davanti al bicchierino, con un’altra storia da inventare. In società. Vi ho amato, cari tutti, molto più di quanto vi abbia dato possibilità di amarmi.
Cuore di passante in transito. Che guarda e scruta l’agire umano senza aspettative, senza desiderio di comprensione.
Mi sono sempre rintanato, ogni giorno sempre un po’ di più. Ho scoperto le mie rughe nuove e ho perso la mia età. Non me ne vado per vedere se c’è qualcosa in più da scoprire, me ne vado perché le mani e il fegato hanno la pelle lacera e non ho più forza per rimanere aggrappato. Me ne vado sbattendo la porta, da contemplatore.
 È un gran regalo questo qua, perché nessuno piangerà sulla mia tomba. Forse vigliacco, forse coraggioso tra i coraggiosi. Quello che vi ha rifiutato in tutto e per tutto senza smettere di amarvi.

Canzoni del mese:
Muro del canto, La spina
Ardecore, Miniera
Marco Parente, Il giardino delle cose vaghe 
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domenica 24 marzo 2013

A scuola di comunismo - Ricordo n° 2

Ma chi cazzo saranno mai i suoi genitori. Ma che cazzo vorranno mai dire i loro discorsi.
D’accordo, contro il sistema, contro il mercato e per la rivoluzione. Io nella mia vita avevo partecipato solo a due autogestioni; quando avevamo fatto finta di occupare, mezz’ora dopo ero già fuori, ancora un’altra mezz’ora e sarebbe arrivata la polizia. Mentre io richiudevo la porta di casa ed entravo in bagno a farmi una sega. Sono cresciuto al confine tra periferia e piccola borghesia cattolica, neanche sapevo chi fossero Ferretti-Zamboni-Canali-Maroccolo, che cazzo si poteva pretendere che ne capissi di Engels. A quei tempi la cosa più simile al comunismo che potevo immaginare era l’amore libero.
I suoi capelli neanche li capivo. Ricci come solo i neri sanno averli. Con la pelle andava già meglio, quel mulatto che sapeva di bellezza anche per uno come me, che studiava solo per arrivare al quieto vivere, ignaro totale dei suoi interessi. Lei, anche lei, non sapevo da dove tirasse fuori tutta questa coscienza di classe a scuola di comunismo. Avrò fatto cinque o sei incontri, un paio di porta a porta per il giornale autofinanziato e mi sono inculato un libro che neanche avrei finito (sempre ‘sta lingua da professori che parla del popolo senza sapere parlare al popolo). Tutto questo perché non avevo avuto le palle di argomentare che non me ne fregava un cazzo di Marx. Meno male che poi ho iniziato a vedere i suoi ricci fuori da quello scantinato da aspiranti cospiratori.
Ci leggevamo le nostre poesie e scoprivo il suo corpo di donna. Non so se sia stato amore, forse a modo suo. A distanza di anni mi disse che ripensava a noi come a qualcosa di puro. Nelle mie rimembranze non l’avevo mai vista in questi termini, io rivedevo solo la voglia di toccarla ovunque e comunque. Era proprio quello che intendeva lei. Nelle porcate alternate a curiosità e poesia si cullava la nostra purezza.
Neanche come aspiranti militanti facemmo molta strada. Lei finì in un MacDonald a friggere patatine e la nostra storia di amore e rivoluzione andò a puttane, lasciando fotografie dagli angoli bruciacchiati nei cassetti richiusi. Mi cercava e non mi lasciavo trovare. Voleva una reazione e io pensavo meno male forse ha capito e me la levo dai coglioni, sotto alla prossima.
In questa storia non feci la figura di un eroe, ma quella del coglione. Sarebbe andata così per altri due tre anni, ma non c’è problema: in amore prima o poi tocca a tutti e presto le avrei prese anch’io di santa ragione.
Passarono anni prima che ricevetti una sua lettera. Una lettera con francobollo. Nella cassetta della posta. Lei. Proprio lei. Cominciammo a vederci da persone mature, ma le mancava qualcosa, credo le dispiacesse per quella purezza andata. Eravamo stonati.

Canzoni del mese:
Rino Gaetano, I miei sogni di anarchia
Alessandro Mannarino, Maddalena
Raffaello Simeoni, Anema e colore
Afterhours canta Area per radio alice, Gioia e rivoluzione
Daniele Silvestri, Le strade di Francia
Unorsominore, Ci hanno preso tutto
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giovedì 14 marzo 2013

Zurigo

L'età della transizione - XI tappa


Mastica e crepa. In una landa desolata. Dove c’è solo neve e qualche bosco spoglio. Arrivammo alle cascate nel pomeriggio, seguendo i binari. Stanchi. Affamati non so di che. Le guardammo in silenzio. Un minuto. Due. Tutta quest’acqua che scorre, tanto ardore per cosa. Dopo mezz’ora eravamo di nuovo lungo i binari, zaino in spalla. Neve e qualche bosco spoglio. L’inverno si è inghiottito la gente il mondo i suoni i rumori. Neve. Passammo per Andelfingen e ci accampammo alle porte di Rapperswill, vicino al cimitero del castello e sui bordi del lago. A spaventarmi non erano le anime dei morti, nei loro sepolcri a forma d’arte, ma i vivi. I vivi, senza sorrisi. Che parlavano solo se interrogati e dopo aver risposto se ne andavano. Capo chino. Il giorno dopo ci perdemmo. La nebbia era bassissima e finimmo non so come alle porte di Lucerna, località Kriens. Salimmo. Salimmo. Salimmo. Salimmo fino a non averne più e a riscoprire lo stupore. Dove le nuvole stanno ai tuoi piedi e all’altezza dello sguardo ci sono solo le vette. Levigate dal sole. Limate dal vento. Distese dalla neve. Sopite dal freddo calore di mezzogiorno. Scavai la montagna e girai intorno alla sua cresta per guardare non visto le cime intorno. Seguii il profilo nel ghiaccio e scrutai, fumo alla bocca mani gelate. Ma scrutai. Alle spalle, guidato dall’animo finalmente in pace del quinto prefetto di Giudea. Nei giorni successivi riposammo tra Lucerna e Zurigo. Ai piedi dei campanili smeraldo più sottili e scagliati al cielo che avessi mai visto in vita mia. E le loro chiese. Spoglie di icone, dove non onorano dei con ori, olii e marmi. E le pitture su pallide mura severe, austere e ben disposte, è questa la Riforma che mi hanno raccontato. Di quando più di quattrocento anni fa la cultura convergeva sulle lande di Germania, nelle aule e nei corsi universitari del Nord al centro d’Europa. Seilengraben e dintorni.

domenica 10 marzo 2013

In-amore, in-gioia, in-dolore


给你土上的灰
看怎么样能造成生命的坛
给你海里的盐
让你品尝生命的伤口

你经过远方的边境
看过世界各别的表情
在河的对岸
等你的爱人充满精神

阳光还在看着我
把自己的手放在你手里
叶子上已经起了皱纹
像人们一样娇嫩

从土到云又到天上的月亮
人类的悲剧也是人类的喜剧
寻找回音
渴望平静
落到激情
实现平衡

给你土上的灰
看怎么样能造成生命的坛
给你海里的盐
让你品尝生命的伤口


Ti do’ la cenere che è sulla terra/ per vedere come riesci a dare forma all’altare della vita/ Ti do’ il sale che è nel mare/ per farti assaggiare le ferite della vita.
Hai passato confini lontani/ Hai visto l’espressione senza eguali del mondo/ Sull’altra sponda del fiume/ aspetti che il tuo amato si riempia di coscienza.
I raggi del sole mi stanno ancora guardando/ mentre metto la mia mano nella tua/ Sulle foglie sono già cresciute le rughe/ sono come le persone, fragili allo stesso modo.
Dalla terra alle nuvole, fino ancora alla luna che è sopra al cielo/ la tragedia umana è anche la commedia umana/ alla ricerca di echi/ avida di quiete/ in caduta nella passione/ nell’acquisizione di equilibrio.
Ti do’ la cenere che è sulla terra/ per vedere come riesci a dare forma all’altare della vita/ Ti do’ il sale che è nel mare/ per farti assaggiare le ferite della vita.

martedì 26 febbraio 2013

Sul voto

Non credo che il voto sia di per sé lo strumento di governo democratico più efficace a disposizione della popolazione, anzi mi sembra somigli più a un pericolo per la democrazia. Su cui arrovellarsi per esercitare il diritto al nulla. Sembra mangime per piccioni, molto più attiva la partecipazione sociale, o almeno io la vedo così.
La crisi, il grillismo, i discorsi sulla casta, il ritorno di Berlusconi, il decadimento della sinistra... tutti questi fattori mi hanno restituito slancio e 'senso di responsabilità' che in linea di principio -vista la premessa- non avrei dovuto provare prima delle elezioni. Magari di mezzo c'è anche la mia vita da semi disoccupato che mi lascia tempo se non altro per leggere di più. Probabile. E anche il fatto che sono le prime elezioni dopo anni che mi faccio in Italia, da italiano, per quanto potrò mai sentirmi italiano.
Comunque non mi sembra di averle dominate queste elezioni, resto ancora confuso di fronte alle parole propinate, non domino idee ben precise e rimango indietro. Ad esempio, mi piacerebbe capire una volta per tutte di cosa ci ha privato questa sinistra per essere così nulla da non esistere più. Voti alla mano, a prescindere da me. O sapere col senno di poi che fenomeno sia stato e sia ancora -per quanto strascicante- il berlusconismo. Avere quella chiarezza di vedute data dalla distanza. Lontano dai pro e dai contro urlati su carta stampata o nello schermo.
E la comunicazione. Che arma è la comunicazione e perché la gente più onesta spesso non sa comunicare o non riesce a far pervenire la propria comunicazione.
Poi il Movimento, capace di catalizzare le illusioni di tutti. Ma è davvero così "comunicativa" la Casaleggio e associati, o molto ce l'ha messo il contesto? E chi sono quelli del movimento, al di là del blog, dei gruppi di studio per i programmi, dell'incompetenza politica che travisa la purezza incontaminata, della democrazia che rifiuta chi non cade nella rete?
Anche se ero meglio disposto verso queste elezioni, devo rassegnarmi e riconoscere di essere rimasto troppo indietro per potere dare un voto di coscienza piena.
Una cosa che mi rimane è il commento di un utente alla riflessione sul significato di destra e sinistra fatta dal Wu Ming. Il tutto era finalizzato per tastare il grado di fascismo della compagnia grillina. L'utente in questione, tale VecioBaeordo, interviene per rispondere a un elettore del movimento che riconosceva a Grillo di aver interpretato l'alterità della classe politica dalla gente, prendendosi poi il merito -e il rischio- di avvicinare migliaglia di cittadini alla gestione della cosa pubblica. Il buon VecioBeardo conclude il suo commento con una frase per cui lo ringrazio, anche se non so chi sia. Almeno mi ha lasciato qualcosa di duraturo in queste elezioni per me così sfuggenti. Scrive:
«Dov’è la truffa? Nella parola “loro”.
E’ vero che c’è una frontiera, un di qui e un di là, e che la frontiera per il fatto di esistere produce uno o più “loro” da ognuna delle parti. La nostra parte animale funziona così, riflesso automatico. Ma sono convinto che ogni volta che mettiamo nel mirino qualche tipo di “loro” siamo in qualche modo fascisti a nostra insaputa, perché smettiamo di cercare un modo e cominciamo a cercare un colpevole. E così facendo, noi diventiamo colpevoli come “loro”, e i problemi restano dove sono».

Canzoni del mese:
Renzo Rubino, Il postino (amami uomo)
Ilaria Purceddu, In equilibrio

p.s. eh sì, anch'io ho visto sanremo, ma come succede in politica anche lì i miei non vincono mai.

venerdì 15 febbraio 2013

Lisbona - Porto

L'età della transizione - X tappa


Arrivati l’abbiamo fatto in silenzio. Silenzio senza strusciare ante ciabatte stanza a quattro piazze su una piastrella (blu su sfondo bianco di pescatori preti contadini artigiani) niente più. Qui. Niente condensa. Serrande abbassate. Sabato pomeriggio. Spazio intorno aria da respirare. Per strada. Costruzioni arroccate dal fiume in su. A tinte pastello. Glorie squassate di re e navigatori, neoclassici barocchi diroccati e vetri a pezzi. In bianco e nero. Dammi un’altra pasticceria, ridammi i tram scoscesi dell’Alfama e il pesce, dammi il pesce, un tinto e passo cadenzato al sole che accieca. Resta. Nei silenzi di Belem. Nel fondo vuoto dell’oceano a frantumare patimento, colpo su colpo sui moli di Boavista. Nel canto di chitarra che non è pena e non è gioia colmo ricolmo di sentimento consegnato al bello. Del silenzio fra me e te, soli in due, due anni e colpi di tosse. A rompere il silenzio e a sentirlo ricominciare laggiù, lungo il fiume e in prossimità del mare.

José Fialho Gouveia, Volta a dar.

venerdì 1 febbraio 2013

Il mio nome era Marlene

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Chissà quanti di loro ho già incrociato sui campi di battaglia. Con quanti di loro mi sono scontrato forse dieci anni fa, spalla contro spalla o ventre al cielo. A correr dietro a foghe passionali. Nell’impeto dell’autoriconoscimento in un gruppo, che parlava di sentimenti con una sola lingua, eccola lì, forbita e alt(è)ra: divine e cervelli bruciati con il vocabolario in mano. “Esisziale secco e disumano scarto di secondo che vale tanto quanto una vita”. Forse il primo verso che ho imparato a sbiascicare, aggrottato sulla mia sedia. Di sera. Mentre gli altri erano davanti alla televisione. Mentre io battevo a macchina e mi sentivo un poeta. Pensando alla beatrice di turno.
Chissà come sono cambiati in tutti questi anni. Quando andavamo ai concerti non facevo caso a loro, si sa, il palco è il palco. Forse oggi non li avrei riconosciuti lo stesso. Eppure ce n’erano tanti tra i trenta e i quaranta, tutti più tranquilli dei ventenni con cui sfogavo le mie pene tanti anni fa. D’altronde anch’io questa volta ho ascoltato in disparte, avviluppato in me stesso, lasciando la platea a chi ha passioni più fresche.
Loro no. Loro tre non sono cambiati. Con un basso in meno. Sempre dignitosi. Algidi. Viscerali. In bilico tra poesia e strada. Mi hanno sciorinato molte delle mie aspettative che non osavo aspettarmi. Mi hanno riportato a galla immagini del passato a cui non pensavo più. È strano, il passato, a volte è solo un pensiero su cui mi concentro ogni tanto per dimostrarmi di avere conservato tutto, senza avere buttato niente. E poi basta un niente, una canzone che sentivo tanti anni fa che me lo ripropone sotto forma di immagini vere. Vissute. Altro che pensieri e teorie. È stato un continuo: api regine, sollievi, comete, naufragi, ineluttabilità, bellezze... Cara è la fine, è davvero la fine. Mia. Con i tuoi versi lascio sognare qualcun’altro, io al mio turno mi sono logorato l’animo a forza di innamorarmi.
Il suo nome è Marlene, in onore a Marlene Dietrich e della figa di qualcun altra –non so chi, e i primi amori non si dimenticano mai. Tutt’al più non ci pensi per un po’.
Come relitto in fondo al suo incanto, affogherò in lei perdutamente.
Perdutamente.
Perdutamente.

Canzoni del mese:

Santo&Johnny, Papillon
Jack White, Love is blindness (cover U2, ovvero: come rendere una canzone qualsiasi una canzone vera. E non mi piace neanche Jack White.)
Lube, Позови меня тихо по имени
Lube, Конь
Benedetto Marcello, Adagio del concerto per oboe (e, credetemi, non c’è finale migliore per la storia di questo mese)


giovedì 27 dicembre 2012

Sembrava ieri

Endofasia, il discorso interiore. Mao Mao riorganizza dati ed esperienze, realizza cosa sia il vissuto, per assimilarlo e dargli un senso. Siede nella penombra, la cui fonte risulta sconosciuta a uno sguardo esterno. Il punto di partenza potrebbe essere il ricordo: si è ritrovato a percorrere i vecchi viali del campus universitario, stavolta non per andare a lezione ma per altri motivi, o per caso. Sembra ieri e invece sono passati una decina di anni. Oppure ha ricordato così, senza storia e senza troppi perché, gli ultimi anni di scuola superiore. Di quando nella sua testa abbozzava una prima versione della propria coscienza sociale e politica. La prima manifestazione a difesa del popolo del Chiapas. Lui, cinese cresciuto in Italia, che sarebbe prima o poi tornato nel suo paese, scoprendo di non sapere più da dove fosse emigrato. Una madeleine tutta sua, dolce come ciò che di caro stringe a sé, amaro come ciò che il tempo gli ha strappato. Dolce-e-amaro come una commedia all’italiana anni Settanta, odio-et-amo come dicevano i classici latini, yin-e-yang come pensavano dall’altra parte dell’emisfero. La vita gli ha giocato un brutto tiro: gli è scappata via dalle mani senza troppe avvisaglie. Si è ritrovato lì, come un qualsiasi uomo di mezza età a chiedersi cosa stia facendo e perché abbia scelto proprio quella vita tra le tante. Nota i contrasti con la vita di quella sua controfigura, che camminava spensierata tra i viali universitari e marciava a pugno levato senza ancora capire che pueblo fosse quello che unito non sarebbe mai stato vinto. Lui, ragazzo di profondi ideali e buoni sentimenti, è oggi un uomo che non sa relazionarsi con l’esterno, che lavora senza avere un vero lavoro, che ha una compagna senza sapere quanto davvero l’ami e quanto invece semplicemente le viva accanto, che di quel popolo di cui aveva intravisto le sembianze ormai quasi sedici anni prima fatica a ritrovare traccia nel presente. Guardando la luna rischiarare la notturna pace celeste china la testa sulla sua inquietudine lambita dal tormento. Tante ombre ha scorto negli anni e neppure lui sa bene perché non abbiamo assunto una forma definita, una presenza distinta nella sua vita. Il punto forse è che non ha saputo dargli un contorno, vuoi per umiltà o mancanza di personalità, per ideale o incapacità. O forse si spiega nel vecchio principio del tutto scorre, tanto vero nella Grecia quanto nell’India del mondo antico. Vita di sfumature, quella di Mao Mao. Oppure l’endofasia che ha intrapreso non è ancora abbastanza lucida. Fatto sta che la vita gli è sfuggita via. A breve avrà un figlio o una figlia, e chiunque lo venga a sapere gli dice che la paternità sarà un’esperienza bellissima.

mercoledì 19 dicembre 2012

La più bella al mondo

Roberto Benigni lo trovo sopravvalutato, non mi ha mai fatto ridere un granché e mi da fastidio la solennità con cui viene considerato il suo contributo artistico-sociale. Ha un perché, un valore, a prescindere da quanto questi mi rappresentino, ma non li trovo più profondi del perché e del valore di tanti altri nel mondo dello spettacolo, anzi. Questo per dire che ho seguito con stizza la macchina di comunicazione per il lancio del suo programma pro-Costituzione, i refrain di pro e contro politici, pro e contro dell’opinione pubblica, l’evento mediatico. Ad ogni modo l’attualità e l’importanza dei temi sollevati dal programma sono evidenti.
La prima parte ha riservato battute sul ritorno di Berlusconi ed è stata efficace. Un commentatore, non ricordo in quale forum, ha scritto che buon comico è colui che sa ridicolizzare il potere e in questo Benigni è stato molto intelligente (o furbo, a seconda dei punti di vista, io li scelgo entrambi) e più bravo di quanto pensassi. Poi il contributo ai padri della Costituzione, partigiani e teorici (non proprio azzeccata la citazione di Andreotti per il tipo di pubblico del programma...), quindi l’ode alla Costituzione.
Ho trovato il programma efficace per aver saputo portare in prima serata ideali e valori che la vita reale mette da parte. Probabilmente, facendo caso a quando Benigni ha fatto ricorso ai suoi soliti, stucchevoli superlativi, era proprio questo il messaggio che voleva lanciare, risvegliando quel desiderio di partecipazione alla vita pubblica, per cui oggi è così immediato lamentarsi. Lamentarsi dalla privazione subita per mano del politico ladrone, traditore del nostro voto. Sarà pure vero, ma chi oggi in questo paese ha una devozione come quella decantata da Benigni per i principi della Costituzione? Ben pochi, tra i quali con ogni probabilità non c’è neppure lo stesso Benigni.
La coscienza politica oggi non è via facile da scegliere, non si insegna a farlo, né è un qualcosa che è molto compatibile con la società di benessere e dei consumi. Non a caso, la Costituzione è stata scritta dopo due guerre mondiali, quando la gente aveva la pancia vuota, aveva visto la distruzione e voleva ricostruire. E in questo emerge il maggior difetto dell’assolo di Benigni: l’invocazione dei bei tempi andati. Esaltare chi ha lottato per la Costituzione, chi ha scritto la Costituzione e i valori racchiusi nella Costituzione è nobile se si limita all’omaggio della memoria storica, ma è ignoranza se si vuole portare tutto ciò a modello da replicare nel presente. La storia è maestra di vita non perché occorre replicare il passato, ma perché essendo esperienza umana ispira il futuro.
Dire che la Costituzione, l’ideale repubblicano e quello democratico sono oggi anacronistici non significa insultare chi per la Costituzione, la Repubblica e la democrazia ha lottato e versato il sangue, ma portare avanti la loro missione di fronte all’incedere dei tempi. Altrimenti si diventa come il Cristianesimo regolato dalla Chiesa: al di là della nobiltà dei valori universali e senza tempo, una summa di norme e regole che per la società di oggi non valgono più non cedono il passo, vedi le posizioni su divorzio, omosessualità, procreazione e via dicendo. La res pubblica non ha fallito, è stato eroico versare il sangue per essa, ma oggi la società è altro. Sfida di chi vuol fare politica non è quella di riscaldare il brodo della partecipazione del popolo alla nazione e allo Stato (rischiosissimo, perché si farebbe il gioco della retorica di stato), ma capire come conciliare l’individualismo –valore sociale su cui il consenso è dominante, che piaccia o no- con la crisi dei sistemi rappresentativi e la diffusa ostilità per i poteri assoluti.
C’è chi continua a credere che il libero mercato e la libera società si regolino da sé, fortunatamente c’è anche chi dubita di questo e i tempi per ora sembrano dare ragione a questi ultimi  (ma la constatazione non conta un granché visto che i tempi si interpretano onestamente solo con il senno di poi).
Tirando le fila: onorare la Costituzione va bene se si vuole onorare la memoria storica, meno se si vuol rendere statica la storia. Il futuro non è nell’imitazione del passato ma nella sua analisi in rapporto alle condizioni presenti e alle tendenze future, e ciò che era valido ieri non è certo che lo sia ancora oggi, di sicuro non lo sarà domani. In quanti, guardando il programma avranno pensato che sia realmente fattibile riportare in vita i valori della Costituzione?

sabato 17 novembre 2012

Marmore

L'età della transizione - IX tappa


Ci sono momenti per cercare e altri per fuggire. In su, ho paura di quando sarò arrivato fino su fino in cima risalendo acque scoscese e il rigoglio di alberi a mecchie, avvinghiati, a grumi. Ho paura che per continuare a fuggire dovrò ricominciare a scendere e dimmi che senso ha prima salire poi scendere per fuggire. Io fuggo. Prima o poi tornerò a cercare. Prima o poi. E tornerò qui, per altri scopi con altre aurore e forse allora ci saranno arcobaleni ad accogliermi e non cieli chiusi dal vapore acqueo alla fine della piccola galleria degli innamorati. Tre salti, più di cento metri. Come fosse Amazzonia, l’acqua non cade ma scivola, sesso pena pienezza e amore mio. Ed è tutt’uno con la vegetazione intorno, non c’è sconquasso. Tre salti verso l’alto, compagni di fuga, uno due e tre. E poi riscenderemo. E risaliremo. Scenderemo. Risaliremo...

domenica 11 novembre 2012

Micah P. Hinson

Metropolitana linea B, sulla banchina. Ad aspettare, un treno non so per dove, non ricordo in quale stazione.
Da dietro la voce: “buongiorno”.
Ne era passato di tempo. Lei di ritorno da una delle sue tournée, io nella mia vita fatta di stasi e regolarità, saranno i ritmi di famiglia e le docce del martedìpiùvenerdì. Oggi, a trent’anni e poco più non mi succede più di condividere anima e sentimento come quando di anni ne avevo venti o giù di lì. Non so perché. Allora passavamo i sabati su un letto a cambiare cd e a parlare di incontri e sensazioni, e le parole non erano prosciugate come oggi.
Metropolitana linea B, sulla banchina. Lei mi dice “buongiorno” con l’aria piena di chi viene dal mondo dei vivi, così decido di cambiare programma e accompagnarla a casa, quella di una volta. Prima o dopo un pranzo cinese, tira fuori la sorpresa. Dal lettore esce una voce indolente, che viene non so se dalla trachea o dallo stomaco. Comunque da dentro, come ciò che canta. Stona, dissona e ritorna a suonare calda. Voce e chitarra, melodia che richiama where is my mind? ma con un’anima diversa. Micah P. Hinson canta the possibilities. Da allora saranno passati non so quanti anni, forse cinque o sei, forse di più. Ho accumulato un paio di album e aspettato congiunzioni astrali e incastri giusti per vederlo dal vivo. 5 novembre 2012, circolo degli artisti. Attacca con take off that dress for me, una delle mie preferite, e capisco che quella è proprio la sua voce, una delle migliori voci maschili dell’ultimo decennio. Ma da sola non potrebbe fare niente, se non ci fosse il suo vissuto da sviscerare, da raccontare con parole e con chitarra, con quel modo di suonare e comunicare.
C’è stato sotto, con droghe o con alcool, non ricordo più. Racconta senza freni di sé, d’altronde è un artista. Ha movenze strane, eccentriche; non è un nerd ma a tratti mi fa venire in mente un personaggio di Nathan Never, il mio fumetto preferito di gioventù. A volte assomiglia a Sigmund, nonostante apparentemente il contrasto sia evidente. Parla molto, di sé dell’ispirazione dei pezzi che canta. È di quegli americani alternativi che dicono fuck ogni tre parole, cosa che dovrebbe far riflettere sugli alternativi americani. Il mio inglese non mi permette di andare lontano, ma credo non stimi molto Elvis (“Quale cazzo di ré del rock and roll, come cazzo può essere un ré uno che non scrive le canzoni che canta?”). Si è scordato due, tre volte la seconda strofa di Suzanne (“Fottuti canadesi”), a tratti nel suo non poter soffrire niente e nessuno sembrava triste. Ha ringraziato a più riprese il pubblico romano per avere ascoltato la sua esibizione senza parlare troppo e sembrava sincero. Sul palco, a parte lui, c’era un tavolino. Sopra un succo di frutta, la tracklist, una bottiglietta di birra o acqua, delle pastiglie che di tanto in tanto ingeriva. Dall’altra parte della sera un corvo finto o impagliato.
Mi è sembrato abbastanza indecifrabile, ma forse ho conosciuto troppo pochi americani nella mia vita per farmene un’idea. Però un legame tra come si comportava sul palco e quello che cantava c’era. Ispirazione cantautoriale, sa suonare anche bene, violento di una passione sofferta sulla chitarra e sul suo approccio alla musica. Non è un problema se ogni tanto il finger picking fa cilecca, fa parte di ciò che comunica. Così per la voce: calda, profonda, viscerale e un attimo dopo urlata, steccata, lacerata.
Bello davvero vederlo dal vivo, toccante fino alle ossa.

Ci abbracciavamo
Senza riuscire a vedere
Il futuro che ci pendeva davanti
Il passato ora è troppo lontano per essere visto
Ma non guardavamo e non facevamo caso
C’era qualcosa rimasto tra noi, allora,
Ma ora immagino che semplicemente non sia più lì

Quando ci baciavamo, sai
non potevamo vedere, sai
Il futuro che ci pendeva davanti
Il passato ora è troppo lontano per essere visto
Ma non guardavi e io non facevo caso
C’era qualcosa rimasto tra noi, allora,
Ma ora immagino che semplicemente non sia più lì


Micah P. Hinson, When We Embrace, in Micah P. Hinson and the Red Empire Orchestra (2008).

domenica 4 novembre 2012

Il ricordo di quei giorni sempre uniti ci terrà

Ci sono film come C’eravamo tanto amati. Ritraggono la vita per quello che è: esperienza di bellezza e imperfezione umana che lascia il riso nel rimpianto e l’amaro nella speranza. Narrazione di uno slancio abulico, di figura angelica che si scopre umana, ancorata a terra e prigioniera di catene innate. Scola dirige, Trovajoli musica, Satta flores, Gassman e Manfredi recitano un’epoca di cui fanno parte e tutto si filma così, con tale naturalezza, che fa pensare di trovarsi davanti a un film che non poteva non essere girato, perché dentro c’è tutto quello che una generazione ha avuto da dire, confidare e confessare. Sogni, malefatte e disillusioni. Un ritornello umano che assume sembianze diverse a seconda delle epoche e dei palchi ove il vivere riprende forma. Vedere C’eravamo tanto amati è insieme esperienza estatica, esperienza storica ed esperienza umana che lascia spogli.
Nessun momento, come la fine di una guerra, meglio si sposa con l’idealismo. A pensarci superficialmente, se qualcuno chiedesse –a me che guerra non ho vissuto- che cosa succede alla fine di una guerra, risponderei che si fa la conta dei morti. Eppure l’uomo tende alla vita e alla sopravvivenza, a legarlo alla morte ci pensa la natura. Ci sono persone che restano ancorate al dolore di milioni di morti, gente che esce dalla storia. Ma chi accetta il tempo, chi accetta la vita è già lì, crede di sapersi rialzare senza commettere gli errori di chi lo ha preceduto, con la baldanza di chi vuol fare il futuro. Borghesi. Proletari. Intellettuali. Palazzinari. Avvocati. Scribacchini. Portantini. Arrivisti. Attori. Registi. Padri e madri. A ognuno la direzione che sceglie, per la disillusione c’è tempo. Anche se la vita, vista a ritroso, sembra sempre più breve.

Eravam tutti pronti a morire, ma
della morte noi mai parlavam
Parlavamo del futuro
Se il destino ci allontana
il ricordo di quei giorni
sempre uniti ci terrà.

da: Maria Teresa, E io ero Sandokan (musica: A. Trovajoli, testo: E. Scola, 1974)

giovedì 1 novembre 2012

Fin da qundo ero piccolo

Mi è venuto in mente così, pensando al presente, al passato e al futuro. Ho pensato a come le particolarità e i gusti di una persona emergono da cose anche insignificanti, sfiorate da bambino. Ero alle elementari, la prima volta che mi sono imbattuto nei modi e nei tempi verbali. Da piccolo ero abituato a dividere sempre tutto in buoni e cattivi. Mi piacevano i greci e non i romani, i babilonesi e non gli assiri. Mi incuriosivano i persiani e i fenici, era quanto di più lontano potessi immaginare allora. Così, anche i verbi erano simpatici o antipatici. Adoravo il condizionale, mi piaceva per il suono e per la cadenza, ma anche per quel velo di ipotetico che portava sempre con sé come sua condizione; anche se allora ancora ignoravo l’ammirazione per i “se” e per i “ma” che mi sarei portato dentro in futuro. Poi c’era il futuro anteriore, era il tempo che mi intrigava più di tutti, quello che non capivo e che mi affascinava con il suo mistero. Forse sarà stato per l’associazione tra futuro e passato che si porta dentro, per quel futuro che è già un po’ passato. Chissà.
Lunedì 5 concerto di Micah Paul Hinson. Ci sarò.

venerdì 21 settembre 2012

Via Cassia

L'età della transizione - VI tappa (a ritroso)


Su strada tutta curve rigoglio bagliore di viandanti di direzioni opposte, ignoro la notte guardo dritto in fondo oltre la strada il buio le domande e il sonno dei compagni di tratta. Penso che ci raccontiamo che sì, passiamo il tempo a lasciar credere e immaginare. Che abbiamo mille impegni e cose a cui badare, quando invece è solo l’infelicità a rinchiuderci, e a estenuare la voglia di emergere e incontrarci. Come ai bei tempi. Vita di pause. Al mondo c’è chi cerca l’esperienza della vita e chi soggiace nelle pause interrotte da moti minimi, minuti.
...

domenica 16 settembre 2012

Le case degli altri - Ricordo n° 1

Che il giorno dopo, nelle case degli altri, non si può ricominciare da dove si è interrotto la sera prima l’ho trovato scritto in Nirmal Verma. È successo anche a me, studente universitario, tanti anni fa. Allora stavo comodo nella vita, come fosse un pantalone nuovo. Con i miei volumi alti ad amplificare passioni esagitate da interiorizzare. L’avevo incrociata solo sui banchi di università, Anur, era bella, mi colpiva e incurvava la mia schiena costringendomi a guardarla di striscio e occasionalmente al suo saluto di passaggio. Era anche brava, studentessa brillante e curiosa, che aveva visitato continenti lontani sempre con un passo di anticipo.
Per questo non mi spiegavo come quella sera fossi potuto finire a casa sua, senza esserci praticamente mai parlati. Questa non è una storia d’amore, oppure non so, dipende da cosa sia l’amore. Odul era sdraiata sul divano e dormiva a gambe aperte. Ma nessuno le faceva caso, non ricordo neppure quando se ne sia andata. “Se vuoi puoi stare da me stanotte”. Non riuscivo a crederci, avrei voluto chiederle di ripeterlo e ripeterlo ancora, ma non sono stato così stupido e accettai di buon grado senza tradire emozioni. Fra le mie braccia stringevo una chitarra, e mi fece suonare per ore. E poi se la gente sa che sai suonare, suonare ti tocca per tutta la vita e ti piace lasciarti ascoltare. E ti piace ascoltare la voce di lei: suonare con chi sa cantare è un’altra cosa, senti l’arte passarti nelle mani.
“Ho Fame”. E allora cuciniamo di notte, quando c’è il silenzio. “Mi è venuta in mente una cosa”. E allora raccotamela, la ascolterò al riparo dai rumori della città. Ripresi la chitarra e Anur cantò ancora. Dopo le prime luci dell’alba le venne sonno. Poco importa che mi condusse nella stanza degli ospiti. Dopo essere diventati amici mi confessò che quella notte si era chiusa in camera a chiave, ma cos’è l’amore se non un sogno a volte da aspettare e a volte da consumare. Dopo poche ore mi risvegliai e non riuscii a ricominciare dalla sera prima: nulla mi apparteneva, neppure quella notte bugiarda e incosciente, sospesa tra un tramonto e un’alba qualsiasi.

Citazione del mese:
“C’è musica nel seno umano, profumo nel corpo, e sai cosa c’è nel contatto fisico?”
“Fuoco?”
“No, sbagliato, il contatto fisico è come la carezza del loto e del sonno!”
(Gopinath Mohanty, Un letto di spine)